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	<title>pil &#8211; Il Parlamentare</title>
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	<description>News e Comunicazione su Politica e Attualità</description>
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		<title>Confindustria, Boccia: &#8220;Il nostro Pil è come quello del 2000, ventʼanni buttati&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il Parlamentare]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 May 2017 20:12:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#8220;Dal 2000 a oggi il Pil italiano è invariato, contro il +27% della Spagna, il +21% della Germania, il +20% della Francia. Il reddito pro capite è ai livelli del 1998. Vent&#8217;anni perduti&#8221;. E&#8217; spietata l&#8217;analisi del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia che, in occasione dell&#8217;assemblea annuale, ha puntato il dito contro una ripresa del Pil che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_12304" aria-describedby="caption-attachment-12304" style="width: 990px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/vincenzo-boccia-confindustria.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-12304" alt="vincenzo-boccia-confindustria" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/vincenzo-boccia-confindustria.jpg" width="990" height="508" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/vincenzo-boccia-confindustria.jpg 990w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/vincenzo-boccia-confindustria-300x153.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/vincenzo-boccia-confindustria-480x246.jpg 480w" sizes="(max-width: 990px) 100vw, 990px" /></a><figcaption id="caption-attachment-12304" class="wp-caption-text">Vincenzo Boccia &#8211; Presidente Confindustria</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Dal 2000 a oggi il Pil italiano è invariato, contro il +27% della Spagna, il +21% della Germania, il +20% della Francia. Il reddito pro capite è ai livelli del 1998. Vent&#8217;anni perduti&#8221;. E&#8217; spietata l&#8217;analisi del presidente di Confindustria, <strong>Vincenzo Boccia</strong> che, in occasione dell&#8217;assemblea annuale, ha puntato il dito contro una ripresa del Pil che procede a ritmo troppo lento e ha invitato il mondo politico a procedere sulla strada delle riforme.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Siamo tornati a crescere, è vero &#8211; ha aggiunto -, ma il divario con altri Paesi europei si sta allargando, come accadeva prima della crisi. Inoltre restiamo impigliati nelle nostre croniche carenze strutturali e il tessuto sociale e produttivo rimane fragile&#8221;. Saremo l&#8217;unico grande Paese in area Euro nel 2017, precisa, con &#8220;un valore dell&#8217;attività più basso di 10 anni fa e, al ritmo dell&#8217;1%, non lo rivedremo prima del 2023&#8221;.</p>
<p><strong>Le proposte</strong> &#8211; Boccia arriva dunque ai passi da fare per un rilancio del sistema Italia e dice che è necessario &#8220;azzerare il cuneo fiscale sull&#8217;assunzione dei giovani per i primi tre anni. Sapendo fin d&#8217;ora che dopo dovremo ridurlo per tutti&#8221;. Boccia chiede quindi di &#8220;concentrare le risorse disponibili&#8221; su questo. &#8220;Dobbiamo avviare una grande operazione per includere i giovani nel mondo del lavoro&#8221;, continua, sostenendo che &#8220;la poca occupazione giovanile è il nostro valore sprecato&#8221;. Serve &#8220;una misura forte, diretta, percepibile&#8221;.</p>
<p><strong>Un patto per la crescita</strong> &#8211; Indica poi la necessità di &#8220;un patto di scopo per la crescita con l&#8217;obiettivo di uscire dalle criticità italiane e costruire una effettiva dimensione europea&#8221; al quale collaborino tutti: imprenditori, lavoratori e loro rappresentanti, politica, banche e istituzioni finanziari. &#8220;Beninteso &#8211; chiarisce &#8211; non un patto spartitorio dove ciascuno chiede qualcosa per la propria categoria, ma il suo esatto contrario, dove ciascuno cede qualcosa per il bene comune&#8221;.</p>
<p>&#8220;Più produttività per aumentare i salari&#8221; &#8211; &#8220;Noi vogliamo aumentare le retribuzioni con l&#8217;aumento della produttività &#8211; continua il numero uno di Confindustria -. E questo è possibile solo con una moderna concezione delle relazioni industriali&#8221;. Inoltre Boccia sottolinea che &#8220;la strada maestra è quella dei premi di produttività, da detassare in modo strutturale. L&#8217;innalzamento della produttività deve essere il nostro faro&#8221;.</p>
<p><strong>Il ministro Calenda</strong>: sì a detassare la produttività &#8211; Il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda dice che concorda con Boccia &#8220;sulle finalità di un &#8216;<strong>patto per la Fabbrica</strong>&#8216; che avvicini la contrattazione all&#8217;impresa. Siamo pronti a fare la nostra parte valutando un&#8217;ulteriore detassazione sui premi e sul salario di produttività&#8221;. &#8220;Questa è la strada &#8211; aggiunge &#8211; per avere retribuzioni più alte e aumentare la competitività. Non esistono scorciatoie&#8221;.</p>
<p>Boccia: &#8220;Sì al maggioritario&#8221; &#8211; Boccia ribadisce dunque la sua convinzione per cui la &#8220;sfida del Paese&#8221; sia quella di &#8220;continuare lungo la strada delle riforme. E per vincerla &#8211; avverte &#8211; servono governabilità e stabilità. Non abbiamo mai nascosto la nostra vocazione al maggioritario. Assecondare la tentazione proporzionalista, che oggi vediamo riemergere in molte proposte per la legge elettorale, potrebbe rivelarsi fatale per l&#8217;Italia. Comincerebbe una nuova stagione di immobilismo in un quadro neo corporativo e neo consociativo&#8221;.</p>
