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	<title>guerra fredda &#8211; Il Parlamentare</title>
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	<description>News e Comunicazione su Politica e Attualità</description>
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		<title>Nancy Pelosi attesa a Taiwan, Usa-Cina mobilitano le forze armate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il Parlamentare]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Aug 2022 19:42:16 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1400" height="934" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/nancy-pelosi.jpg" alt="" class="wp-image-16317" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/nancy-pelosi.jpg 1400w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/nancy-pelosi-300x200.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/nancy-pelosi-405x270.jpg 405w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/nancy-pelosi-768x512.jpg 768w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/nancy-pelosi-696x464.jpg 696w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/nancy-pelosi-1068x713.jpg 1068w" sizes="(max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /><figcaption>Nancy Pelosi</figcaption></figure></div>



<p class="wp-block-paragraph">(askanews) – Gli Stati Uniti hanno avvertito la Cina di non rispondere con provocazioni militari all’attesa vista a Taiwan, seppure non confermata, della presidente della Camera dei rappresentanti Nancy Pelosi. Anche se funzionari dell’amministrazione Usa hanno cercato di rassicurare Pechino sul fatto che l’eventuale arrivo a Taipei di Pelosi non rappresenterebbe alcun cambiamento della politica di Washington nei confronti del territorio, la Casa Bianca ha affermato di essere preoccupata dal fatto che la Cina possa lanciare missili nello Stretto di Taiwan, inviare aerei da guerra nella zona di difesa aerea di Taiwan o organizzare attività navali o aeree su larga scala che attraversano linee tradizionali.<br>E in vista di un’ipotetica attività militare cinese, Washington sta già prendendo le sue contromisure. Dopo avere in ogni modo cercato di persuadere Pelosi a non recarsi a Taipei, ha dovuto approntare un dispositivo di protezione della presidente della Camera. Per terra, sono stati disposti più piani per la difesa degli spazi – hotel, percorsi stradali, uffici adibiti ad incontri con autorità – ed eventuali vie di fuga, in evidente accordo con le autorità locali. Per mare e per aria, il Pentagono ha invece disposto un ricollocamento delle unità già dispiegate nella regione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le risorse navali americane nella regione includono la portaerei USS Ronald Reagan, che è tornata nel Mar Cinese Meridionale dopo aver fatto scalo a Singapore la scorsa settimana, la nave d’assalto anfibia USS Tripoli, che si trova vicino a Okinawa, e la nave d’assalto anfibia USS America, a Sasebo, in Giappone. Nel Pacifico, la portaerei USS Abraham Lincoln, la Landing Helicopter Dock USS Essex e altre 36 navi da guerra, assieme a tre sottomarini, sono alle Hawaii per partecipare all’Esercitazione Rim of the Pacific (RIMPAC), che si concluderà giovedì.<br>Nel frattempo, i siti web di monitoraggio dei voli mostrano che due HC-130J Combat King II – l’unico velivolo ad ala fissa dedicato al recupero del personale dell’aeronautica americana – sono arrivati a Okinawa da Anchorage. Erano accompagnati da alcuni KC-135 Stratotanker e da un aereo da rifornimento in volo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D’altra parte, anche la Cina sta intensificando l’attività militare intorno a Taiwan. Diversi caccia cinesi hanno volato questa mattina nei pressi della linea mediana che divide lo Stretto di Taiwan, a ricordare a Taipei che l’aviazione di Pechino potrebbe raggiungere l’isola in pochi minuti. Inoltre, le unità militari del Southern Theatre Command dell’Esercito popolare di liberazione cinese, che è responsabile del Mar Cinese Meridionale e di alcune missioni legate a Taiwan, sono entrate in stato di massima allerta.<br>Taiwan, che si è detta pronta e determinata a difendersi in caso di attacco cinese, sta invece preparando i suoi rifugi antiaerei. Secondo quanto riferito oggi dall’agenzia Reuters, non si tratterebbe di bunker appositamente costruiti ma di spazi sotterranei come parcheggi, il sistema della metropolitana e centri commerciali sotto il livello del suolo. La capitale Taipei ha più di 4.600 di questi rifugi che possono ospitare circa 12 milioni di persone, più di quattro volte la sua popolazione.</p>
