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	<title>liguoro &#8211; Il Parlamentare</title>
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	<description>News e Comunicazione su Politica e Attualità</description>
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		<title>Fuori dal margine, dentro la letteratura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Ormanni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Mar 2011 23:11:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[liguoro]]></category>
		<category><![CDATA[scopricoop]]></category>
		<category><![CDATA[sindacato nazionale scrittori]]></category>
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					<description><![CDATA[C&#8217;è bisogno di letteratura. C&#8217;è bisogno di leggere, invece di limitarsi a guardare le figure (non sempre edificanti) che straripano in un fiume di notizie dove, però, si è estinta l&#8217;informazione. Un tempo si credeva che un&#8217;immagine valesse mille parole. Questo era vero  perché erano in molti a ricordarle ancora, le parole. Oggi, in un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è bisogno di letteratura. C&#8217;è bisogno di leggere, invece di limitarsi a guardare le figure (non sempre edificanti) che straripano in un fiume di notizie dove, però, si è estinta l&#8217;informazione. Un tempo si credeva che un&#8217;immagine valesse mille parole. Questo era vero  perché erano in molti a ricordarle ancora, le parole. Oggi, in un mondo rimasto senza parole, l&#8217;immagine non vale (più) niente. Per ritrovare le parole perdute, per ritrovare il piacere della letteratura, il Sindacato Nazionale Scrittori, in collaborazione con l&#8217;associazione culturale Diesis, organizza incontri con autori.<br />
Il 16 marzo, allo Spazio Scopricoop di via Arona 15, a Milano, alle 18, è di scena Alberto Liguoro, con il suo ultimo romanzo &#8220;Rumore di passi nei giardini imperiali&#8221;, edito da L&#8217;Autore Libri, di Firenze.<br />
A parlare&#8230; dei giardini imperiali della letteratura ci saranno anche la giornalista e documentarista  Laura Silvia Battaglia e lo scrittore e poeta Filippo Senatore.<br />
Il doppiatore Marco Pagani leggerà alcune pagine del libro</p>
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		<title>L&#8217;Italia compie 150 anni: proposta eccentrica e semisera di un evento celebrativo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 23:00:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Alberto Liguoro &#8212; Mi trovai casualmente a Parigi, con la mia famiglia, il 14 luglio 1989. Suscitava davvero grande emozione vedere le strade gremite di gente in festa; si aveva quasi la sensazione di un corpo unico, ma potremmo anche togliere il quasi. Vero o apparente che fosse, qui il discorso non è di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-1027" href="https://ilparlamentare.it/2011/01/21/litalia-compie-150-anni-proposta-eccentrica-e-semisera-di-un-evento-celebrativo/federalismo/"><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1027" title="federalismo" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/federalismo-150x150.gif" alt="" width="150" height="150" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/federalismo-150x150.gif 150w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/federalismo-50x50.gif 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a>di <strong>Alberto Liguoro</strong> &#8212;</p>
<p>Mi trovai casualmente a Parigi, con la mia famiglia, il 14 luglio 1989.</p>
<p>Suscitava davvero grande emozione vedere le strade gremite di gente in festa; si aveva quasi la sensazione di un corpo unico, ma potremmo anche togliere il quasi. Vero o apparente che fosse, qui il discorso non è di cronaca, ma di considerazioni astratte di riferimento, quello spettacolo induceva ad immaginare un popolo assolutamente unito e orgoglioso, come se non esistessero classi, partiti, appartenenze religiose e territoriali. Tutti uniti per quell’irrinunziabile minimo comune denominatore della salvaguardia del benessere pubblico e del prestigio, della proiezione verso il futuro del loro Paese, con la forza trainante e rassicurante del passato. Persino l’estrema destra era affratellata da questo spirito, alle altre espressioni socioculturali, non esclusa la sinistra più battagliera; persino i Maghrebini si sentivano e professavano francesi al 100%.</p>
<p>Eppure divisioni politiche, etniche, religiose, anche lì, non mancano, c’è una sinistra radicale, come una destra, c’è integralismo religioso ed etnico, c’è un midi anche in Francia.</p>
<p>Ora, ritornando dalle nostre parti, faccio enorme fatica ad immaginarmi qualcosa di simile anche qui.</p>