<p>Il ministro: &#8220;Legge elettorale che dia un governo&#8221; &#8211; Sul fronte elezioni il ministro replica che bisogna arrivare al voto &#8220;in tempi giusti, evitando l&#8217;esercizio provvisorio, dopo aver completato la ricapitalizzazione delle banche in difficoltà e con una legge elettorale che dia, non diciamo certezza, ma la ragionevole probabilità della formazione di un governo riducendo la frammentazione del sistema politico&#8221;. E aggiunge che &#8220;fino all&#8217;ultimo giorno utile dobbiamo continuare a lavorare con determinazione sull&#8217;agenda delle riforme&#8221;.</p>
<p>Operazione verità sui conti &#8211; Infine, Boccia auspica una &#8220;operazione verità&#8221; sui conti pubblici che abbandoni &#8220;ricette fantasiose e di facile consenso&#8221; e una politica di &#8220;realismo su deficit, debito e crescita&#8221; per i quali bisogna &#8220;farsi guidare da competenza e serietà&#8221;. &#8220;Dobbiamo farci trovare pronti &#8211; conclude &#8211; quando la Bce porrà fine all&#8217;acquisto dei titoli sovrani. Il che vuol dire abbassare rapidamente la montagna del debito pubblico attraverso privatizzazioni e dismissioni di immobili pubblici e utilizzare strumenti &#8211; come i Matusalem bond &#8211; che lo rendano più sostenibile&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Fonte TGCom</p>
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		<title>Stiglitz: Pil Usa sta ricrollando, non siamo sulla strada giusta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il Parlamentare]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2015 22:46:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Top News]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph Stiglitz]]></category>
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					<description><![CDATA[Milano, (askanews) &#8211; Joseph Stiglitz dà un giudizio severo alle politiche economiche dell&#8217;amministrazione Obama soprattutto dopo la diffusione dei dati sul Pil del primo trimestre sceso dello 0,7%. L&#8217;economista, parlando dal palco del Festival dell&#8217;economia di Trento, ritiene che gli Stati Uniti non siano ancora sulla strada giusta: &#8220;L&#8217;idea era quella di dare i soldi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_9450" aria-describedby="caption-attachment-9450" style="width: 790px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Stiglitz.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-9450" alt="Joseph Stiglitz" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Stiglitz.jpg" width="790" height="466" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Stiglitz.jpg 790w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Stiglitz-300x176.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Stiglitz-457x270.jpg 457w" sizes="(max-width: 790px) 100vw, 790px" /></a><figcaption id="caption-attachment-9450" class="wp-caption-text">Joseph Stiglitz</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Milano, (askanews) &#8211; Joseph Stiglitz dà un giudizio severo alle politiche economiche dell&#8217;amministrazione Obama soprattutto dopo la diffusione dei dati sul Pil del primo trimestre sceso dello 0,7%. L&#8217;economista, parlando dal palco del Festival dell&#8217;economia di Trento, ritiene che gli Stati Uniti non siano ancora sulla strada giusta:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;L&#8217;idea era quella di dare i soldi alle banche tanto tutti ne avrebbero beneficiato. Io invece ho detto a Obama perchè non aiutiamo i milioni di elettori americani che ti hanno votato? Obama ha scelto di non farlo. Non so se avete visto il Pil nel primo trimestre in Usa: -0,7%. Gli Stati Uniti stanno ricrollando e questo dimostra che gli Stati Uniti non sono sulla strada giusta&#8221;.</p>
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		<title>Fine della Globalizzazione?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il Parlamentare]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 01 Aug 2014 13:59:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Alessandro Corneli / Le sanzioni alla Russia e il negoziato per la firma del Ttip per una partnership transatlantica segnano (forse) la fine della globalizzazione, iniziata circa un trentennio fa, durata dunque lo spazio di una generazione, quella che ha visto la fine della Guerra fredda e ha immaginato un nuovo ordine mondiale fondato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_8130" aria-describedby="caption-attachment-8130" style="width: 790px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/globalizzazione.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-8130" alt="globalizzazione- politica internazionale" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/globalizzazione.jpg" width="790" height="466" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/globalizzazione.jpg 790w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/globalizzazione-300x176.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/globalizzazione-457x270.jpg 457w" sizes="(max-width: 790px) 100vw, 790px" /></a><figcaption id="caption-attachment-8130" class="wp-caption-text">La politica internazionale dimostra che la Globalizzazione è finita</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;">di Alessandro Corneli /</p>
