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	<title>Eurozona &#8211; Il Parlamentare</title>
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	<description>News e Comunicazione su Politica e Attualità</description>
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		<title>Mario Draghi:Eurozona progredisce moderatamente. Merito dei costi dell&#8217;energia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il Parlamentare]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Nov 2015 10:54:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi politica]]></category>
		<category><![CDATA[Eurozona]]></category>
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					<description><![CDATA[Il presidente della Bce Mario Draghi dice che la ripresa economica dell&#8217;Eurozona progredisce moderatamente. Gli ultimi dati &#8220;hanno confermato che la ripresa economica nell&#8217;area euro sta progredendo moderatamente&#8221; ha affermato Draghi durante una audizione al Parlamento europeo. &#8220;Finora l&#8217;attività ha mostrato un qualche grado di resistenza a fronte delle influenze esterne che tendono ad indebolire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_9946" aria-describedby="caption-attachment-9946" style="width: 790px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/mario-draghi4.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-full wp-image-9946" alt="Mario Draghi" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/mario-draghi4.jpg" width="790" height="466" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/mario-draghi4.jpg 790w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/mario-draghi4-300x176.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/mario-draghi4-457x270.jpg 457w" sizes="(max-width: 790px) 100vw, 790px" /></a><figcaption id="caption-attachment-9946" class="wp-caption-text">Mario Draghi</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Il presidente della <strong>Bce Mario Draghi</strong> dice che la ripresa economica dell&#8217;Eurozona progredisce moderatamente. Gli ultimi dati &#8220;hanno confermato che la ripresa economica nell&#8217;area euro sta progredendo moderatamente&#8221; ha affermato Draghi durante una audizione al Parlamento europeo. &#8220;Finora l&#8217;attività ha mostrato un qualche grado di resistenza a fronte delle influenze esterne che tendono ad indebolire la domanda. Mentre la domanda esterna ha frenato, le quote di esportazioni sono cresciute&#8221;. <strong>&#8220;I costi dell&#8217;energia più bassi e le nostre misure di politica monetaria stanno sostenendo i consumi</strong> &#8211; ha detto Draghi &#8211; e in maniera crescente la formazione di capitale&#8221;. Draghi ha ribadito anche che la Bce &#8220;riesaminerà&#8221; il livello dei suoi stimoli monetari all&#8217;economia a dicembre, pronta ad &#8220;avvalersi di tutti gli strumenti disponibili&#8221; nel caso giudicasse che i suoi obiettivi di ripristino dell&#8217;inflazione a livelli accettabili risultassero a rischio. Ipotesi in cui &#8220;non esiteremo ad agire&#8221;. Il presidente della Bce ha quindi fornito alcune novità su questo fronte, rispetto alla ridda di ipotesi che si erano succedute tra gli analisti quando, a fine estate, iniziò a preparare il terreno ad un potenziamento della manovra. Di fatto, ha lasciato capire che una delle prime leve di intervento potrebbe essere una proroga dell&#8217;attuale piano di acquisti di titoli, originariamente concepiti per durare fino al prossimo settembre. E poi ha parlato di non meglio precisati <strong>&#8220;altri strumenti&#8221;, con cui rafforzare &#8220;l&#8217;impatto&#8221; delle operazioni.</strong> Comunque, ha rivendicato che il piano &#8220;è uno strumento particolarmente flessibile e potente&#8221;.</p>
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		<title>La Grande Mistificazione: l&#8217;EUROPA e l&#8217;EURO dopo la CRISI &#8211;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il Parlamentare]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Dec 2013 17:37:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Top News]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro corneli]]></category>
		<category><![CDATA[Conti pubblici]]></category>
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		<category><![CDATA[mistificazione finanziaria]]></category>
		<category><![CDATA[romano prodi]]></category>