<p>L’odio di classe (ricchi e poveri; oltre all’area snob della nobiltà o pseudo-tale, un po’ di qua un po’ di là, ma prevalentemente… di là) ce lo portiamo appresso come il dna; c’è una inconciliabile divisione tra Nord e Sud; un razzismo latente, ma poi neanche tanto, serpeggia nell’animo di tutti, non solo verso altre etnie e altri popoli, ma anche, reciprocamente, tra settentrionali (da Roma in su) e meridionali (in giù – la città di Roma poi è strapazzata da un parte e dall’altra, ma va affermandosi la collocazione-lega al Sud); la divisione religiosa, sostanzialmente incentrata su Cattolici da una parte e Non Cattolici (dove c’è di tutto, inutile specificare) è manichea e ineluttabile; sul fronte politico la contrapposizione Destra/ Sinistra, di remoto retaggio, ma accentuatasi a dismisura col sistema maggioritario è di impronta sostanzialmente estremista e caratterizzata fondamentalmente da odio reciproco.</p>
<p>Immaginiamoci un settentrionale ricco, di destra e cattolico da una parte e un meridionale povero, di sinistra e ateo da un’altra parte, in una discussione sulle rispettive ricette per il governo dell’Italia. Prima o poi si azzufferebbero, come avviene tra esagitati tifosi di calcio (ma anche tra esponenti politici, le cui uscite in TV sono, a volte, surreali); e in mezzo ci sono molteplici variazioni e gradazioni, ma tutte in senso antagonista e intollerante.</p>
<p>Questa è l’Italia, di oggi per moltissime ragioni che si omette qui di esaminare, essendo diverso lo scopo del presente elaborato. Certo fa male al cuore vedere i campi sportivi del resto d’Europa, pur con notevoli e pericolosi eccessi anche lì (evidentemente fronteggiati e tenuti sotto controllo ed osservazione in modo abbastanza efficace), senza gabbie, recinti ecc., con i giocatori quasi a contatto con il pubblico, mentre qui ogni fine settimana è una guerra.</p>
<p>Ora in tale situazione ci accingiamo ad intraprendere iniziative varie, anzi la macchina celebrativa già si muove, per il 150mo anniversario dell’Unità d’Italia, evento non dissimile dall’esempio francese di cui sopra.</p>
<p>Che cosa c’è da immaginare? In tutte le sedi, televisive, di piazza, di palazzo, nella migliore delle ipotesi, sorrisi melensi e chiacchiere ipocrite tra berlusconiani (dove poi si distinguono e si contrappongono quelli che vogliono i voti per Berlusconi, quelli che vogliono da quest’ultimo soldi, posti, favori, o a loro volta, appoggi politici, artistici, professionali, semmai uno spicchietto o uno spicchione di potere, quelli che strumentalizzano Berlusconi ad altri fini – v. Lega per il federalismo, quelli che, più o meno sotto sotto, preparano il terreno per l’immancabile dopo…, ecc.) e antiberlusconiani (dove pure c’è di tutto in lotta tra tutti: centro, sinistra anche estrema, finiani, democratici in eterna contesa per trovare una leadership, anarchici, qualunquisti e così via); tra cattolici (con varie categorie di antiaboristi, antidivorzisti, antipreservativo, antiricerche varie, antieducazione sessuale, antifamiglie di fatto, antiomosessuali, antimusulmani, anti-altre religioni ecc) e non cattolici (ma italiani? Nonché extracomunitari? Atei? Per caso gay? Appartenenti ad altre religioni tra di loro altrettanto incompatibili?); tra “appartenenti alle classi più abbienti (ma anche qui un ricco ed affermato dirigente o professionista ecc. è un poveraccio al confronto di un Berlusconi, un Tronchetti Provera, una Marcegaglia ecc.)” e c.d. “lavoratori” (dove non manca di farsi viva la solita guerra tra poveri, per cui gli operai si guardano in cagnesco con gli impiegati, e, tra questi, c’è acredine tra i pubblici e i privati); sulla contrapposizione Nord/ Sud (accentuata dal dilagare della Lega) inutile spendere altre parole, basti qui far mente locale ad un mixage tra i vari contrasti sopra menzionati, con in più la solfa Nord/ Sud che vale a rimettere in discussione anche gli equilibri già raggiunti in altre collocazioni. Basti pensare a quante se ne dicono o, in teoria, potrebbero dirsene un cattolico (antiaborista, anti…, anti…, anti ecc.) di Pordenone e un cattolico (parimenti anti…, anti, anti…) di Canicattì, o due berlusconiani (o anti), ma uno di Treviso, e un altro di Catanzaro.</p>
<p>A questo punto vado momentaneamente fuori tema per ricordare come, a partire da Carlo Marx in poi, tutti gli intellettuali, i politici di ogni tendenza, le persone di buon senso e di buona volontà, hanno sempre considerato che le contraddizioni nella società e nell’individuo, devo esplodere per progredire (basta cercare su Google la frase “far esplodere le contraddizioni” per rendersene conto).</p>
<p>In altri termini, se vuoi raggiungere un obiettivo non devi disdegnare, in presenza di condizioni che lo richiedano, di agire in modo addirittura opposto all’obiettivo stesso (la cd. terapia d’urto, o, come nelle vaccinazioni, la somministrazione calibrata e ponderata del morbo stesso che si vuole combattere).</p>
<p>Dobbiamo allora chiederci, stando così le cose, se non sia il caso di cambiare strategia.</p>
<p>Il mio vuole essere un tono provocatorio, eccentrico e  semiserio, va da sé, però non lo dico neanche come qualcosa di cui ridere. Vorrei che si riflettesse un po’ su queste cose, nient’altro.</p>
