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	<description>News e Comunicazione su Politica e Attualità</description>
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		<title>Elezioni: &#8220;la difficile scelta del Nemico&#8221;. Attenta riflessione di Alessandro Corneli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il Parlamentare]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Jan 2013 19:07:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Alessandro Corneli In Italia, il bipolarismo non ce l’ha fatta. Ha lasciato l’odore, che per sé non è né gradevole né sgradevole. Ma lascia tracce che emergono nella difficoltà che i partiti principali hanno mostrato nel a trovare il Nemico. Nel bipolarismo, era facile. Silvio Berlusconi ha tentato una straordinaria capriola, che avrebbe annullato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_5431" aria-describedby="caption-attachment-5431" style="width: 469px" class="wp-caption aligncenter"><a class="lightbox" title="elezioni-vendola-bersani-di-pietro" href="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/elezioni-vendola-bersani-di-pietro.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-5431" title="elezioni-vendola-bersani-di-pietro" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/elezioni-vendola-bersani-di-pietro.jpg" alt="" width="469" height="263" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/elezioni-vendola-bersani-di-pietro.jpg 469w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/elezioni-vendola-bersani-di-pietro-300x168.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/elezioni-vendola-bersani-di-pietro-160x90.jpg 160w" sizes="(max-width: 469px) 100vw, 469px" /></a><figcaption id="caption-attachment-5431" class="wp-caption-text">A Vasto: Bersani tra Vendola e Di Pietro</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;">di <strong>Alessandro Corneli</strong></p>
<p>In Italia, il bipolarismo non ce l’ha fatta. Ha lasciato l’odore, che per sé non è né gradevole né sgradevole. Ma lascia tracce che emergono nella difficoltà che i partiti principali hanno mostrato nel a trovare il Nemico. Nel bipolarismo, era facile.</p>
<p><strong>Silvio Berlusconi</strong> ha tentato una straordinaria capriola, che avrebbe annullato la negatività che aveva accumulato nel periodo immediatamente precedente e seguente alle sue dimissioni nel novembre 2011: indurre Mario Monti ad assumere la leadership di “tutti i moderati”. Non gli è riuscita ma, essendosi più degli altri identificato nel bipolarismo, ha imboccato rapidamente la strada: <strong>il Nemico è Bersani, ultima incarnazione del Nemico di sempre, la sinistra</strong>. Poiché l’odore del bipolarismo è ancora disperso nell’aria che respiriamo, questa scelta gli sta portando risultati: i sondaggi registrano un suo recupero.</p>
<p>Pierluigi Bersani avrebbe preferito la logica bipolare. Non a caso, ha fatto di tutto per rallentare una modifica della legge elettorale: il Porcellum gli andava e gli va benissimo (come a Berlusconi). E così è andata. Aveva cominciato da lontano, dal convegno di Vasto, quando aveva stretto a sé Nichi Vendola e Antonio Di Pietro. Poi <strong>si è accorto che i due alleati toglievano voti al Pd, e allora ha dovuto fare una scelta: si è tenuto Vendola e ha lasciato Di Pietro andare alla deriva</strong>. Le dimissioni di Berlusconi, il pronto appoggio al governo tecnico, hanno consentito a Bersani di recuperare punti nei sondaggi sulle intenzioni  di voto, e questo gli ha dato coraggio fino a fargli accettare delle primarie libere in cui Matteo Renzi  gli ha dato del filo da torcere, almeno nella prima tornata. Gli sarebbe piaciuta un’intesa di non belligeranza con Monti, ma come giustificare di fronte al suo elettorato il voto del Pd a favore di tanti provvedimenti pesanti varati dal governo tecnico? La tentazione è stata forte di combattere su due fronti: contro Monti e contro Berlusconi, ma la consapevolezza di correre un grave pericolo lo ha fermato. Così, <strong>alla fine, ha dichiarato: il Nemico è Berlusconi, responsabile di tutte le difficoltà presenti e future.</strong> Un bipolarismo di ripiego, un trinceramento di sicurezza.</p>
<figure id="attachment_5433" aria-describedby="caption-attachment-5433" style="width: 469px" class="wp-caption aligncenter"><a class="lightbox" title="Antonio-Ingroia" href="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Antonio-Ingroia.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-5433" title="Antonio-Ingroia" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Antonio-Ingroia.jpg" alt="Antonio Ingroia" width="469" height="263" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Antonio-Ingroia.jpg 469w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Antonio-Ingroia-300x168.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Antonio-Ingroia-160x90.jpg 160w" sizes="(max-width: 469px) 100vw, 469px" /></a><figcaption id="caption-attachment-5433" class="wp-caption-text">Antonio Ingroia</figcaption></figure>