		<category><![CDATA[Silvio Berlusconi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alessandro Corneli/grrg.eu/ Le notizie di oggi scacciano quelle di ieri, la memoria svanisce. I discorsi (specie dei politici) che riguardano il futuro promettono sempre qualcosa di positivo. Da oltre due anni ci si racconta – non solo in Italia –  che, dopo la fase di austerità e correzione dei conti pubblici, ci sarà la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure style="width: 790px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/svalutazione-euro.jpg"><img decoding="async" alt="svalutazione-euro-crisi-dollaro-mistificazione finanziaria" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/svalutazione-euro.jpg" width="790" height="466" /></a><figcaption class="wp-caption-text">La Grande Mistificazione: l&#8217;Europa e l&#8217;Euro prima e dopo la Crisi</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;">di Alessandro Corneli/grrg.eu/</p>
<p style="text-align: justify;">Le notizie di oggi scacciano quelle di ieri, la memoria svanisce. I discorsi (specie dei politici) che riguardano il futuro promettono sempre qualcosa di positivo. Da oltre due anni ci si racconta – non solo in Italia –  che, dopo la fase di austerità e correzione dei conti pubblici, ci sarà la ripresa e che ciò che vene fatto è ben fatto. Non si dimentica di aggiungere qualche variante locale. In Italia,  Monti e Letta hanno spesso ripetuto  che l’eredità che avevano ricevuto era disastrosa, dovuta a una politica (quella di Berlusconi) fatta, soprattutto a partire dal 2007-2008, cioè dopo l’inizio della grande crisi finanziaria, senza consapevolezza, negando la crisi, evitando di prendere provvedimenti seri. E poi, naturalmente, c’è la crisi stessa, per superare la quale, occorre “più Europa” anziché “meno Europa” perché l’Europa ha la ricetta giusta. In genere, ci si fida di un medico dopo avere sperimentato che le sue diagnosi e le sue terapie hanno funzionato bene, ma non ci si fida di un medico che ha sbagliato diagnosi e terapie. Per le sue passate performance, possiamo fidarci dell’Europa?</p>
<p style="text-align: justify;">Ho letto il <strong>Working Paper n. 56</strong> del Centro Studi Confindustria, licenziato a <strong>dicembre 2006</strong>, quindi elaborato prima della crisi, durante il secondo governo Prodi, ex presidente della Commissione ed europeista convinto. All’epoca, presidente di Confindustria era Luca Cordero di Montezemolo. Benché, come si legge nel frontespizio, le valutazioni espresse impegnino esclusivamente i loro autori (nel caso specifico: Anna Ruocco e Ciro Rapacciuolo), la pubblicazione è pur sempre di Confindustria e del suo Centro Studi. Il tiolo: “Nessuno stimolo alla crescita dell’area dell’euro dalla politica economica? Alcune evidenze empiriche”. <strong>Il periodo esaminato va dal 2002 (anno dell’introduzione della moneta unica nelle tasche dei cittadini dell’Eurozona) al 2005, ovvero termina due anni prima dell’inizio della crisi finanziaria</strong>. Quindi nella fase ascendente ed euforica dell’introduzione della moneta unica.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ricordo se questo studio ebbe qualche impatto. Bisognerebbe cercare nei giornali dell’epoca. È uno studio importante perché compilato ex ante, rispetto alla crisi, quando nessuno la intravvedeva dietro l’angolo, e non è nemmeno uno studio ex post, nel quale i dati empirici possono essere raggruppati con il senno di poi. È questo genere di lavori che bisognerebbe rispolverare di tanto in tanto, perché consentono un esame non condizionato dall’attualità e dalle relative polemiche. Esso <strong>ci consente di valutare il funzionamento (lungimiranza, mezzi, politiche) dell’Unione europea prima della crisi, onde accordarle fiducia o esprimere qualche perplessità prima di concederle maggiori poteri</strong> come essa chiede secondo una logica di accanimento terapeutico. Perché l’argomento forte “occorre più Europa” è tautologico e indimostrabile; è solo un atto di fede; meglio: è una scelta politica, che può rivelarsi disastrosa sul piano economico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, bastano poche citazioni di quel testo per smantellare tutte le considerazioni che da qualche tempo vanno per la maggiore e anche per filtrare, opportunamente, certe dichiarazioni che riguardano il futuro e che sollecitano certe politiche. (Miei i grassetti all’interno delle citazioni riportate tra virgolette)</p>