<p>In sostanza, dico io, vogliamo essere aggregati come non mai, compatti come i Francesi? Perché non provare, allora, a disgregare tutto?</p>
<p>Perché non celebrare, su questo abbrivio, il 150° anniversario dell’Unità d’Italia (anche) con un convegno.</p>
<p>Tema del convegno “LE DIVISIONI D’ITALIA”.</p>
<p>In tal caso io proporrei (il tono è sempre quello “provocatorio, eccentrico, semiserio, ma non troppo”) la seguente soluzione:</p>
<p>Divisione dell’Italia in Stati fortemente confederati tra loro, con libera circolazione ed unità di indirizzo, ad es.:</p>
<p>Lombardo-Veneto allargato all’ex Stato sabaudo, Liguria, Emilia-Romagna, nonché Regioni del Nord (nel contesto il Sud Tirolo potrebbe realizzare il suo sogno: fuori dall’Italia e dal bilancio dello Stato italiano – e qui magari il sogno andrebbe sfumandosi, ma non si può avere tutto). Una  specie di Repubblica Subalpina, diciamo così.</p>
<p>Toscana, Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio (compresa forse la Sardegna ed esclusa Roma capitale e satelliti, che continuerebbe ad essere la Città Eterna, la Roma dei Cesari, dei Papi e dei Popoli, e che avrebbe comunque ruolo di centralità e rappresentanza verso l’estero), le Regioni Unite dell’Italia Centrale.</p>
<p>Finalmente la gloriosa Repubblica Partenopea, tutte le Regioni del Sud (compresa o esclusa la Sicilia, che potrebbe avere una collocazione a sé stante, secondo la volontà dei Siciliani stessi).</p>
<p>Quali sarebbero i risultati? Secondo me, a parte quello psicologico di grande liberazione e gioia costruttiva, un risultato di forte unità (chi è più unito di chi non è costretto ad essere unito, ma usufruisce semplicemente di condizioni geografiche, storiche, culturali ed ambientali? Esempi a iosa qui: gli Stati Uniti d’America, la Svizzera, gli stessi Paesi Bassi), progresso e crescita industriale ed economica.</p>
<p>Si stempererebbero naturalmente le contrapposizioni Nord/ Sud;  si svilupperebbe una benefica concorrenza in tutti i campi e segnatamente quello turistico (nel quale il nostro Paese, in men che non si dica si collocherebbe ai vertici mondiali).</p>
<p>La struttura coriacea, diciamo pure burocratica e istituzionale del Cattolicesimo, per cui esso si identifica come un polo, rispetto al quale ogni altra aggregazione di idee, di uomini, di tradizioni, di religioni o filosofie frutto del libero pensiero, persino di correnti o tendenze artistiche, costituisce il polo contrapposto, che deriva oggi dalla centralità del Vaticano, parallela e combaciante con la centralità dello Stato Italiano, si disperderebbe e diffonderebbe (come avviene oggi rispetto agli altri Stati) nelle varie realtà decentrate e delle relative organizzazioni e comunità clericali, e non  sarebbe più occasione di frizioni, prevaricazioni, e, a volte dure o durissime lotte e contese, come sul divorzio, sull’aborto, sull’eutanasia, sull’educazione sessuale e così via.</p>
<p>Il popolo sarebbe sempre il popolo ad ogni latitudine; sono convinto che quel che unisce tutti i popoli del Mondo, non ha nulla  a che vedere con i confini territoriali. La vanga, l’aratro, la vite da coltivare e la legna da ardere, lo scalpello e  il martello, il compasso ed ogni altro attrezzo, e i loro derivati moderni, dai computer alle catene di montaggio, tutto questo unisce i popoli del Mondo, come i libri vengono letti da tutti gli intellettuali del Mondo e li uniscono e i mercati dove si vende e si compra e, come si sa, le leggi sono invariate ad ogni latitudine.</p>
<p>Non ci sono contrapposizioni e divisioni qui, se non quelle fisiologiche dei mestieri e delle idee.</p>
<p>La contrapposizione viscerale, quella che vede da una parte il popolo inteso come massa indistinta, e dall’ altra, la ricca borghesia, il c.d. nobilato bianco o nero che sia, la massoneria, il clero delle alte gerarchie, si frantumerebbe a sua volta e, in definitiva, non avrebbe ragion d’essere perché i piani di confronto sarebbero disomogenei. I contrasti verrebbero a galla, sarebbero, quindi visibili e verrebbero, conseguentemente, risolti, solo se effettivi e concreti, su situazioni specifiche, non come ora, con riferimento alle categorie di portata generale e nazionale dei “reazionari” e “rivoluzionari”, “conservatori” e “progressisti”, qualificazioni superate dalla Storia, che, finalmente, sarebbero superate anche nella nostra quotidianità e cronaca attuale; potremmo anzi essere noi, una volta tanto, modello e guida per altri popoli.</p>
<p>La stessa sorte, in non piccola parte collimante con quanto appena osservato sulle divisioni basate sul censo, toccherebbe alle situazioni politiche che si fronteggiano, come la Grande Destra (o Grande Centro-Destra che dir si voglia) e Grande Sinistra ( o Centro- Sinistra), semplicemente perché non esisterebbero più. Ogni Stato Confederato, fermi restando i comuni principi, interessi, intenti di crescita economica, culturale, scientifica, artistica, di benessere sociale, di tradizioni, di irrinunciabile fratellanza, per cui mai potrebbero esserci ostilità interne dirette, sarebbe governato nel modo liberamente scelto dagli elettori di appartenenza.</p>