<p style="text-align: justify;">Le sanzioni alla Russia e il negoziato per la firma del Ttip per una partnership transatlantica segnano (forse) la fine della globalizzazione, iniziata circa un trentennio fa, durata dunque lo spazio di una generazione, quella che ha visto la fine della Guerra fredda e ha immaginato un nuovo ordine mondiale fondato sul diritto e la libertà di commercio. Due sono stati i punti salienti di questa fase: 1) il crollo del comunismo, con la fine della sua pretesa di offrire un modello economico (ma anche sociale e politico) alternativo a quello occidentale, fondato sul binomio capitalismo-democrazia (liberale); 2) l’ascesa prepotente della Cina sulla scena economica internazionale, con la prospettiva, per questo Paese, di assurgere, tra il 2020 e il 2030, al rango di prima potenza economica mondiale.</p>
<p style="text-align: justify;">La globalizzazione si è potuta affermare grazie all’interazione di progressi tecnologici nei campi dell’informatica e delle telecomunicazioni con cambiamenti di regole, principalmente la liberalizzazione dei movimenti dei capitali, affiancata da una spinta alle liberalizzazioni e alle privatizzazioni nonché da ulteriori riduzioni delle tariffe doganali.</p>
<p style="text-align: justify;">Si ripete spesso che le regole sono tali perché sono uguali per tutti. Vero, ma poiché non tutti sono uguali tra loro, l’applicazione delle stesse regole produce, in tempi più o meno lunghi, differenze di risultati: alcuni ne traggono più vantaggio di altri. Infatti, se la pioggia cade con la stessa intensità (=una regola), gli effetti non sono gli stessi su un terreno argilloso o su un terreno calcareo. Allo stesso modo, le regole della globalizzazione hanno prodotto effetti diversi su sistemi economici condizionati da regole interne diverse sulla fiscalità, sul diritto del lavoro, sulla tutela dell’ambiente, sulle prestazioni previdenziali, sul sistema creditizio, giudiziario e amministrativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono risultati generalmente favoriti i Paesi che avevano (o si sono dotati di) meccanismi flessibili, come, in prima linea, i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica); meno, quelli che avevano sistemi più rigidi, come Italia, Francia, Spagna (per limitarci ai maggiori). Tra questi, molti hanno visto il fenomeno della delocalizzazione delle imprese (grazie alle facilitazioni delle nuove “regole”), ma in questo caso i guadagni sono stati per le singole imprese, non per i Paesi che esse abbandonavano. Hanno guadagnato i Paesi ospitanti, almeno fino a quando hanno potuto offrire condizioni favorevoli. Quando poi le condizioni sono tornate ad eguagliarsi, ha preso il via il movimento opposto, della ri-locazione. Ma altrove, specie in Asia, il fenomeno va avanti: ormai è la stessa Cina a delocalizzare imprese in Paesi limitrofi.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli Stati Uniti hanno promosso la globalizzazione, non solo con la Cina, dove molte fabbriche americane hanno investito largamente, ma anche con la Russia. Oggi, mentre Washington polemizza con Mosca e vorrebbe isolarla, si dimentica facilmente il flusso di consiglieri, consulenti, uomini d’affari di industria e finanza americani che, soprattutto durante gli anni di Eltsin, invasero la Russia come fosse un terreno di conquista. Gli Usa hanno favorito la globalizzazione fin da tempi non sospetti, aprendo il loro mercato ai prodotti a basso costo prima del Giappone, poi di Taiwan, di Hong Kong, della Corea del Sud e di numerosi altri paesi del Sud-Est asiatico prima di spalancare le porte ai prodotti della Cina. Ma, così facendo, hanno ridotto il peso della loro capacità manifatturiera, hanno visto crescere la disoccupazione, hanno ridotto la loro presenza in alcuni mercati, hanno visto crescere in maniera abnorme il loro deficit commerciale. Sulla stessa linea si sono orientati molti paesi dell’Europa occidentale. Solo da qualche tempo al di qua e al di là dell’Atlantico si riscopre che la forza dell’economia è nell’industria manifatturiera, e non nei servizi e nella finanza in particolare.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima che tutto questo fosse evidente, è scoppiata la crisi, tra il 2007 e il 2008. Anche perché non poteva funzionare – in Usa come in Spagna o in Italia – la dilatazione dei servizi e il parallelo indebitamento privato attraverso la speculazione immobiliare. Ora, come rimediare alla perdita di capacità produttive mentre i nuovi concorrenti sono diventati più agguerriti e più forti anche sul piano finanziario? Qualche innalzamento di barriere doganali, tariffarie o non, non basta. La deflazione, comprimendo i consumi, se riduce un po’ le importazioni dall’estero, riduce anche la produzione interna. Svalutazioni e rivalutazioni monetarie striscianti non modificano in profondità la situazione. Rinnegare il libero scambio sarebbe traumatico e insopportabile. Non potendo buttare all’aria la scacchiera, si procede con quella mossa specifica che si chiama “arroccamento”, integrata con qualche “colpo” sferrato sul campo esterno. (nel caso specifico: la Russia).</p>
<p style="text-align: justify;">È chiaro che gli Usa, sfruttando la situazione dell’Ucraina, puntano a destabilizzare Putin e a introdurre “più democrazia”. Ma Washington dovrebbe rispondere a questa domanda: se Putin cadesse e in Russia si instaurasse più democrazia, accetterebbero che l’Europa tornasse a rifornirsi a tutta forza di gas e petrolio russi?</p>