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		<title>Datagate: &#8220;niente è come appare&#8221;. L&#8217;Intelligence è intelligente sempre</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il Parlamentare]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Oct 2013 09:32:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Apertura]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alessandro Corneli / grrg.eu / Poco più di quarant’anni fa, nel giugno 19671, il New York Times iniziò la pubblicazione deiPentagon’s Papers, i documenti segreti del Pentagono, cioè del ministero della Difesa americano, aventi per oggetto la guerra del Vietnam che si trascinava ormai da otto anni e stava spaccando l’opinione pubblica. Quei documenti rivelarono che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_6493" aria-describedby="caption-attachment-6493" style="width: 469px" class="wp-caption aligncenter"><a class="lightbox" title="intelligence" href="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/intelligence1.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-6493" title="intelligence" alt="Datagate: l'Intelligence che vince sempre e comunque" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/intelligence1.jpg" width="469" height="263" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/intelligence1.jpg 469w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/intelligence1-300x168.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/intelligence1-160x90.jpg 160w" sizes="(max-width: 469px) 100vw, 469px" /></a><figcaption id="caption-attachment-6493" class="wp-caption-text">Datagate: l&#8217;Intelligence che vince sempre e comunque</figcaption></figure></p>
<p style="text-align: center;">di Alessandro Corneli / grrg.eu /</p>
<p style="text-align: justify;">Poco più di quarant’anni fa, nel giugno 19671, il <em>New York Times</em> iniziò la pubblicazione dei<em>Pentagon’s Papers</em>, i documenti segreti del Pentagono, cioè del ministero della Difesa americano, aventi per oggetto la guerra del Vietnam che si trascinava ormai da otto anni e stava spaccando l’opinione pubblica. Quei documenti rivelarono che ben quattro amministrazioni – due repubblicane e due democratiche – avevano mentito e rafforzarono l’avversione pubblica alla guerra che, infatti, il presidente Nixon – che aveva autorizzato numerose operazioni segrete contro il Vietnam del Nord – decise di chiudere, lasciando il Vietnam del Sud al suo destino, ma a sua volta ne subì le conseguenze perché la stampa rivelò lo scandalo Watergate che alla fine lo costrinse alle dimissioni. Le due vicende, negli anni immediatamente successivi, confluirono nelle polemiche  venute alla luce tra il Pentagono (militari) e la Cia, che proprio sulla guerra del Vietnam avevano avuto divergenze, mentre per quanto riguarda il Watergate le polemiche riguardarono la Cia e l’Fbi e le loro attività legate all’azione governativa. Nel 1975-76 una speciale commissione del Congresso, presieduta dal senatore democratico Frank Church, indagò e tra le sue conclusioni che fecero più effetto in Europa ci furono le rivelazioni sulle pressioni  esercitate sistematicamente  da parte di aziende militari americane per vendere armi in Europa, Asia e Medioriente. La fase discendente della credibilità dell’intelligence americana culminò nel 1979 quando, in Iran, l’ambasciata americana fu posta sotto assedio dai pasdaran dell’ayatollah Komeyni.