<p>Il controllo del territorio sarebbe più vicino e pregnante; anche l’amministrazione della Giustizia sarebbe più rapida e vicina ai problemi degli Italiani, liberata dai ceppi della centralità e omogeneità per imposizione calata ciecamente in contesti sociali assolutamente disomogenei.</p>
<p>Le capacità e le peculiarità di soluzioni immediate e inventiva degli Italiani emergerebbero e si rafforzerebbero.</p>
<p>Le scuole, con diversificate politiche e gestioni, si misurerebbero tra di loro, che so, la scuola partenopea con quella lombarda, la fiorentina con la ligure piuttosto che con la bolognese, e così via, e non parlo solo di arti e mestieri, licei e Università, emulandosi, immancabilmente migliorerebbero e si migliorerebbero a vicenda. Verrebbero allora sì fuori le intelligenze più elevate, i cervelli che, con tutta probabilità, non fuggirebbero più all’estero, ma anzi richiamerebbero qui altri cervelli e investimenti.</p>
<p> In altri termini, esploderebbero le contraddizioni, come si diceva, si configurerebbe come vincente la terapia d’urto, la ponderata e graduale utilizzazione proprio del virus che si vuole combattere.</p>
<p>Sarebbe assolutamente orribile tutto questo? Io direi il contrario. Visto così, davvero sembrerebbe un sogno; pur dovendosi riconoscere che, come in tutte le cose, anche qui ci sono i pro e i contro, come ad esempio la sfida di responsabilità per un meccanismo politico e organizzativo complessivamente più articolato e la delicatezza della gestione della separatezza.</p>
<p>Ma alla fine tutto funzionerebbe come un orologio svizzero (appunto) e, alla celebrazione del 200° anniversario dell’Unità d’Italia e della liberazione (questo è importante e quasi sempre viene sottovalutato) dall’Austria, dalle dinastie di provenienza ispanica, dall’influenza dominante di Francia e Inghilterra, dall’invadenza del potere temporale della Chiesa, dall’autoritarismo e provincialismo dei Granducati, attraverso l’affermazione dell’unità nella libertà, non ci sarebbe, certamente, nulla da invidiare alle celebrazioni degli altri popoli.</p>
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		<title>La socializzazione: bagaglio culturale e chiave di volta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Dec 2010 12:39:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Dalila Liguoro* &#8212; I PARTE La socializzazione si può definire come l&#8217;inserimento dell&#8217;individuo nella collettività; durante la quale quest&#8217;ultima influenzerà l&#8217;individuo nella creazione della realtà di cui farà parte (compresa la  sua personale identità); e contemporaneamente darà la possibilità all&#8217;individuo di influenzare la stessa realtà collettiva in un continuo processo di interazione e mutamento. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<figure id="attachment_700" aria-describedby="caption-attachment-700" style="width: 150px" class="wp-caption alignleft"><a rel="attachment wp-att-700" href="https://ilparlamentare.it/2010/12/12/la-socializzazione-bagaglio-culturale-e-chiave-di-volta/socializzazione/"><img decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-700" title="socializzazione" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/socializzazione-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/socializzazione-150x150.jpg 150w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/socializzazione-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><figcaption id="caption-attachment-700" class="wp-caption-text">un efficace esempio di passaggio dalla socializzazione primaria a quella secondaria</figcaption></figure>
<p>di <strong>Dalila Liguoro*</strong> &#8212;</p>
<p><strong>I PARTE</strong></p>
<p>La socializzazione si può definire come l&#8217;<em>inserimento </em>dell&#8217;individuo nella collettività; durante la quale quest&#8217;ultima influenzerà l&#8217;individuo nella creazione della realtà di cui farà parte (compresa la  sua personale <em>identità</em>); e contemporaneamente darà la possibilità all&#8217;individuo di influenzare la stessa realtà collettiva in un continuo processo di interazione e mutamento.</p>
<p>Questo è un processo a cui l&#8217;individuo, in quanto animale sociale, è naturalmente predisposto per istinto di sopravvivenza. Infatti per un predatore debole come l&#8217;uomo, la probabilità di sopravvivere aumenta con la presenza e il sostegno di un branco.</p>
<p>Per capire i meccanismi della socializzazione bisogna prima di tutto distinguere tra socializzazione primaria e secondaria. Come è intuibile dai nomi stessi, la <strong>socializzazione primaria</strong> è quella che avviene nell&#8217;infanzia, è il primo contatto con il mondo; mentre la <strong>socializzazione secondaria</strong> è quella  che avviene nell&#8217;età adulta nei diversi ambienti che l&#8217;individuo incontrerà.</p>