<p style="text-align: justify;">Il Ttip corrisponde all’arroccamento. Ha ricordato Danilo Taino sul Corriere della sera del 27 luglio che le economie europea e americana pesano poco meno del 50% del Pil mondiale: 34 mila miliardi di dollari su quasi 75 mila miliardi. L’Ue porta in dote 17.350 miliardi, gli Usa 16,800. Tra le due parti, corre annualmente uno scambio di merci e servizi per 1000 miliardi di dollari che, però, è meno di un trentesimo del loro Pil complessivo: non molto. Inoltre, il tempo non gioca a loro favore: tra non molto, quel quasi 50% si ridurrà sempre più. I calcoli sui vantaggi che l’una e l’altra parte ricaverebbero dal costituirsi in una specie di “mercato comune transatlantico” sono controversi, soprattutto nel lungo periodo. E poi c’è un problema di fondo, non affrontato: con quale moneta? Con il dollaro o con l’euro? O con una nuova valuta comune da inventare che dovrebbe trovare una soluzione accettabile per i detentori terzi di dollari e di euro? La somma dei debiti pubblici degli Usa e dell’Ue è enorme: che fine farebbero? Ciascuna parte si terrà i propri debiti, ricreando le difficoltà che sono sorte in Europa con la creazione della moneta unica?</p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso, tutto questo lavora contro la globalizzazione e a favore della costituzione di alcuni mega-blocchi industriali-commerciali-finanziari di difficilissima gestione cui solo una preponderanza militare potrebbe dare un ordine, ma non sappiamo a quale prezzo. La recente istituzione di una banca dei Brics, in concorrenza e futura contrapposizione al Fmi e alla Wb, è un indizio che il resto del mondo non vuole restare a guardare. Anzi, un mercato comune Usa-Ue potrebbe segnare l’abbandono dell’Africa, del Medio Oriente, dell’America latina e naturalmente dell’Asia ad attori non americani e non europei, ai quali si unirebbe la Russia. E non dimentichiamo che è proprio questo resto del mondo a possedere la maggiore quantità di risorse minerarie ed energetiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Di solito, nelle partite di scacchi, l’arroccamento è una mossa per guadagnare tempo, in attesa di avere chiara una strategia. Per il momento, registriamo la prima mentre la seconda deve ancora delinearsi.</p>
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		<title>Salvare l&#8217;Italia sciogliendo l&#8217;Euro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il Parlamentare]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 May 2013 17:02:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Brigitte Granville, Hans-Olaf Henkel e Stefan Kawalec Alla vigilia della guerra civile americana, Abraham Lincoln pronunciò la famosa frase &#8220;una casa divisa non può stare in piedi.&#8221; Oggi, l&#8217;Unione Europea &#8211; impegnata da decenni alla ricerca di un&#8217; &#8220;unione sempre più stretta&#8221; &#8211; deve confrontarsi con una straziante verità. La massima di Lincoln deve essere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_5972" aria-describedby="caption-attachment-5972" style="width: 469px" class="wp-caption aligncenter"><a class="lightbox" title="eurocrack" href="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/eurocrack1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-5972" title="eurocrack" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/eurocrack1.jpg" alt="salvare l'Italia sciogliendo l'Euro" width="469" height="263" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/eurocrack1.jpg 469w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/eurocrack1-300x168.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/eurocrack1-160x90.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 469px) 100vw, 469px" /></a><figcaption id="caption-attachment-5972" class="wp-caption-text">salvare l&#39;Italia sciogliendo l&#39;Euro</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;">di <strong>Brigitte Granville, Hans-Olaf Henkel e Stefan Kawalec</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Alla vigilia della guerra civile americana, <strong>Abraham Lincoln</strong> pronunciò la famosa frase &#8220;<strong>una casa divisa non può stare in piedi.&#8221;</strong> Oggi, l&#8217;Unione Europea &#8211; impegnata da decenni alla ricerca di un&#8217; <strong>&#8220;unione sempre più stretta&#8221;</strong> &#8211; deve confrontarsi con una straziante verità. La massima di Lincoln deve essere letta al contrario. <strong>Affinché l&#8217;UE possa sopravvivere, l&#8217;euro si deve sciogliere.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tra il trattato di Roma del 1957 e l&#8217;Atto unico europeo, del 1986, i governi europei hanno portato avanti la più grande rivoluzione pacifica che il continente abbia mai visto nella sua lunga e travagliata storia. La creazione di una moneta unica europea avrebbe dovuto basarsi su questo notevole successo. Era supposta essere il successivo fondamentale passo verso una maggiore unità e prosperità. La crisi economica nell&#8217;Europa meridionale mostra che invece il regime dell&#8217;euro, almeno nella sua forma attuale, è diventato una minaccia mortale per entrambi questi obiettivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e Cipro sono intrappolati nella recessione e non possono riconquistare la competitività svalutando le loro monete. Le economie del nord della zona euro hanno dovuto partecipare a ripetuti salvataggi mettendo da parte ogni principio di finanza prudente. Un circolo vizioso di risentimento e populismo a sud e un rafforzamento del nazionalismo a nord stanno lacerando l&#8217;unione.</p>