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante le tre successive presidente repubblicane, con Ronald Reagan (eletto nel 1980 e rieletto nel 1984) e George Bush Sr. (eletto nel 1988 e già ex direttore della Cia), <strong>l’intelligence americana si riprese anche in coincidenza con il progressivo collasso dell’Urss</strong>, il “nemico”. Allo stesso tempo, gli Usa restarono l’unica superpotenza. Ma la loro immagine, e quella dell’intelligence, subirono un improvviso e inaspettato colpo l’<strong>11 settembre 2001</strong>, cui seguì, inevitabilmente, un’ondata di polemiche contro i servizi segreti che non erano stati capaci di prevenirlo, forse a causa di un generale rilassamento seguito alla fine della Guerra fredda.  Giro di vite, riforme, dichiarazione di guerra al terrorismo “da colpire in qualsiasi parte del mondo”, guerra in Afghanistan e in Iraq, forte spinta sulle capacità tecnologiche e potenziamento della Nsa, l’agenzia di informazioni del Pentagono, protagonista delle ultime vicende dallo scorso giugno per la fuga, con documenti, di Snowden. Ma già dal 2010, Wikileaks aveva iniziato a diffondere centinaia di migliaia di documenti, questa volta principalmente comunicazioni delle sedi diplomatiche americane con pepati giudizi su leader esteri (di fatto era colpita l’intelligence del Dipartimento di Stato, cioè del ministero degli Esteri).</p>
<p style="text-align: justify;">Sintetizzata così una storia che in realtà è ben più complessa, <strong>sembra di assistere a una guerra tra i principali servizi d’intelligence americani</strong>, nella quale, tuttavia, entrano come comprimari i servizi di altri importanti Paesi. Parallelamente, si può scorgere, come in filigrana, <strong>un’altra guerra: quella contro la tendenza ad un particolare rafforzamento del ruolo della Presidenza</strong>: in un modo o nell’altro, da Nixon in poi, e nonostante la “popolarità” di presidenti come Reagan, Clinton e lo stesso Obama, di fatto il contropotere del Congresso ha riguadagnato posizioni nella<em>balance of power</em> degli Stati Uniti. Sotto un altro punto di vista, <strong>l’istituzione americana che, negli ultimi trent’anni, si è tendenzialmente rafforzata è stata la Fed; a seguire, e in parallelo, la Corte Suprema</strong>.  Ciò significa che la leadership mondiale conquistata dagli Usa con e dopo la Seconda guerra mondiale sta producendo una serie di contraccolpi all’interno del Paese che, da solo, produce oltre un quinto del Pil mondiale. In realtà poco emerge in superficie ma, se questa trema, è evidente che, in profondità, si è prodotto qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Seguendo la cronaca, emerge la <strong>difficoltà a riprendere il controllo della situazione</strong>. Sembra essersi scatenata una guerra di tutti contro tutti, che ha i due poli negli Usa e in Europa. Che terzi cerchino di approfittarne rientra nell’ordine delle cose, come l’episodio – da confermare – dello spionaggio russo nei confronti dei partecipanti al G-20 di San Pietroburgo. Del resto è noto che i congressi internazionali sono un’occasione d’oro per fare spionaggio. Qualche mese fa, i servizi segreti della Russia sembra che abbiano ordinato un certo numero di macchine da scrivere tradizionali, che non rilasciano segnali elettronici.</p>
<p style="text-align: justify;">James Clapper, capo della Dni (Office of the Director of National Intelligence), che è la struttura che sovrintende tutte le agenzie di intelligence americane, ha dichiarato che “anche i nostri alleati europei spiano i leader e i servizi d’intelligence americani”. Come dire che tutti spiano tutti. E il capo della Nsa, Keitt Alexander, ha detto: “Non abbiamo raccolto noi le informazioni sui cittadini europei ma questi dati erano forniti dai nostri partner europei”. Ovvero: <strong>erano gli stessi servizi europei a fornire a quelle americani informazioni e intercettazioni.</strong> Il che è senza dubbio vero per quanto riguarda il normale scambio di informazioni, e in particolare per quelle che riguardano la lotta al terrorismo o ad attività criminali. Ma forse non è tutta la verità e, probabilmente, Alexander intendeva qualcosa di più e questo scatenerà, all’interno dei servizi europei, la <strong>caccia ai funzionari tropo zelanti nei confronti dei colleghi americani</strong>. L’Ansa riferisce che “qualificate fonti” dei servizi italiani, commentando le dichiarazioni di Alexander, hanno detto che l’intelligence italiana non ha mai scambiato dati relativi a cittadini italiani con agenti americani.</p>