<p>La socializzazione primaria, proprio perché crea la prima forma di realtà con la quale l&#8217;individuo avrà esperienza, assume un’importanza enorme. La realtà della socializzazione primaria prenderà forma come una realtà oggettiva, l’unica esistente per il bambino, in quanto l’unica disponibile e sperimentabile sulla propria pelle; non sarà considerata  come una delle tante realtà possibili, ma come l&#8217;unica concepibile. Quindi anche l&#8217;identità che gli adulti affibbieranno al bambino, per quest&#8217;ultimo diventerà l&#8217;<em>unica sua identità possibile</em>.</p>
<p>Anche se la socializzazione primaria avrà creato le basi solide del modo di vedere il mondo, una volta che l&#8217;individuo entrerà in contatto con  il resto della società; con le realtà che incontrerà più o meno diverse dalla sua; con le istituzioni di cui farà parte; ecc.; il mondo primariamente socializzato incomincerà a barcollare e inizieranno le  socializzazioni secondarie. Si deve però sottolineare che queste saranno comunque  influenzate dalla prima socializzazione, ma al tempo stesso concorreranno vicendevolmente ad indebolire e disilludere dalle convinzioni formatesi nel periodo precedente. Questa <em>disillusione</em> è proprio uno dei motivi che spiega il difficile periodo della adolescenza. Il ragazzino infatti incomincia pian piano a sentirsi come tradito da quel mondo che credeva l&#8217;unico, e che ha avuto l&#8217;impressione (probabilmente a ragione) che gli fosse stato passato come tale, ma che invece scopre essere solo uno delle tante interpretazioni, le quali ora proverà lui stesso a formulare.</p>
<p>La socializzazione secondaria avrà però meccanismi simili a quella primaria: come da bambino l&#8217;individuo ha dovuto prendere per oggettiva la realtà passatagli dai genitori, allo stesso modo, da adulto, l&#8217;individuo dovrà prendere per reale ed oggettivo il mondo sociale creatogli dalle regole e dalle istituzioni; inoltre, come da bambino l&#8217;individuo ha fatto sua un&#8217;identità primariamente socializzata e quindi indiscutibile, allo stesso modo, durante la socializzazione secondaria, l&#8217;individuo deve fare suoi i <em>ruoli</em> che gli verranno attribuiti o che si attribuirà durante il processo della socializzazione, verrà così a conoscenza delle regole che sottostanno questi diversi ruoli, sia propri che altrui.</p>
<p>Queste conoscenze faranno sì che l’individuo nell’eseguire un ruolo comunichi  impressioni di se stesso compatibili con le qualità personali appropriate al ruolo e alla situazione, e al tempo stesso, sappia come giudicare i comportamenti delle altre persone, assegnando ad essi determinati ruoli; inoltre faranno sì che sappia riconoscere i diversi ruoli che gli si presenteranno, con tutte le caratteristiche ad essi inclusi; e che riesca a rendersi conto se determinati atteggiamenti sono consoni oppure no al ruolo che lui, o la persona a lui di fronte, sta mettendo  in scena: un chirurgo in sala operatoria non deve sembrare confuso, così come un pubblicitario deve sembrare creativo e fantasioso dinnanzi ai suoi clienti.</p>
<p>La socializzazione primaria crea quindi la <em>base</em> con cui vedremo il mondo e la base della nostra identità; la socializzazione secondaria creerà il nostro mondo “momentaneamente ma <em>definitivo</em>”, comprensivo dei ruoli che in questo potremo assumere e ci darà gli strumenti per riconoscerli e giudicarli. Se sarà importante cosa ci avranno trasmesso con la prima socializzazione i nostri genitori, ancor più importante e di maggiore responsabilità sarà come interagiremo con la seconda, e come con questa trasformeremo il nostro mondo, importantissima eredità che lasceremo agli adulti di domani: i nostri figli.</p>
<p><strong>II PARTE</strong></p>
<p>Sosteneva Erving Goffman “<em>Il ruolo è l’unità fondamentale della socializzazione. E’ mediante i ruoli che nella società si assegnano compiti e si organizzano le cose per assicurarne l’esecuzione.” </em>L’individuo quindi, durante la socializzazione secondaria, farà sua la cultura della società in cui vive, e imparerà a mettere in scena i ruoli <em>richiesti </em>da quella società, essa stessa creata proprio dagli individui, e con la quale continuerà a <em>interagire</em>.</p>
<p>Saranno le <em>istituzioni</em>, create dalle persone, a fornire uno schema di condotta alle persone stesse, diventate attraverso la socializzazione secondaria individui della società; esse (le istituzioni) <em>controlleranno</em> la condotta degli individui e fisseranno <em>modelli prestabiliti</em>, incanalando i comportamenti in una direzione piuttosto che in un&#8217;altra delle molte che sarebbero disponibili. Questa sorta di controllo dei ruoli possibili  sarà inerente all’istituzione in quanto tale, a prescindere dalle sanzioni stabilite per difendere l’istituzione stessa.</p>
<p>L’ordine istituzionale sarà infatti <em>rappresentato</em> dai ruoli che costituiscono un intero complesso istituzionale di comportamenti e condotta: nel bagaglio culturale di una società ci saranno dunque le <em>norme per lo svolgimento di un ruolo</em>, norme accessibili a tutti, comprensive degli elementi <em>comportamentali</em> e <em>affettivi</em> adeguati ad ognuno di questi.</p>