<p style="text-align: justify;">L’inizio del saggio non consente interpretazioni diverse e di comodo: “Tra il 2002 e il 2005 il PIL dell’area dell’euro è cresciuto in media dell’1,2% all’anno, <strong>un ritmo di crescita molto inferiore a quello degli Stati Uniti e a quelli sperimentati in passato dal Continente</strong>… Il rallentamento dell’area dell’euro è dovuto a fattori di debolezza strutturale interni (nel mercato del lavoro, delle merci, dei servizi) aggravati dalla concorrenza sempre più agguerrita da parte dei paesi emergenti”. Osservo: l’euro non ha fatto bene alla crescita, l’ha rallentata. Oppure i fattori indicati avrebbero agito comunque e l’euro sarebbe superfluo? Oppure i calcoli sui benefici che ciascun Paese aderente ha effettuato sono stati così egoistici da elidersi? In questo caso, l’europeismo dichiarato dai sottoscrittori era pura finzione o pura illusione (come quello di chi, in Italia, pensava di poter diluire il debito pubblico nella vasca europea).</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordando che lo studio non si riferisce all’Italia ma a tutta l’Eurozona, osservo che l’elenco dei fattori di debolezza strutturale implica una rimozione del tipo: “spostate di 100 km il Monte Bianco, spianate il Massiccio Centrale, abolite i Pirenei”, e simili. Ovvero: si fa presto a dire, ma <strong>una politica seria deve essere soprattutto realistica, altrimenti è velleitaria</strong> <strong>e si traduce in una auto-assoluzione</strong> di fronte agli obiettivi mancati. Quanto alla concorrenza sempre più agguerrita da parte dei paesi emergenti, o si è (era) in grado di capire le conseguenza della globalizzazione oppure li si è immaginati come alieni extraterrestri.</p>
<p style="text-align: justify;">Aggiungo di mio i seguenti dati:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;          il 2 gennaio 2002 il cambio euro/dollaro era di 1,106</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;          il 2 gennaio 2003 il cambio euro/dollaro era di 0,957</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;           il 2 gennaio 2004 il cambio euro/dollaro era di 0,794</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;           il 3 gennaio 2005 il cambio euro/dollaro era di 0,740</p>
<p style="text-align: justify;">&#8211;           Il 24 dicembre 2013 (a titolo di confronto) era di 0,730</p>
<p style="text-align: justify;">Rilevo inoltre che l’apprezzamento sempre più deciso dell’euro nei confronti del dollaro iniziò a partire dall’ottobre 2004 quando il cambio scese al di sotto dello 0,800. Quindi, per quasi due anni, l’euro non dovette pagare il costo di una sopravvalutazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Procediamo con le citazioni: “I vincoli alle politiche di bilancio, imposti dalla normativa europea, <strong>non hanno indotto i Paesi membri a ridurre la spesa corrente al netto degli interessi</strong>, che nell’area dell’euro, tra il 1998 e il 2005, è perfino cresciuta, seppure di poco” (con due eccezioni: Austria a Germania – è ricordato in nota).  Rilevo che porre dei vincoli e non vederli rispettati può apparentemente assolvere il medico che ordina una medicina ma il malato non la prende. Ma in questo caso sbaglia il medico che non sa che il paziente non può sopportare una certa medicina. O si voleva indebolire ulteriormente chi era già debole?</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora: “A partire dal 2002, con il rallentamento dell’economia europea, <strong>la politica di bilancio non solo non ha svolto una funzione di sostegno alla crescita ma ha mancato pure l’obiettivo del risanamento</strong>”. Poiché, aggiungono gli autori, gli Stati membri sono tenuti a perseguire nel medio termine il risanamento dei conti pubblici, ma non hanno vincoli sul “come” raggiungere tale risultato, “in molti casi questo ha indotto i governi ad attuare politiche di bilancio con discreti risultati nel breve periodo rinviando però al futuro la soluzione dei problemi strutturali”. Osservo: come dire che il comandante ordine al plotone di marciare compatto per venti km ma il plotone si sbanda e ciascuno va per conto suo. Che si fa? Si rimuove il comandante.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli autori esaminano poi la politica monetaria della Bce. Non trascurando le variazioni di indirizzo nei passaggi da un presidente all’altro (da Duisenberg a Trichet), sostengono che essa, “pur senza averlo come obiettivo esplicito,<strong> ha esercitato un’azione di sostegno ciclico dell’economia</strong> europea nelle fasi depressive(2001-2005) e un’azione restrittiva nelle fasi di crescita sostenuta (1999-2001)”. Osservo: ciò vuol dire che<strong> se la Bce ha fatto bene, lo ha fatto ai margini dei suoi compiti istituzionali</strong>. Ciò può incoraggiare chi vuole dare più poteri alla Bce, ma va a critica di chi l’ha concepita male. Se l’architetto sbaglia, la costruzione crolla, prima o poi.</p>