<p style="text-align: justify;">Per fare ualcosa, il presidente Obama, preso in giro perché nulla sapeva, ha ordinato alla Nsa di “limitare le intercettazioni nella sede della Nazioni Unite a New York”, dove è ben noto che tutti spiano tutti. Una mossa che non basta a calmare le critiche che gli vengono proprio dalle strutture dell’intelligence, come ha scritto il <em>Los Angeles Times</em>, che su questi temi è sempre bene infornato. Una fonte autorevole avrebbe detto: “Barack Obama ci ha scaricato, ci ha abbandonato al nostro destino, prendendo le distanze dallo scandalo Nsa”, proseguendo: “Il presidente potrebbe non aver ricevuto briefing sullo spionaggio dei leader, come dice la Nsa. Ma il Consiglio Nazionale della Sicurezza della Casa Bianca sapeva esattamente cosa stesse accadendo, sostenere il contrario è ridicolo”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono stati il <em>Corriere della sera</em> e <em>La Stampa</em> a rivelare che, al vertice di San Pietroburgo, i russi avevano regalato ai leader mondiali chiavette Usb per intercettare i contenuti dei loro cellulari e computer. Aggiungono che i primi sospetti sono venuti al presidente dell’Ue, Herman Van Rompuy, il quale ha avvertito i servizi di sicurezza europei e incaricato quelli tedeschi di esaminare queste chiavette. Secondo il <em>Corriere</em>, ”l’esito delle prime analisi è positivo”. Questo vuol dire che la Ue, oltre a prendersela con gli Usa, intende prendersela anche con la Russia? Intanto, la Commissione della Ue ha reagito con un “No comment” alle notizie pubbliche dai due giornali italiani, che di sicuro non sono state gradite, ma ha ammesso che “sono in corso le verifiche”.  Ovviamente i russi hanno parlato di “un chiaro tentativo di sviare l’attenzione da un problema realmente esistente, l’attività di spionaggio Usa oggetto di discussione ora tra le capitali europee e Washington”: così ha detto Dmitri Peskov, portavoce di Putin, che ha parlato di un’ipotesi “che non esiste”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta, ha dato mandato al sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per la sicurezza della Repubblica, Marco Minniti, di convocare per giovedì prossimo, 31 ottobre, alle ore 10.00, il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica (Cisr). All’ordine del giorno, questioni inerenti alla sicurezza delle telecomunicazioni, alla luce del caso Datagate e delle rivelazioni sullo scorso G20. A sua volta, il Direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS), ambasciatore Giampiero Massolo, ha riferito sugli sviluppi della vicenda Datagate, rispondendo alle numerose domande dei componenti del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica. Questa la linea di Massolo: Sì a chiarezza e regole con Usa; piena adesione dei servizi segreti italiani all’iniziativa europea di fare chiarezza sulla vicenda Datagate e stabilire regole future per la collaborazione con gli Stati Uniti, come chiesto dall’ultimo Consiglio europeo. Il sottosegretario Minniti, parlando del Datagate, ha detto che “l’intelligence non può essere una foresta in cui tutto è permesso e non è vero che il fine giustifica i mezzi: se i mezzi non sono corretti anche il fine viene inficiato”. Ha aggiunto: “Garantisco sulla correttezza, lealtà e funzione positiva dell’intelligence italiana”, ma ha ammesso che “è evidente che c’è un problema che riguarda l’intelligence Usa ed il rapporto tra questo mondo e l’Europa”. Infine il Copasir chiederà di ascoltare in audizione Glenn Greenwald, il giornalista del Guardian autore delle rivelazioni sul Datagate.</p>