<p style="text-align: justify;">E la crisi non è ancora finita. La Francia, la seconda economia più grande d&#8217;Europa, sta sprofondando in una grave crisi economica. Come i paesi del sud, deve riguadagnare competitività, ma come loro, essendo parte del sistema dell&#8217;euro, manca dello strumento necessario. A causa delle sue dimensioni e per il ruolo guida che ha avuto nell&#8217;evoluzione dell&#8217;UE, la Francia, come sosteniamo nella parte 2 di questo articolo, sarà fondamentale per spezzare il circolo vizioso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>GAP DI COMPETITIVITA</strong>&#8216;<br />
Prima, però, che cosa è andato storto? La moneta unica europea si supponeva dovesse facilitare il funzionamento dell&#8217;economia europea. Con la fissazione del tasso di cambio nominale e l&#8217;eliminazione del rischio di cambio, l&#8217;euro avrebbe dovuto realizzare la convergenza tra le economie più forti e quelle più deboli dell&#8217;eurozona &#8211; il cosiddetto centro e periferia. Il capitale sarebbe fluito dai paesi in surplus nei conti con l&#8217;estero verso i paesi nella necessità di prendere in prestito, aumentando la produttività e la crescita.</p>
<p style="text-align: justify;">La realtà è stata diversa. La moneta unica ha fissato &#8211; anzi, ha peggiorato &#8211; il divario di competitività causato dalle differenze nei tassi di inflazione e nei costi unitari del lavoro. Gli squilibri esteri sono cresciuti. Nel 1999-2011, i costi unitari del lavoro (le retribuzioni per unità di prodotto) in Grecia, Spagna, Portogallo e Francia sono aumentati rispetto alla Germania dal 19 al 26 per cento.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei paesi meno competitivi, questo ha prodotto dei deficit delle partite correnti dal 2 al 10 per cento del prodotto interno lordo nel 2010, e un avanzo delle partite correnti in Germania del 6 per cento del PIL. Avendo escluso la possibilità di svalutare, questi squilibri possono essere affrontati solo in due modi – o con la &#8220;svalutazione interna&#8221; o attraverso trasferimenti transfrontalieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Svalutazione interna significa che i paesi in deficit cercano di riguadagnare competitività attraverso la riduzione della spesa pubblica e l&#8217;aumento della pressione fiscale, che sperano possa abbassare i prezzi e i salari in crescita. L&#8217;effetto a breve termine sarà quello di indebolire la domanda interna.</p>
<p style="text-align: justify;">A meno che non vi sia una compensazione derivante dall&#8217;aumento della domanda estera &#8211; con i paesi in surplus, in particolare la Germania, che intraprendono una politica di stimolo che aumenti un po&#8217; l&#8217;inflazione &#8211; un&#8217; &#8220;austerità&#8221; di questo tipo metterà a repentaglio la crescita economica e, quindi, le finanze pubbliche dei paesi in deficit. Tuttavia, non vi è alcuna prospettiva che la Germania &#8211; insieme agli altri paesi economicamente simili nella zona nord dell&#8217;euro &#8211; possa accettare di attuare un tale stimolo, in quanto ciò sarebbe in contrasto con la sua cultura politica ed economica. Ciò farà aumentare i dubbi sulla sostenibilità finanziaria del debito pubblico dei paesi in deficit e sulla sostenibilità politica delle loro politiche di svalutazione interna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;ESEMPIO DELLA LETTONIA</strong><br />
La Lettonia e l&#8217;Islanda dimostrano come possono essere pesanti i costi economici e sociali della svalutazione interna, rispetto ai costi di una svalutazione esterna, o del cambio. Dal 2008 al 2010, il PIL in Islanda è diminuito solo della metà (svalutazione esterna) di quanto è diminuito in Lettonia (svalutazione interna).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;occupazione è scesa del 5 per cento in Islanda contro il 17 per cento in Lettonia. I sostenitori dell&#8217;euro possono anche dire che la svalutazione interna sta cominciando a funzionare &#8211; nei paesi in crisi dell&#8217;eurozona come la Grecia i salari reali hanno iniziato a diminuire rapidamente e le riforme strutturali hanno cominciato ad aumentare la produttività. Tuttavia, non è chiaro se la tolleranza politica della Lettonia per il collasso della produzione, dell&#8217;occupazione e dei redditi può essere riprodotta anche altrove.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;alternativa principale sono i trasferimenti. I paesi in deficit possono attutire la loro contrazione con dei trasferimenti dai paesi in surplus, invece che con la svalutazione interna. Il problema è che tali trasferimenti non saranno più indolori.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima del 2008, essi hanno assunto la forma di prestiti privati transfrontalieri ai governi e alle banche, che in molti casi hanno preso in prestito i soldi offrendo immobili come garanzia. Da quando nel 2008 è scoppiata la bolla del credito, questi flussi finanziari privati sono stati sostituiti da trasferimenti dai bilanci statali, che hanno fatto lievitare i deficit di bilancio e le passività implicite dei Paesi periferici nel sistema dei pagamenti della Banca Centrale Europea (noto come Target2). Senza i trasferimenti dalla Germania e dagli altri paesi del nord, la posizione fiscale di molte economie non competitive della zona euro è diventata insostenibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Tali trasferimenti proverranno dal denaro dei contribuenti &#8211; fornito sia direttamente attraverso il Meccanismo Europeo di Stabilità, sia indirettamente attraverso le banche dei paesi creditori. (Nel caso che le banche creditrici dovessero accettare qualche forma di ristrutturazione del debito sovrano, le banche dovranno essere ricapitalizzate con denaro fornito dai contribuenti nei paesi di origine.)</p>