<p style="text-align: justify;">Rilevate infine le discrasie tra politiche di bilancio e politica monetaria, gli autori concludono “che l<strong>a politica economica complessiva non ha fornito quello stimolo alla crescita nell’area che avrebbe potuto esercitare</strong>”. Osservo: in linguaggio crudo, ha fallito. E ha fallito in tempi normali, non in tempi di crisi. Possiamo fidarci?</p>
<p style="text-align: justify;">È bene precisare che gli autori non mostrano tracce di scetticismo sul processo di integrazione europea e sull’euro. Anzi: per il 2006 percepivano segnali positivi. Ma, a loro avviso, i dati empirici dimostrano che nel quadriennio 2002-2005 “le politiche di bilancio nell’area dell’euro, condizionate dal rispetto di rigidi target numerici sul deficit, <strong>non solo non hanno raggiunto l’obiettivo di risanare in modo stabile i conti pubblici, ma non hanno nemmeno perseguito un efficace sostegno della crescita nell’area</strong>, né nel lungo termine – come sarebbe negli obiettivi – né nel breve”. Ripeto: allora c’è da fidarsi?</p>
<p style="text-align: justify;">In questi ultimi anni, a crisi finanziaria esplosa, è stata accentuata la linea del rispetto di “rigidi target numerici” che, in sostanza, ha però avuto un solo obiettivo: salvare le banche attraverso l’austerity imposta ai popoli. Si può ammettere che una crisi bancaria avrebbe travolto il Continente e staremmo peggio di quanto stiamo, ma si deve anche ammettere che <strong>la politica europea pre-crisi ha fallito i suoi obiettivi</strong>. È vero che, nel dicembre 1991, quando furono fissati i parametri di Maastricht, si prevedeva a una lunga fase di crescita del 5% annuo, ma poi bisognava, non appena questo traguardo apparve irraggiungibile, correre ai ripari anziché irrigidirsi. Come tuttora si tende a fare e avendo indebolito, anche se in misura disuguale, tre delle quattro maggiori potenze economiche dell’Ue: Spagna, Italia e Francia (la prima potenza, la Germania, almeno all’apparenza non sembra essersi indebolita ma il coperchio sulle pentole delle sue banche non è stato ancora sollevato ). In ogni caso, è piena disinformazione considerare la crisi attuale come risultato macroscopico della crisi finanziaria esplosa negli Stati Uniti; bisogna invece ammettere che, prima che questa arrivasse, l’Europa era già fuori strada.</p>
<p style="text-align: justify;">Piuttosto che correre a tappare una falla dopo l’altra, e proseguire la navigazione, reprimendo ogni tentativo di ammutinamento, sarebbe più opportuno volgere la prua verso un grande cantiere navale e sottoporre il gigante a una revisione integrale, cambiando i pezzi e le regole di ciò che non ha funzionato. Forse chi sta in prima classe sente meno i contraccolpi, ma se la nave affonda, affondano tutti.</p>
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		<title>Crisi finanziaria: parliamoci chiaro e cerchiamo di capire cos&#8217;è</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il Parlamentare]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Nov 2013 14:26:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[crisi finanziaria]]></category>
		<category><![CDATA[dark pools]]></category>
		<category><![CDATA[Eurozona]]></category>
		<category><![CDATA[grande crisi 2008 2013]]></category>
		<category><![CDATA[hedge fund]]></category>
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					<description><![CDATA[Redazione Il Parlamentare.it/ Wikipedia/ Cari Amici, diciamo la verità: questa crisi sappiamo tutti che c&#8217;è ma non abbiamo capito il perché le nostre generazioni hanno smesso di sognare una bella pensione, una sanità che funzioni bene, l&#8217;accesso al Cibo Sano che, ovviamente ha il suo costo, etc., etc. Nessuno, però, ci spiega cosa sta accadendo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure style="width: 702px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/crisi-finanziaria.jpg"><img decoding="async" alt="crisi economica" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/crisi-finanziaria.jpg" width="702" height="412" /></a><figcaption class="wp-caption-text">Crisi economica: pochi sanno cosa sta realmente accadendo</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;">Redazione Il Parlamentare.it/ Wikipedia/</p>