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		<title>Scudo Usa, venti di guerra fredda: Mosca minaccia missili a Kaliningrade</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il Parlamentare]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 21:12:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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					<description><![CDATA[Il &#8216;reset&#8217; russo-americano rischia di naufragare sul progetto Usa di scudo antimissile in Europa, rievocando venti di guerra fredda e lo spettro di una nuova corsa al riarmo. Il leader del Cremlino Dmitri Medvedev ha infatti minacciato oggi in un discorso in tv una risposta in piu&#8217; fasi se dovessero fallire i negoziati con Washington [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_3483" aria-describedby="caption-attachment-3483" style="width: 469px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://ilparlamentare.it/2011/11/scudo-usa-venti-di-guerra-fredda-mosca-minaccia-missili-a-kaliningrade/guerra_fredda/" rel="attachment wp-att-3483"><img decoding="async" class="size-full wp-image-3483" title="guerra_fredda" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/guerra_fredda.jpg" alt="" width="469" height="263" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/guerra_fredda.jpg 469w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/guerra_fredda-300x168.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/guerra_fredda-160x90.jpg 160w" sizes="(max-width: 469px) 100vw, 469px" /></a><figcaption id="caption-attachment-3483" class="wp-caption-text">USA - URSS - Torna Guerra Fredda</figcaption></figure></p>
<p>Il &#8216;reset&#8217; russo-americano rischia di naufragare sul progetto Usa di scudo antimissile in Europa, rievocando venti di guerra fredda e lo spettro di una nuova corsa al riarmo. Il leader del Cremlino Dmitri Medvedev ha infatti minacciato oggi in un discorso in tv una risposta in piu&#8217; fasi se dovessero fallire i negoziati con Washington e con la Nato, pur sottolineando che &#8221;la Russia non chiude la porta&#8221; al dialogo: missili strategici a lungo raggio piu&#8217; sofisticati, missili balistici a corto raggio ai confini meridionali ed occidentali del Paese, tra cui gli Iskander nell&#8217;enclave di Kaliningrad in Europa, e l&#8217;uscita dal nuovo Start, il trattato russo-americano sul disarmo nucleare firmato nell&#8217;aprile 2010 da Medvedev e dal presidente Usa Obama.</p>
<p>Contromisure gia&#8217; ventilate in passato ma ribadite oggi sullo sfondo di una campagna elettorale (il 4 dicembre si vota per il parlamento) dai toni nazionalisti che vede un generale calo di consenso per Putin, Medvedev e il loro partito Russia Unita. Potrebbe quindi non guastare per il tandem far leva su un antiamericanismo ancora diffuso, come dimostra anche la gaffe di una giornalista russa che, mentre conduceva il telegiornale di Ren Tv, ha alzato il dito medio dopo aver pronunciato il nome del presidente americano in un servizio sul summit dell&#8217;Apec, finendo in uno dei filmati Youtube più visti in Russia e Usa. Del resto recentemente il braccio di ferro con Washington e&#8217; aumentato anche sulla Libia, sulla Siria e sull&#8217;Iran. La &#8221;minaccia&#8221; di Medvedev pare fosse contenuta nel discorso alla nazione previsto proprio per oggi ma poi rinviato a dopo il voto: il monito agli Usa, pero&#8217;, e&#8217; stato lanciato ugualmente.</p>
<p>Ed e&#8217; seguito con grande tempestivita&#8217; all&#8217;annuncio ieri che gli Usa non condivideranno piu&#8217; le informazioni con Mosca sulle forze non nucleari in Europa. Informazioni che gli americani hanno continuato a fornire nell&#8217;ambito del trattato Cfe sulle forze convenzionali nel Vecchio Continente, nonostante l&#8217;uscita della Russia nel 2007. Ora Mosca minaccia, come ultima ratio, anche l&#8217;uscita dallo Start, il maggior successo di politica estera di Obama, che rischierebbe cosi&#8217; un brutto colpo nella sua nuova corsa alla Casa Bianca. Dopo aver ottenuto dal nuovo presidente Usa una revisione del progetto di scudo antimissile in Europa, il Cremlino non e&#8217; tuttavia riuscito a strappare un coinvolgimento diretto ne&#8217; garanzie scritte che il sistema non e&#8217; diretto contro la Russia. Mosca ha proposto anche un nuovo trattato sulla sicurezza europea ma finora