<p>Bersani deve però registrare il fatto che,<strong>per Vendola</strong>, suo principale alleato, <strong>il Nemico è Monti</strong>. Anche <strong>per Antonio Ingroia il Nemico è Monti</strong>. Entrambi pescano sul serbatoio dell’ala sinistra del Pd. Ma Vendola sta dentro l’alleanza, Ingroia è fuori e contro, e punta espressamente sulle contraddizioni del Pd. Pungolato dalla “grande stampa”, Bersani ha detto “no” alla patrimoniale, ma Venìdola e Ingroia la vorrebbero. L’idea bersaniana di rimodulare l’Imu avrebbe qualche possibilità se, dalla dichiarazione di principio, scendesse a qualche numero.</p>
<p>E <strong>Mario Monti</strong>? A secondo di come andranno le elezioni e di come si formerà il governo, le analisi sulla sua campagna elettorale si sprecheranno.<strong>Verrà fuori o come un genio o come un ingenuo</strong>. Intanto è già possibile dire qualcosa. Anzitutto ha fatto un po’ di vuoto intorno a sé: Passera si è defilato, o è stato costretto a defilarsi: un concorrente alla premiership in meno. Poi la Lista Monti ha attirato consensi, svuotandole, sia dall’Udc di Pierferdinando Casini (ridotto al 4%) sia da Fli di Gianfranco Fini (che oscilla intorno all’1%). <strong>Quindi Monti ha detto</strong> <strong>che</strong>, poiché il centrosinistra è “sinistra” e il centrodestra è “destra”, <strong>il futuro è lui</strong>: delle riforme, della ripresa, della riduzione delle tasse, della modifica dell’Imu, del no al redditometro (e anche del no al Quirinale). Una sfida a tutto campo, una guerra su due fronti, <strong>un ripudio netto e coerente del bipolarismo</strong>. Ma fino ad oggi i sondaggi non lo premiano: dal 12% al 15%. Che possa portare via voti a destra e a sinistra è difficile: il suo serbatoio è il circa 30% di elettori che al momento sono ancora decisi di non andare a votare. Ma ,se cambieranno idea, si sparpaglieranno, lasciando inalterati i rapporti proporzionali. Qualche battuta arrogante, qualche battuta fuori dalle righe mentre le reiterate accuse al governo “precedente” dimostrano che <strong>l’odore di bipolarismo penetra anche nelle fila montiane</strong>.</p>
<p><strong>Per Beppe Grillo</strong> non ci sono problemi: <strong>il Nemico è tutti</strong>. Non solo i partiti ma anche i sindacati, eccetto la Fiom. Il leader del Movimento 5 Stelle ha rotto un tabù: nessuno, in Italia, aveva mai attaccato le confederazioni sindacali che si sono subito ricompattate e che probabilmente si impegneranno maggiormente nella campagna elettorale. Però Grillo ha toccato un nervo scoperto del sistema-Italia. <strong>L’attacco ai sindacati gli poterà il consenso</strong> di chi pensa che essi abbiano avuto non poche responsabilità nel declino industriale del Paese e nel ritardo con cui sono state fatte alcune riforme. Dai picchi del 16-18%, Grillo è sceso al 10-12% ma il fronte aperto sui sindacati potrebbe portargli altri consensi.</p>
<p>Infine, per quanto i partiti abbiano un po’ ripulito le liste dei candidati eliminando alcuni cosiddetti i<strong>mpresentabili</strong>, e per quanto enfatizzeranno questa operazione, <strong>la gente sa che non erano questi quattro o otto gatti ad affondare le finanze pubbliche</strong>. L’operazione potrebbe dare risultati inferiori alle aspettative o risultare controproducente.</p>
<p>Fonte GR&amp;RG</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il rischio di elezioni truccate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il Parlamentare]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Jan 2013 18:58:22 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a class="lightbox" title="Elezioni-2013" href="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Elezioni-2013.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-5428" title="Elezioni-2013" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Elezioni-2013.jpg" alt="" width="469" height="263" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Elezioni-2013.jpg 469w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Elezioni-2013-300x168.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Elezioni-2013-160x90.jpg 160w" sizes="(max-width: 469px) 100vw, 469px" /></a>di <strong>Alessandro Corneli</strong></p>