<p>Detto questo possiamo fare un meditativo paragone tra il mondo del bambino nella socializzazione primaria e la società per l’adulto nella socializzazione secondaria. Abbiamo detto che il bambino vede il mondo in cui vive, il suo mondo, come l’unico, senza riuscire neanche ad ipotizzare la possibilità dell’esistenza di altri mondi; ma del suo stesso mondo egli non è ancora esperto, e sta imparando pian piano tutte le regole che di esso fanno parte. Invece l’adulto vede la società in cui vive come una delle tante, cioè si rende conto di questo,  ma al tempo stesso non riesce a staccarsi facilmente dalle sue regole perché ormai fortemente istituzionalizzate ed egli stesso  estremamente esperto in queste; cambiare modo di pensare e di agire dopo tanti anni è più difficile, senza contare che la mente dell’adulto è sicuramente meno elastica di quella di un bambino; insomma l’adulto pur sapendo che la sua società non è l’unica esistente al mondo, si comporta <em>come se</em> lo fosse.</p>
<p>Ecco l&#8217;effetto che si creerà: una volta pratico della socializzazione secondaria, l&#8217;adulto la trasmetterà probabilmente ad un bambino per il quale sarà una socializzazione primaria (percepirà questo dall&#8217;adulto che si comporterà proprio come se lo fosse) e così il mondo e le generazioni andranno avanti, di primaria in secondaria e ancora da secondaria in primaria , e così via; creando così le basi e il mutarsi delle culture e dei tempi, in definitiva dei ruoli disponibili e dei modi di diventare uomo nella società.</p>
<p>Poiché sono le istituzioni (si ricordi create dagli uomini stessi) a dare queste norme per i ruoli, si può certamente sostenere che ci saranno tanti modi di divenire uomini almeno quante saranno le società, le culture e le istituzioni, anche se ognuna di queste avrà diverse possibilità e soluzioni per diventare membri della società stessa. Facciamo un esempio: se saremo europei, saremo probabilmente diversi dai giapponesi, inoltre se saremo poveri, guarderemo al mondo in modo diverso rispetto se fossimo ricchi, e ancora, se saremo soddisfatti della nostra vita, penseremo in modo del tutto diverso rispetto a degli europei poveri come noi, ma insoddisfatti; e queste diversità, sicuramente frutto della nostra esperienza e della nostra precedente realtà primaria, le tramanderemo ai nostri figli.</p>
<p>In altre parole la socializzazione primaria di ogni bambino, porta in sé la socializzazione secondaria dell&#8217;uomo che ottenne questa dall&#8217;interazione  con la sua socializzazione primaria, ottenuta da quella secondaria del suo predecessore, e così via: la socializzazione è un processo interminabile, volto a creare il progresso delle culture, e porta in sé la lunghissima catena dell&#8217;eredità storica delle culture che ci hanno preceduto. Il guardare l&#8217;evolversi di questa infinita spirale può aiutarci a capire quello che è stato e quel che sarà. La socializzazione può quindi essere usata come chiave di volta così da correggere, la dove ci siano, gli errori della nostra società, potendo  capire preventivamente dove intervenire perché l&#8217;agognato progresso culturale non divenga sempre più simile ad una regressione intellettuale.</p>
<p style="text-align: right;"><em>* Piscologa</em></p>
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		<title>Se l&#8217;Italia fosse un Paese&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Dec 2010 16:22:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Alberto Liguoro/ Se l’Italia fosse un Paese conosciuto ed apprezzato per il rispetto che ciascuno, persona fisica, associazione, ente pubblico o privato, tifoseria di calcio, comunità che sia, ha verso gli altri, per la lealtà nei rapporti, per lo spirito dialettico nel riconoscere i propri torti e far valere civilmente le proprie ragioni, riconoscere [&#8230;]]]></description>
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<p>Se l’Italia fosse un Paese conosciuto ed apprezzato per il rispetto che ciascuno, persona fisica, associazione, ente pubblico o privato, tifoseria di calcio, comunità che sia, ha verso gli altri, per la lealtà nei rapporti, per lo spirito dialettico nel riconoscere i propri torti e far valere civilmente le proprie ragioni, riconoscere le proprie perdite e mettere a frutto di tutti i cittadini le proprie vittorie;</p>
<p>se l’Italia fosse un Paese non divorato da odi e rivalse, non intriso di veleni e congiure, non condizionato da criminalità, ricatti, non soggetto a poteri occulti, gerarchie ecclesiastiche, interessi inconfessabili; se fosse un Paese senza ottusa arroganza, sospetti, mancanza di fiducia in se stessi e nel futuro… un Paese dove stragi ed attentati avessero unanime condanna e non fossero considerati qua e là come rimedi per aggiustare qualcosa… ecco, se l’Italia fosse un Paese così, allora potrebbe avere un Governo.</p>