<p style="text-align: justify;">Cari Amici, diciamo la verità: questa crisi sappiamo tutti che c&#8217;è ma non abbiamo capito il perché le nostre generazioni hanno smesso di sognare una bella pensione, una sanità che funzioni bene, l&#8217;accesso al Cibo Sano che, ovviamente ha il suo costo, etc., etc. Nessuno, però, ci spiega cosa sta accadendo per davvero e perché il nostro Paese ci chiede una quantità così infinita di sacrifici da poterlo ormai ritenere il primo nemico del vivere democratico. Un Governo politico che si nasconde dietro l&#8217;inviolabilità della Costituzione per violare i diritti fondamentali dell&#8217;Uomo, invece, è ciò che inizia a darci preoccupazioni. In ogni caso c&#8217;è solo un modo per saper cos&#8217;è la crisi mentre tutti sono impegnati a produrla: entrare su internet e cercare &#8220;crisi&#8221;. Risponde Wikipedia che ci dice cos&#8217;è la crisi economica che stiamo vivendo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>DA WIKIPEDIA: COS&#8217;E&#8217; LA &#8220;GRANDE CRISI FINANZIARIA 2008-2013&#8221;</strong><br />
La crisi economica del 2008-2013 (chiamata anche grande recessione) ha avuto avvio nel 2008 in tutto il mondo in seguito ad una crisi di natura finanziaria (originatasi negli Stati Uniti con la crisi dei subprime). Tra i principali fattori della crisi figurano gli alti prezzi delle materie prime (petrolio in primis), una crisi alimentare mondiale, un&#8217;elevata inflazione globale, la minaccia di una recessione in tutto il mondo e per finire una crisi creditizia con conseguente crollo di fiducia dei mercati borsistici. Viene considerata da molti economisti come una delle peggiori crisi economiche della storia, seconda solo alla Grande depressione iniziata nel 1929.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla <strong>crisi finanziaria scoppiata nell&#8217;agosto del 2007 sono seguite una recessione</strong>, iniziata nel secondo trimestre del 2008 e una grave crisi industriale (seguita al fallimento di <strong>Lehman Brothers</strong> il 15 settembre per la crisi dei subprime) scoppiata nell&#8217;autunno dello stesso anno &#8211; di proporzioni più ampie che nella Grande crisi &#8211; con una forte contrazione della produzione e degli ordinativi.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;anno 2009 ha poi visto una crisi economica generalizzata, pesanti recessioni e vertiginosi crolli di Pil in numerosi paesi del mondo e in special modo nel mondo occidentale. Terminata la recessione nel terzo trimestre 2009, tra la fine dello stesso anno e il 2010 si è verificata una parziale ripresa economica.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra il 2010 e il 2011 si è conosciuto l&#8217;allargamento della crisi ai debiti sovrani e alle finanze pubbliche di molti paesi (in larga misura gravati dalle spese affrontate nel sostegno ai sistemi bancari), soprattutto ai paesi dell&#8217;<strong>eurozona</strong> (impossibilitati a operare manovre sul tasso di cambio o ad attuare politiche di credito espansive e di monetizzazione), che in alcuni casi hanno evitato l&#8217;insolvenza sovrana (Portogallo, Irlanda, Grecia), grazie all&#8217;erogazione di ingenti prestiti (da parte di FMI e UE), denominati &#8220;piani di salvataggio&#8221;, volti a scongiurare possibili default, a prezzo però di politiche di bilancio fortemente restrittive sui conti pubblici (austerità) con freno a consumi e produzione e alimentazione della spirale recessiva.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>CAUSE DELLA CRISI</strong><br />
A partire dalla metà degli anni settanta la deregolamentazione finanziaria, la creazione di nuovi strumenti finanziari, i progressi tecnologici nel campo dell&#8217;informatica (vd. terza rivoluzione industriale), l&#8217;aumento della frequenza dei flussi finanziari <strong>(high frequency trading)</strong> e della liquidità nell&#8217;economia internazionale (a partire dallo sganciamento dall&#8217;oro del dollaro nel 1971 e dall&#8217;aumento della massa monetaria in seguito al rialzo del prezzo del petrolio), accanto all&#8217;aumento del costo del petrolio, hanno prodotto un rafforzamento del ruolo della finanza internazionale all&#8217;interno del sistema economico (aumento del ricorso ai derivati, accordi di pagamenti il cui valore deriva dal valore di un bene o di un indice), con perno nelle maggiori piazze borsistiche globali (anche se larga importanza rivestono oggi gli spazi di contrattazione elettronici non regolamentati, detti <strong>dark pools</strong>, al