<p>La notizia, data dai giornali del 17 gennaio, di un incontro “segreto” tra <strong>Mario Monti e Pierluigi Bersani</strong>, il cui oggetto sarebbe stato un accordo di desistenza in alcune Regioni per consentire al Pd e al Centro di conquistare con maggiore facilità un certo numero di seggi, è stato smentito, ma ha allarmato Pierferdinando Casini che si è sentito scavalcato da Monti e ha provocato nette prese di distanza da accordi di tal genere da parte di Antonio Ingroia e Antonio Di Pietro. Ragion per cui la segreteria del Pd ha cominciato a dare qualche riconoscimento ai seguaci di Matteo Renzi che, secondo diversi osservatori, potrebbero spostare i loro voti sul Centro e ridurre l’ampiezza del successo di Bersani.</p>
<p>Come se non bastasse la distorsione creata dal premio di maggioranza, l’ipotesi di intese pre-voto per sfruttare al massimo la legge elettorale accentua l’impressione che <strong>queste elezioni</strong>, doverose ma politicamente inutili, <strong>potrebbero anche essere truccate</strong> da questo genere di accordi. Non c’è però da scandalizzarsi. Dai vertici dei partiti sono sempre passate agli elettori parole d’ordine da attuarsi nelle cabine elettorali. Il desiderio dei leader si incontra con quello dei militanti e degli elettori. <strong>È inutile illudersi sulla distinzione tra partiti, elettori e istituzioni. La democrazia è congegnata per tenere insieme questi tre elementi e ciascuno di essi trae il proprio profitto</strong>.</p>
<p>Televisione e radio, giornali e new media, comizi in piazza o al chiuso, manifesti. e-mail, sms, twitter e face book, siti e blog, accuse e promesse, sono funzionali al voto di scambio che, dalle preferenze all’interno di una singola lista, adesso è diventato un negoziato diretto tra interi partiti: non si può né vietare né fermare tutto questo. Illudersi che a tutti i candidati sia concesso lo stesso spazio comunicativo, che tutti i candidati si limitino ad illustrare i propri programmi in modo preciso e dettagliato, che gli elettori si trasformino in severi e implacabili giudici come quelli che assistono alle gare di ginnastica alle Olimpiadi è – appunto – pura illusione. Perché, <strong>dietro i partiti e i candidati, ci sono masse di tifosi che aspettano il gol e i premi del dopo-partita. </strong>Certe illusioni possono essere giuste, ma restano illusioni.</p>
<p>Non può essere altrimenti se si pensa che chi vince, collocandosi al vertice dello Stato o degli Enti locali, gestisce per alcuni anni la metà del Pil, ovvero la ridistribuisce con un occhio di riguardo per coloro che gli hanno consentito di vincere. Si può restringere questa quota, ma non annullare. Dovrebbe esistere un corpo intermedio di funzionari dello Stato e degli Enti territoriali formalmente e sostanzialmente estraneo alla politica per garantire una meritocrazia ex ante e un giudizio corretto ex post nella gestione del denaro pubblico. Ma non c’è perché la democrazia lo ha divorato, lo ha assimilato, ne ha fatto carne della sua carne.</p>
<p><strong>La democrazia è il sistema per cui una parte, quella maggioritaria, rappresenta il tutto e, grazie a questa rappresentanza, gestisce il tutto, anche se a prevalente vantaggio di una parte</strong>. Dietro le belle parole e i principi costituzionali, questa è la realtà. In questa fase storica di riduzione della sovranità degli Stati, le classi politiche elette si accontentano di fungere da mediatori tra i poteri trans-statali e i cittadini che pensano di essere i detentori della sovranità. Il gioco vale la candela perché i mediatori sanno sempre come ricavare per sé qualche vantaggio.</p>
<p>Fonte GR&amp;RG</p>
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		<title>Quirinale, la conquista del Palazzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il Parlamentare]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Jan 2013 18:35:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Alessandro Corneli Lo avevo anticipato l’11 gennaio (Vedi articolo: Quirinale, partiti i primi due siluri), ma la battaglia per il Quirinale è stata ufficialmente aperta il 15 gennaio da Silvio Berlusconi che ha detto di essere disposto a votare Mario Draghi. Il quale ha subito fatto sapere di essere intenzionato a restare alla guida [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_5423" aria-describedby="caption-attachment-5423" style="width: 469px" class="wp-caption aligncenter"><a class="lightbox" title="palazzo-quirinale" href="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/palazzo-quirinale.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-5423 " title="palazzo-quirinale" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/palazzo-quirinale.jpg" alt="Veduta della restaurata Galleria di Alessandro VII del Palazzo del Quirinale" width="469" height="263" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/palazzo-quirinale.jpg 600w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/palazzo-quirinale-300x168.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/palazzo-quirinale-480x268.jpg 480w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/palazzo-quirinale-469x262.jpg 469w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/palazzo-quirinale-160x90.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 469px) 100vw, 469px" /></a><figcaption id="caption-attachment-5423" class="wp-caption-text">Veduta della restaurata Galleria di Alessandro VII del Palazzo del Quirinale</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;">di <strong>Alessandro Corneli</strong></p>