<p>La pausa è ad effetto. Non è che l’Italia non possa avere un Governo. Il punto è quale Governo? Come avere un Governo?</p>
<p>Se l’Italia fosse così andrebbe bene per essa, onde giungere ad un assetto di Governo, il sistema elettorale maggioritario.</p>
<p>Ma l’Italia non è così. E’ un Paese diverso. Ha anche grandi qualità, grande capacità di fronteggiare le difficoltà, di affrontare l’imprevisto, improvvisare, arrangiarsi. Tutti i popoli produttivi, incasellati, bravi a far muovere la macchina di un Paese, ci invidiano queste caratteristiche; l’Italia è caratterizzata da un fortissimo individualismo e da una grandissima forza speculativa e meditativa, ha divisioni interne ataviche, certamente risalenti oltre il dominio di Roma, e dopo la caduta dell’Impero ancora parcellizzatesi in Comuni, Feudi, Principati, quindi in Stati sovrani, Repubbliche marinare, Granducati assolutamente indipendenti reciprocamente e fonte, essi sì, di grandissima civiltà nell’amministrazione e nel diritto, nelle scienze applicate, architettura, mestieri, arte e letteratura; divisioni nei sistemi di vita pubblica e privata (anche a questo e non solo alla volontà di emergere e prevaricare è dovuto il proliferare di correnti e partiti, dai liberali ai democratici, ai radicali, ai socialisti ecc.).</p>
<p>Il popolo italiano ha nel suo DNA prassi e abilità compromissorie, risalenti probabilmente alle necessità di convivenza di popoli confinanti, che non sono automaticamente deleterie, e quindi non sono da frustrare, sono da analizzare: sui principi non c’è e non può esserci compromesso, ma sullo smussamento di angoli per la vita sociale, dove c’è un po’ di ragione anche nelle argomentazioni del tuo contraddittore, sono da valorizzare. Questo ad esempio sarebbe un terreno di incontro e di positivo sviluppo relazionale tra Nord e Sud, altro che il razzismo latente della Lega e l’odio anche abbastanza palese dell’integralismo meridionalista. Inoltre l’Italia è la Patria di Machiavelli.</p>
<p>Morale: nel sistema elettorale maggioritario, l’Italia dà il peggio di sé.</p>
<p>Chi vince considera l’avversario non qualcuno che potrà poi essere d’aiuto dialetticamente nel governare, in quanto c’è del buono anche nelle sue ragioni, e tendenzialmente vuole, a sua volta, con diverso percorso, il bene del Paese, bensì un nemico giurato da abbattere in tutti i modi, anche attraverso i mass media, l’isolamento, la frustrazione di tutto il patrimonio intellettuale, artistico, scientifico addirittura (o non ufficiale o antiscientifico – ricordate il caso Di Bella?), che a quel diverso schieramento si richiama.</p>
<p>Un muro contro muro, dove ognuna delle due parti disprezza e diffida dell’altra. Ogni volta, quindi, per tutta la durata della legislatura, mezza Italia conta e, sapendo di potersi avvalere dei propri privilegi sfrenatamente, non si fa scrupolo di abusarne; mentre l’altra metà soffre senza rimedio.</p>
<p>Un continuo andare alla ricerca di quella manciata di voti che ti permette di rimanere al potere, perché il potere è utile e necessario, ma non c’è nulla che corrompa di più, che scavi di più nelle coscienze e negli interessi di persone che, una volta assaporata la manna non vogliono mollarla più; quindi continui pescaggi anche nel campo avverso, con metodi assolutamente inaccettabili sul piano della buona politica, del governo della polis, prima ancora che sul piano etico e giudiziario; con conseguenti squallidi ribaltoni.</p>
<p>Vi è accentramento di potere oligarchico, per cui importanti posizioni, ma anche meno importanti ma utili per lavorare, vengono occupate, non in base ai meriti e alle capacità, ma per nepotismo, a volte virulento, come attualmente in corso, o scambi di favori anche con ricorso a prestazioni sessuali, e vi è spreco oltre ogni misura in  tutti i campi perché essendovi solo attori e non controllori, o meglio controllori appartenenti allo stesso campo degli attori, ogni freno è miracolistico, un mero regalo.</p>
<p>In definitiva il “maggioritario” non va bene per l’Italia, è adatto a Paesi con un più forte e consolidato senso dello Stato e una più consistente partecipazione democratica.</p>
<p>Secondo me calza a pennello ai popoli anglosassoni, in testa gli Americani, rodati, forse dalla lotta agli Inglesi prima e dalle dure ferite della guerra di secessione, poi, nel drammatico crogiuolo dell’aspra e tormentata c.d. “conquista del West”, caratterizzata anche dalle indelebili piaghe di vergogne e barbarie, come è noto, con il conseguente rimorso e la, probabilmente vana, aspirazione alla catarsi e al perdono che si legge in tutti i monumenti e gli affreschi dei loro edifici pubblici; queste caratteristiche degli Americani non ci riguardano minimamente, eppure insistiamo nello scimmiottare il loro sistema elettorale (anche se non avremmo nulla da imparare) senza riuscire ad uguagliare i maestri, perché abbiamo i meccanismi ma non lo stesso spirito, così come ci abbiamo proprio tenuto a scimmiottare nel campo penale processuale, il loro rito accusatorio, ottenendo, per lo stesso motivo, un vero fallimento. Ma non vado oltre su questo punto, essendo una mia semplice illazione.</p>