<p style="text-align: justify;">Questa prospettiva è dinamite politica. Quindi tali trasferimenti sono subordinati a una rigorosa disciplina di bilancio e alle riforme strutturali. Nonostante le rigide condizionalità, i contribuenti / elettori nei paesi creditori come la Germania potrebbero non adattarsi mai all&#8217;idea, creando il rischio di una reazione anti-europea. Una reazione del genere diventerebbe una certezza nel caso fin troppo probabile che le regole venissero trasgredite o messe da parte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>STAMPARE MONETA<br />
</strong>Molti governi dei paesi debitori preferirebbero avere dei trasferimenti sotto forma di denaro stampato dalla BCE &#8211; con minori, eventuali, limiti. I funzionari francesi l&#8217;hanno detto esplicitamente. Ma il meglio che possono sperare sono gli acquisti di titoli di Stato a breve termine da parte della BCE (note come outright monetary transactions). Se dovessero essere attuati, questi saranno soggetti alle stesse rigide condizioni fiscali applicate ai trasferimenti dal MES.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, le prospettive per i Paesi debitori della zona euro sono di un inasprimento fiscale implacabile e di anni di domanda carente. Ciò si tradurrà in una contrazione o, nella migliore delle ipotesi, una stagnazione della produzione e degli standard di vita. Nel frattempo, sta crescendo il sentimento anti-UE e in particolare anti-tedesco – come dimostrano le scene per le strade di Nicosia dopo la crisi di Cipro.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli Stati Uniti d&#8217;Europa potrebbero salvare la situazione? Alcuni tra i primi fautori dell&#8217;euro hanno riconosciuto alla fine degli anni &#8217;90 che il progetto comportava che &#8220;l&#8217;economia doveva guidare la politica.&#8221; Essi vedevano la moneta unica come un modo per mettere il continente su un percorso irreversibile verso una piena unione politica &#8211; un obiettivo che gli elettori europei avrebbero rifiutato se gli fosse stato chiesto in maniera diretta.</p>
<p style="text-align: justify;">Una maggiore mobilità del lavoro potrebbe essere uno degli elementi di questa unione. Si potrebbero immaginare le popolazioni dei paesi depressi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l&#8217;Italia, emigrare verso i paesi ricchi come la Germania e la Finlandia. In questo scenario, interi paesi potrebbero finire per somigliare a delle spopolate regioni rurali &#8211; come quelle regioni della Francia, negli anni del dopoguerra, che i giovani ben istruiti abbandonavano in massa spostandosi verso le città e lasciando dietro di sé una popolazione invecchiata, pesantemente dipendente dalle assicurazioni sociali. Le barriere linguistiche e culturali rendono comunque improbabile questa forma di aggiustamento economico.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece, gli appassionati dell&#8217;euro puntano le loro speranze su una unione fiscale. I trasferimenti dovrebbero prendere il posto delle migrazioni &#8211; e un nuovo quadro di responsabilità politica dovrebbe prevenire gli abusi (il cosiddetto problema del free-rider) e gestire le tensioni. Purtroppo, anche se questo sarebbe possibile, le divergenze di competitività rimarrebbero.</p>
<p style="text-align: justify;">Consideriamo i casi della Germania orientale e del sud Italia. Nella riunificazione tedesca del 1990, i salari della ex Germania orientale sono stati convertiti in marchi tedeschi 1-a-1, abbattendo in un colpo solo la competitività della Germania orientale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>TRASFERIMENTI TEDESCHI<br />
</strong>In ciascuno degli anni seguenti la riunificazione, la Germania orientale ha ricevuto trasferimenti per il 4 per cento del PIL tedesco. Eppure la convergenza non c&#8217;è stata &#8211; persone giovani e istruite continuano a migrare verso la Germania occidentale. Nemmeno nel Sud Italia c&#8217;è stata convergenza, nonostante decenni di trasferimenti. La disoccupazione è il doppio di quella del Nord Italia, e il PIL privato pro capite è meno della metà.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi c&#8217;è la politica. I paesi non competitivi dell&#8217;eurozona non possono sperare di ricevere trasferimenti del valore del 25 per cento del loro PIL ogni anno, come la Germania orientale, o anche del 16 per cento del PIL, come nel sud Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcosa deve cedere &#8211; e dovrà essere il sistema dell&#8217;euro. Per preservare l&#8217;Unione europea, l&#8217;Unione monetaria deve essere smantellata. Il parallelo storico fin troppo rilevante è la difesa del gold standard nel periodo tra le due guerre, che arrivò quasi a distruggere la democrazia in tutto il mondo. Un solo paese può plausibilmente prendere l&#8217;iniziativa a favore di una divisione controllata del sistema dell&#8217;euro per mezzo di un&#8217;uscita comune e concordata dei paesi più competitivi. Questo paese è la Francia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora una volta, come avremo modo di spiegare nella parte 2, il destino dell&#8217;Europa è nelle mani delle élite francesi. In linea con le sue migliori tradizioni politiche della &#8220;Fraternité&#8221;, la Francia dovrebbe promuovere una nuova strategia nel segno non del nazionalismo, ma di una solidarietà europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Una divisione del sistema dell&#8217;euro sarebbe nel migliore interesse sia della Francia che dell&#8217;Europa, perché accelerebbe il ritorno alla crescita economica dell&#8217;UE &#8211; l&#8217;unica sicura garanzia di stabilità e unità europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Fonte: <a href="http://www.bloomberg.com/news/2013-05-14/save-europe-split-the-euro.html" target="_blank">http://www.bloomberg.com/news/2013-05-14/save-europe-split-the-euro.html</a>.<br />