si e&#8217; sentita ignorata su tutti i fronti, mentre Washington procede a tappe nel suo progetto e ha gia&#8217; incassato l&#8217;adesione di Romania, Turchia, Polonia e Spagna. Anche oggi la Casa Bianca ha ribadito che lo scudo non e&#8217; contro la Russia e che non verra&#8217; modificato. Il progetto, concepito contro minacce missilistiche di Paesi come l&#8217;Iran, dovrebbe diventare operativo nel 2020. Finora non e&#8217; stato installato nulla di irreversibile, ma la risposta russa scatterebbe appena raggiunto &#8221;il punto di non ritorno&#8221;. &#8221;C&#8217;e&#8217; ancora tempo per giungere alla comprensione reciproca&#8221;, ha ricordato Medvedev, che vuole lasciare una porta aperta. Ma anche l&#8217;America deve fare i conti con una lunga campagna elettorale. E con una maggioranza parlamentare gia&#8217; repubblicana, tradizionalmente antirussa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella storia della capitale della Russia, momento fondamentale fu il periodo definito della Guerra Fredda. Per Guerra Fredda si intende la contrapposizione tra i due blocchi internazionali, gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica dopo la fine della seconda guerra mondiale. Si definisce per l’appunto “fredda” proprio perché quello che accadde, può essere definito come “tensione” che non sboccò mai in un vero e proprio conflitto armato diretto.</p>
<p>Ci furono moltissimi motivi, al di là di quelli puramente politici, per i quali la Guerra Fredda andò pian piano ad inasprirsi: primo tra tutti quello della supremazia tecnologica. L’invenzione della Bomba H e il progresso in campo spaziale furono questioni decisive: gli arsenali nucleari delle due potenze vennero costantemente ingranditi fino a che, grazie a degli accordi denominati START, si arrivò al de-armamento progressivo.</p>
<p>Ovviamente tutto si gestiva in base diplomatica e le due potenze non osavano rischiare più del necessario per evitare l’esplosione di una “guerra calda”.</p>
<p>Dunque se nulla si contrapponeva a livello militare ci doveva essere a questo punto un altro tipo di scontro: in realtà le azioni di disturbo venivano direttamente dalle ideologie politiche, soprattutto quelle economiche, ma anche filosofiche, sociali e culturali! Ci furono delle vere e proprie guerre di propaganda tra Washington e Mosca. In realtà Mosca criticava gli USA in quanto convinti promotori del capitalismo borghese e dell’avido imperialismo che ovviamente non badava ai bisogni dei lavoratori, mentre al contrario lo Stato Federale di Reagan finiva per chiamare l’Unione Sovietica “l’impero del male” come se fosse un’incarnazione di un nuovo totalitarismo, una vera e propria dittatura comunista!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con questo clima teso fino all’estremo la storia andò avanti, la guerra fredda si protrasse fino agli anni novanta e solamente in oriente, con la Guerra di Corea e la Guerra del Vietnam, l’inimicizia tra i due paesi si fece concreta. In realtà tra USA e URSS c’era un costante dibattito diplomatico, le relazioni non vennero mai distrutte e anzi andando avanti negli anni si fecero sempre più strette. Nel 30 agosto del 1963 per l’appunto entrava in funzione “la linea rossa”, cioè il primo collegamento telefonico tra le due capitali Mosca e Washington. Nell’ambito europeo il punto caldo del conflitto si posizionò sulla Germania, prontamente divisa tra Est (URSS) e Ovest (Alleati: Francia, Regno Unito e Stati Uniti), attraverso il famigerato Muro di Berlino.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nonostante oggi il periodo della Guerra Fredda sia stato superato senza alcun concreto problema, si è ancora di fronte ad una spietata competizione tra le due potenze mondiali, soprattutto per quanto riguarda le tecnologie spaziali e militari. Nel 2006 infatti i rapporti si sono incrinati a causa dello scudo spaziale lanciato dagli Stati Uniti e successivamente a causa dell’annuncio da parte dei russi dal Trattato sulla Riduzione/Controllo delle Armi Convenzionali in Europa.</p>
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