<p>Allora che cosa si dovrebbe fare?</p>
<p>Io dico…. ma lo dico, non come dato di fatto, bensì in senso dialettico, senza nessuna velleità pontificatoria, come spunto di riflessione e di discussione: l’Italia dovrebbe reinventarsi il sistema proporzionale.</p>
<p>Molte ombre nel passato, lo sappiamo tutti, ma anche molte buone cose sono state fatte, senza scontentare la netta maggioranza degli Italiani, come avviene adesso, a favore di chi si è trovato in una minoranza che per aver ottenuto il risultato di essere la più votata tra le minoranze promuove se stessa a discapito di tutti gli altri e tiene in mano le sorti del Paese.</p>
<p>Ecco, se il sistema proporzionale fosse rielaborato, sfrondato dalle incrostazioni che, in passato, hanno portato alla radicalizzazione e alla inamovibilità delle forze politiche più forti, questa potrebbe essere l’invenzione, l’originalità, la novità dell’Italia, un futuro tutto da immaginare avvalendosi degli strumenti del passato. Perché no? Il nostro passato è forse tale da doverlo seppellire sotto un macigno? Una pietra tombale che abbiamo paura di rimuovere perché temiamo possano uscire i fantasmi che sotto di essa si annidano? Credo proprio di no.</p>
<p>Credo proprio che, con le avvertenze appena formulate, nel “proporzionale” l’Italia darebbe il meglio di sé.</p>
<p>Certo bisognerebbe studiarci seriamente e spregiudicatamente sopra, bisognerebbe armarsi di una grande onestà intellettuale, di un grande amore per il nostro Paese (ahimé sempre tiepido e sporadico) e, qui sì, di voglia di fare.</p>
<p>Bisognerebbe, ad esempio, approfondire quali sono le differenze che permettono, invece, nelle elezioni amministrative, al “maggioritario” di funzionare alla grande, come mi viene fatto osservare.</p>
<p>Ebbene anche qui ci sono delle considerazioni da fare, sempre con il beneficio d’inventario, s’intende: Governare è concetto diverso da Amministrare.</p>
<p>Ricorro ad un esempio, non potendo qui affrontare esaustivamente le tematiche: chi amministra è come il comandante di una nave, che deve condurre a buon fine il suo compito senza intoppi; inoltre tra i due valori da proteggere, quello della buona riuscita della navigazione e quello del massimo tasso di democraticità a bordo, è del tutto naturale privilegiare il primo in assenza di controindicazioni di carattere generale e di rischi concreti, perché il comandante di una nave, potrà decidere della sua rotta e delle regole di bordo, ma non potrà mai disporre a suo piacimento della nave.</p>
<p>Chi governa, invece, è come l’armatore della nave; un buon armatore valorizza i beni materiali e ideali di cui dispone, un cattivo armatore può anche fallire (gli esempi si sprecano). Quindi se si dovessero stilare regole per la scelta di un armatore, queste non dovrebbero fermarsi al “non disturbate il manovratore”, ma dovrebbero tener conto di una serie di componenti e variabili interne ed esterne: le intenzioni, i rapporti, le capacità, il consenso più ampio ecc.</p>
<p>Si potrebbe quindi ipotizzare un sistema maggioritario per le elezioni amministrative e uno proporzionale per le politiche? Non so dare una ferma risposta. Mi limito a dire: perché no?</p>
<p>Concludo ora, non potendo ulteriormente addentrarmi, con una nota, un augurio da cittadino:</p>
<p>Quale che sia il modo con cui si andrà a votare in futuro, non avvenga mai (o mai più) che il parto, il risultato delle elezioni, non sia altro che un caporale (come diceva Totò), un “capetto”, un “ducetto” pure con velleità riformatrici e ammodernatici, ma, per ataviche carenze attitudinali, limitatezze intrinseche derivanti dalla Storia, dal disperso e diffidente substrato sociale,. assolutamente incapace. Lasciamo perdere, per un momento, l’autoritarismo, il decisionismo.; intendo qui riferirmi alla chiusura mentale, all’ottusità di un Pinochet, di un Franco, dei “colonnelli” greci, in contrapposizione alla lungimiranza, all’amor di Patria e dei suoi compatrioti, alla conduzione illuminata della Res publica di un De Gaulle.</p>
<p>Per tutti i motivi esaminati, ben difficilmente in Italia debordando dagli schemi più squisitamente democratici si perverrebbe a mettere il potere nelle mani di un De Gaulle, piuttosto che di un Pinochet, o di un direttorio di tipo “greco”. Con l’avvertenza, anche qui, che non bisogna enfatizzare gli aspetti economici, peraltro, a loro volta, importantissimi, l’economia non è tutto; anzi, rispetto alla vita dei cittadini, al loro futuro, alla loro dignità e considerazione all’interno del Paese  e nel Mondo, è ben piccola parte. il Cile uscì dalla dittatura economicamente rafforzato, almeno nel medio periodo (ma non la Spagna di Franco che dovette recuperare con sforzi immani, riuscendovi con alterni risultati, il terreno perduto), ma a quale prezzo?</p>
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