Traduzione: <a href="http://www.vincitorievinti.com/2013 /05/salviamo-leuropa-sciogliamo-leuro.html" target="_blank">http://www.vincitorievinti.com/2013 /05/salviamo-leuropa-sciogliamo-leuro.html</a> #. UZ8VuWQW5DQ.facebook)</p>
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		<title>Economia sommersa senza ipocrisia: parliamoci chiaro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il Parlamentare]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 May 2013 16:13:15 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: center;"><strong>A cura di Alessandro Corneli</strong></p>
<p>Il sito online del settimanale francese <em>Le Point</em> (7-8 maggio 2013) ha pubblicato un’intervista con Eric Vernier, specialista nel campo del riciclaggio del denaro e autore di un volume appena pubblicato e intitolato<em>Techniques de blanchiment et moyens de lutte </em>(Dunod, 2013). L’intervista prende spunto da uno studio pubblicato dalla società di carte di credito Visa, secondo il quale il peso dell’economia parallela (lavoro in nero, transazioni legali non dichiarate) sarebbe diminuito in Europa dal 19% del Pil nel 2011 al 12% del Pil nel 2012 e la sua riduzione proseguirebbe anche nel 2013 nonostante la congiuntura economica negativa che spinge a moltiplicare le attività economiche non dichiarate.</p>
<p>Vernier, nell’intervista, si dichiara sbalordito dai dati forniti dallo studio del gruppo Visa, affermando che è difficile dare delle cifre esatte in un settore che per definizione è difficile da quantificare, anche se è possibile rilevare alcune tendenze. Secondo dati comunemente accettati, <strong>il lavoro nero e le transazioni non dichiarate girano intorno a 5mila miliardi di dollari all’anno in tutto il mondo</strong>. Lo studio del gruppo Visa non prende in considerazione la cifra d’affari della droga, della criminalità organizzata e del traffico di organi, che rappresentano una percentuale importante.</p>
<p>Offre poi alcuni dati relativi alla Francia, secondo i quali il 10% del Pil deriverebbe dall’economia sommersa. (<strong>In Italia è al 20% del Pil, pari a circa 350 miliardi di euro all’anno</strong>). Ma, si chiede, questo significa forse che il restante 90% è a posto? Niente affatto. Per due motivi : poiché sono troppo pochi i controllori e perché<strong> la lotta contro le frodi al fisco è decisa a livello politico</strong> : colpire più un settore e meno un altro. Inoltre, non sono solo i disoccupati e i precari a fare ricorso al lavoro nero. Ci sono pensionati che vogliono arrotondare la pensione, e lo stesso per alcuni lavoratori. <strong>Il lavoro sommerso è molto più esteso di quanto si crede</strong>. Poi ci sono le imprese che fanno ricorso al lavoro in nero, spesso con lavoratori stranieri, <em>sans papiers</em>. Accade che su 50 lavoratori, 30 siano in nero. Naturalmente lo Stato ci perde in entrate fiscali e ritenute previdenziali,<strong>ma il denaro guadagnato in nero viene speso nell’economia reale</strong> e parecchie transazioni non avverrebbero se dovessero essere dichiarate.</p>
<p>Sul dato della riduzione dell’economia sommersa, Vernier afferma che <strong>se il lavoro in nero diminuisce, è perché il lavoro nel suo complesso diminuisce</strong>. Anche l’economia parallela segue la congiuntura e non bisogna pensare a un ravvedimento di chi opera in questo modo a causa di una presa di coscienza civile. La lotta all’evasione fiscale è importante, gli annunci sono interessanti, ma è troppo presto per pronunciarsi. Possiamo riorganizzare l’amministrazione, le regole per il pagamento delle tasse e rafforzare i mezzi di lotta contro la frode, ma ci sarà sempre un limite al di sotto del quale non è possibile scendere. Sarebbe utile, ma non possibile.</p>
<p>Se questo viene detto della Francia e sulla Francia, che ha una tradizione amministrativa di efficienza alla quale l’Irtalia non si può paragonare, e se, comunque, <strong>l’economia sommersa rappresenta in tutta Europa una quota di Pil non indifferente</strong>, è solo grazie a un ripensamento generale dell’attività economica, dei sistemi fiscali, dei controlli e del ruolo dello Stato che si può pensare di ridurre il fenomeno a dimensioni accettabili, partendo anche dal principio che l’austerità non va in questa direzione.</p>
<p>Per avere un’idea della complessità del fenomeno – contro chi prospetta soluzioni facili – è opportuno riferirsi a studi sistematici, dai quali risulta che il fenomeno si presenta, con variazioni percentuali tra paesi e territori, dal punto di vista delle imprese, in modo differenziato tra:</p>
<p>&#8211;   <strong>imprese trasgressive</strong>, del tutto visibili e conformi alle principali incombenze normative, ma con una elevata propensione ad organizzare evasione ed elusione fiscale e contributiva, a forzare l’utilizzo degli strumenti di flessibilità lavorativa e l’out-sourcing, a praticare sistemi di retribuzione non conformi a quella reale;</p>