di fuori dei mercati azionari, costituiti da computer e server che sfruttano particolari algoritmi), tanto che, ad oggi, il peso economico dei prodotti finanziari risulta superiore in larga misura a quello della produzione mondiale di beni e servizi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La costituzione di fondi sovrani</strong> (strumenti finanziari a controllo pubblico che dispongono di enormi liquidità), tra cui <strong>hedge fund</strong> e <strong>private equity</strong>, attraverso l&#8217;impiego delle riserve accumulate dai paesi esportatori di petrolio e da alcuni paesi asiatici grazie ai surplus commerciali, ha determinato la creazione di forti indotti di liquidità finanziaria utilizzati per scopi speculativi.</p>
<p style="text-align: justify;">Grazie alle politiche delle banche centrali, a partire da quelle adottate dalla FED, che favorirono il basso costo del denaro, venne incentivata una più facile erogazione del credito alle famiglie, spinte a indebitarsi in misura crescente per alimentare i consumi, e agli speculatori (banche d&#8217;investimento, imprese e fondi finanziari), portati a effettuare investimenti sui mercati finanziari (con la conseguente creazione di bolle speculative, con ricadute poi sull&#8217;economia produttiva).</p>
<p style="text-align: justify;">Anche i grossi istituti finanziari, le banche di investimento in particolare, presero a indebitarsi a breve termine per realizzare operazioni speculative. Tutto ciò era favorito, soprattutto con riguardo alle più massicce attività di compravendita azionaria, dalla creazione di &#8220;sistemi bancari ombra&#8221; (sistemi di intermediazione creditizia costituiti da entità ed attività operanti al di fuori del normale sistema bancario),[8] messi in opera dalle stesse banche, che sfruttavano spazi di contrattazione non regolamentati (le così dette dark pools) e specializzati nella raccolta e nell&#8217;investimento di prodotti e sotto-prodotti finanziari strutturati, oltreché derivati finanziari. A ciò va aggiunto il crescente peso esercitato dalle agenzie di rating americane (<strong>Moody&#8217;s, Standard &amp; Poor&#8217;s, Fitch</strong>), spesso accusate di esprimere giudizi di valutazione del credito tendenziosi.</p>
<p>Continua a leggere su Wikipedia e , se puoi, sostienila. E&#8217; importante.<br />
<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_economica_del_2008-2013">http://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_economica_del_2008-2013</a></p>
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		<title>Mario Draghi &#8220;tagliente&#8221;: negli Stati Uniti hanno sbagliato la loro previsione su euro &#8211; area</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il Parlamentare]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Oct 2013 12:57:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Alessandro Corneli / Mentre il presidente Barack Obama si apprestava a rendere nota la scelta del successore di Ben Bernanke, il presidente della Bce, Mario Draghi, teneva una conferenza all’Harvard Kennedy School di Cambridge in cui illustrava, con rara efficacia e sintesi, le ragioni e le radici profonde del processo di integrazione europea attraverso il mercato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_6429" aria-describedby="caption-attachment-6429" style="width: 495px" class="wp-caption aligncenter"><a class="lightbox" title="Maio-Draghi-ComunicareItali" href="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Maio-Draghi-ComunicareItali.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-6429" title="Maio-Draghi-ComunicareItali" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Maio-Draghi-ComunicareItali.jpg" alt="Mario Draghi" width="495" height="278" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Maio-Draghi-ComunicareItali.jpg 495w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Maio-Draghi-ComunicareItali-300x168.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Maio-Draghi-ComunicareItali-480x270.jpg 480w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Maio-Draghi-ComunicareItali-469x263.jpg 469w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Maio-Draghi-ComunicareItali-160x90.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 495px) 100vw, 495px" /></a><figcaption id="caption-attachment-6429" class="wp-caption-text">Mario Draghi</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;">di Alessandro Corneli /</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre il presidente <strong>Barack Obama</strong> si apprestava a rendere nota la scelta del successore di <strong>Ben Bernanke</strong>, il presidente della Bce, <strong>Mario Draghi</strong>, teneva una conferenza all<strong>’Harvard Kennedy School di Cambridge</strong> in cui illustrava, <strong>con rara efficacia e sintesi</strong>, le ragioni e le radici profonde del processo di integrazione europea attraverso il mercato unico, la moneta unica e un sistema bancario unico.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MARIO DRAGHI SU EURO AREA: DA STATI UNITI  PREVISIONE ERRATA</strong><br />