<p>Lo avevo anticipato l’11 gennaio (Vedi articolo: Quirinale, partiti i primi due siluri), ma la battaglia per il Quirinale è stata ufficialmente aperta il 15 gennaio da Silvio Berlusconi che ha detto di essere disposto a votare Mario Draghi. Il quale ha subito fatto sapere di essere intenzionato a restare alla guida della Bce fino alla scadenza del mandato nell’ottobre 2019. Poiché Berlusconi detta i modi di questa campagna elettorale, tutti <strong>i giornali hanno tolto il velo sulla corsa per il Quirinale</strong>. Il <em>Corriere della Sera</em>del 16 gennaio ha messo le mani avanti: “Sul Quirinale trattativa che sarà ‘svincolata’ dagli equilibri di governo”, aggiungendo però: “Salgono le quotazioni di Giuliano Amato”. Quello che avevo scritto l’11 gennaio.</p>
<p>Come è noto, i primi nomi che vengono fatti, di solito lo sono per essere bruciati. Così anche Mario Draghi, che non desidera nemmeno essere scottato, ha chiuso le illazioni. Per la verità il suo nome circolava da tempo: Berlusconi ha solo sollevato il coperchio. Circolava nell’ambito di un disegno più vasto, del quale mi limito a dire che prevedeva l’elezione alla presidenza del Senato di Pierferdinando Casini sulla scia di una forte affermazione del “centro” alle prossime elezioni. Non solo i sondaggi non lo confortano, ma mentre per la presidenza della Camera avanza la candidatura di Dario Franceschini, Bersani deve evitare che al Senato, se dovesse assumere la guida del Governo, ci fosse un presidente che, invece di velocizzare i disegni di legge,  li sottoponesse prima ad un “vaglio tecnico”. Dopo essersi dato tanto da fare, Casini potrebbe raccogliere assai poco.</p>
<p>Un Pierluigi Bersani vincitore delle elezioni, potrebbe ritentare l’operazione di Prodi nel 2006 quando riuscì a fare eleggere Giorgio Napolitano al Quirinale con i soli voti del centrosinistra. Adesso <strong>Bersani potrebbe lanciare Massimo D’Alema</strong>, cui deve la conquista della Segreteria del partito, <strong>o Romano Prodi</strong>, per garantirsi l’appoggio di tutte le componenti del Pd. <strong>Questa strategia passa per un contenimento del partito di Monti-Casini-Fini</strong> e sembra prevalere poiché Bersani ha detto: “Chi non vota Pd aiuta Berlusconi”, che equivale alla linea scelta da Berlusconi: “Il mio rivale è Bersani”. <strong>Ha rincarato la dose Franceschini</strong> che, commentando le aperture di Monti sulla riduzione delle tasse, ha detto: “Non si risponde al pifferaio (così Monti aveva definito Berlusconi, rinunziando con palese sforzo al linguaggio tecnico – ndr) suonando il piffero”. Poi, rivolgendosi direttamente a Monti, ha aggiunto con freddezza: “Forse si fa prendere la mano da un’avventura in politica che non conosce. Gli consiglio un po’ di prudenza” (da <em>la Repubblica</em> del 16 gennaio). Ovviamente <strong>Monti non ci sta ad essere schiacciato dalla logica bipolare Bersani-Berlusconi</strong>: “Il voto utile sono io”, ha detto, spiegando: “Non esiste un voto di serie A o di serie B, ci dispiace che il segretario democratico usi questo vecchio modo di considerare gli elettori”. Casini – che si sente un po’ isolato – ha detto che “Bersani e Berlusconi sono parallelamente d’accordo”.</p>
<p>Bersani non crede alla rimonta di Berlusconi. Per questo vuole contenere al massimo il “centro” di Monti e Casini e apre anche ad Ingroia, seguendo la vecchia tattica di <strong>non avere nemici a sinistra</strong>. Ma è costretto a pensare fin da ora alla battaglia per il Quirinale poiché <strong>spetterà al nuovo Capo dello Stato “proteggere” la vittoria del centrosinistra</strong>. Sembra evidente che Berlusconi, che comunque disporrà di un buon pacchetto di voti nel Parlamento riunito in seduta comune dal 15 aprile per eleggere il successore di Napolitano, preferirebbe un candidato sufficientemente lontano dal Pd, come potrebbe essere Giuliano Amato che, dati i suoi precedenti, non avrebbe scrupoli a prendere decisioni forti se la situazione politica, ed eventualmente anche economica, dovesse precipitare. Potrebbe spingere per una riedizione della “grande coalizione”, che declasserebbe la vittoria elettorale del Pd. Ma poi siamo sicuri che il Presidente della Repubblica italiana non sia scelto anche con la partecipazione di soggetti esterni al Parlamento?</p>
<p>Fonte GR&amp;RG</p>
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