<p>&#8211;   <strong>imprese minimaliste</strong>, che rispettano al minimo i requisiti di regolarità (come iscrizione al registro ditte, posizione fiscale e previdenziale) ma utilizzano una quota degli occupati totalmente in nero, con un diffuso occultamento fiscale, con una copertura parziale, e spesso solo formale, dei diversi obblighi connaturati a una corretta attività produttiva;</p>
<p>&#8211;   <strong>imprese mimetiche</strong>, generalmente di piccole dimensioni, attorno ai 5-10 addetti, totalmente sommerse, anche grazie  al tipo di attività (servizi, edilizia) che non impone una sede visibile;</p>
<p>&#8211;   il <strong>formicaio</strong>, micro imprese o unità di lavoro individuali, con o senza partita IVA, in settori che per tipo di domanda (lavoro domestico o di cura presso famiglie) o contenuti del servizio (nuove tecnologie, attività professionali etc.) possono fruire di un elevato grado di nascondimento.</p>
<p>Dal punto di vista del mercato del lavoro, si trovano le seguenti categorie:</p>
<p>&#8211;   <strong>lavoratori regolari</strong>, che svolgono prestazioni in nero, in forma autonoma o subordinata, come seconda attività nello stesso ambito lavorativo o in diverso settore/ unità produttiva;</p>
<p>&#8211;   occupati alle dipendenze con <strong>condizioni minime di regolarità</strong>, ma con gran parte delle prestazioni non registrate sia ai fini fiscali che contributivi (straordinari, premi etc.);</p>
<p>&#8211;   lavoratori con <strong>contratti atipici o soci in cooperative di comodo</strong>, le cui forme contrattuali eludono l’effettiva condizione di occupati alle dipendenze;</p>
<p>&#8211;   dipendenti che accettano <strong>retribuzioni</strong> inferiori a quelle dichiarate;</p>
<p>&#8211;   lavoratori autonomi e professionisti <strong>irregolari</strong>;</p>
<p>&#8211;   dipendenti totalmente irregolari (<strong>non dichiarat</strong>i, con retribuzioni totalmente in nero);</p>
<p>&#8211;   <strong>immigrati irregolari</strong>.</p>
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		<title>Daniele Franco: interrompere subito spirale recessiva</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il Parlamentare]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 Mar 2013 12:09:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(ASCA) &#8211; &#8221;Il quadro macroeconomico potrebbe risultare peggiore di quello previsto nella Relazione ove si riacutizzassero le tensioni sui mercati finanziari internazionali o se la ripresa dell&#8217;economia globale tardasse a manifestarsi. ECONOMIA IN ITALIA: INTERROMPERE SPIRALE RECESSIVA IN ATTO Occorre operare affinche&#8217; politiche economiche efficaci e credibili possano interrompere la spirale recessiva in atto nel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_5716" aria-describedby="caption-attachment-5716" style="width: 469px" class="wp-caption aligncenter"><a class="lightbox" title="Crisi_in_Italia_2" href="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Crisi_in_Italia_21.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-5716" title="Crisi_in_Italia_2" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Crisi_in_Italia_21.jpg" alt="Daniele Franco Capo ricerca Economica della banca d'Italia avverte: interromper subito spirale recessiva" width="469" height="263" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Crisi_in_Italia_21.jpg 469w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Crisi_in_Italia_21-300x168.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Crisi_in_Italia_21-160x90.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 469px) 100vw, 469px" /></a><figcaption id="caption-attachment-5716" class="wp-caption-text">Daniele Franco Capo ricerca Economica della banca d&#39;Italia avverte: interromper subito spirale recessiva</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">(ASCA) &#8211; &#8221;Il quadro macroeconomico potrebbe risultare peggiore di quello previsto nella Relazione ove si riacutizzassero le tensioni sui mercati finanziari internazionali o se la ripresa dell&#8217;economia globale tardasse a manifestarsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>ECONOMIA IN ITALIA: INTERROMPERE SPIRALE RECESSIVA IN ATTO</strong><br />
Occorre operare affinche&#8217; politiche economiche efficaci e credibili possano interrompere la spirale recessiva in atto nel nostro Paese quasi ininterrottamente dal 2008&#8221;. Lo ha detto <strong>Daniele Franco, capo della Ricerca Economica della Banca d&#8217;Italia</strong> nel corso di una audizione in parlamento.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>DANIELE FRANCO CAPO RICERCA ECONOMICA BANCA D&#8217;ITALIA</strong><br />
Franco ha anche sottolineato che &#8221;l&#8217;aggiornamento del quadro previsivo del Governo, incluso nella Relazione al Parlamento 2013, prefigura un calo del pil dell&#8217;1,3 per cento nel 2013 e un aumento della stessa entita&#8217; nel 2014&#8221;. Franco spiega infatti che &#8221;il prodotto si contrarrebbe ancora nel trimestre che si sta per concludere, ristagnerebbe nel successivo e riprenderebbe a crescere nella seconda meta&#8217; dell&#8217;anno. La ripresa si consoliderebbe nel 2014, beneficiando sia dell&#8217;accelerazione della domanda mondiale, sia della ripresa dell&#8217;accumulazione di capitale, specialmente in macchinari e attrezzature; i consumi delle famiglie, diminuiti di circa 6 punti percentuali nel biennio 2012-13, si espanderebbero allo stesso ritmo dell&#8217;attivita&#8217; economica&#8221;.</p>
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