Proprio alla fine dell’intervento, <strong>Draghi è stato tagliente</strong>: “Nei giorni bui della crisi – ha detto – alcuni commentatori da questa parte dell’Atlantico (cioè negli Stati Uniti – ndr), guardando l’euro-area, erano convinti che sarebbe fallita. Hanno sbagliato nella loro previsione”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>EURO ZONA: STATI MEMBRI DETERMINATI AD ANDARE AVANTI</strong><br />
Distinguendo tra un’area di libero scambio e un mercato unico, e sottolineando che la prima prevede la possibilità, per un partner, di ritirarsi, mentre la seconda è irreversibile, <strong>Draghi ha messo in chiaro la determinazione dei Paesi membri dell’eurozona di andare fino in fondo con tutte le implicazioni politiche che ne derivano</strong> e che non tolgono ai singoli Stati-membri  la capacità di fare meglio e di ricavare dall’unione i massimi vantaggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>MARIO DRAGHI AVVERTE JANET YELLEN</strong><br />
I punti fermi di Draghi sono giunti a proposito poiché il presidente designato della Fed, la sua attuale vice presidente, Janet Yellen, più favorevole dello stesso Bernanke alla concessione dei maxi stimoli, dovrà decidere la tempistica  del progressivo ridimensionamento delle misure anti-crisi, ovvero la riduzione dell’immissione di nuova liquidità, attualmente intorno agli 85 miliardi di dollari al mese.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>YELLEN DOVRA&#8217; GESTIRE ALLUVIONE DI DOLLARI CHE PREOCCUPA ANCHE CINA E GIAPPONE</strong><br />
La <strong>Yellen assumerà l’incarico a gennaio</strong>, quando, probabilmente, l’attuale impasse dello shutdown sarà stata superata, <strong>poiché un default provocherebbe una recessione come quella del 2008 o peggio</strong>. Ma è chiaro che dovrà gestire l’alluvione di dollari che nel corso di questi ultimi anni ha invaso il mondo e che ha <strong>allarmato non poco la Cina e il Giappone.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il traguardo di una disoccupazione al 6-5% è duro da conseguire e, con i dollari già in circolazione, ci si attende una spinta inflazionistica, che l’Europa non vuole importare, anche se potrebbe far crescere la domanda dei beni importati dagli americani. Se è vero che la Bce è sulla strada di assumere un ruolo analogo a quello della Bce, diverge la valutazione sul ruolo della liquidità (inflazione) sullo sviluppo economico. <strong>La Bce non cederà su questo punto</strong>. Draghi lo ha fatto capire con chiarezza, togliendo speranza, in alcuni Paesi europei, circa un futuro prossimo allentamento della politica di rigore.</p>
<p style="text-align: justify;">Una buona moneta, sembra sostenere Draghi, obbliga a una sana competizione e a cercare di migliorare la competitività. Le sub-aree dell’eurozona che non ne sono convinte, devono ricredersi e gli Stati Uniti devono frenare l’afflusso di dollari prima di provocare un incendio mondiale da cui essi stessi non potrebbero salvarsi. Negli ambienti della Fed si afferma che gli incentivi (creazione di liquidità) saranno sospesi a partire dalla metà del prossimo anno. Una buona notizia per la politica fin qui tenuta dalla Bce.</p>
<p style="text-align: justify;">In prospettiva, spetterà proprio alla Yellen e a Draghi verificare i tempi e i modi per la costruzione della grande area economica euro-americana, ovvero come conciliare economia finanziaria ed economia reale.</p>
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		<title>Salvare l&#8217;Italia sciogliendo l&#8217;Euro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il Parlamentare]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 May 2013 17:02:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Brigitte Granville, Hans-Olaf Henkel e Stefan Kawalec Alla vigilia della guerra civile americana, Abraham Lincoln pronunciò la famosa frase &#8220;una casa divisa non può stare in piedi.&#8221; Oggi, l&#8217;Unione Europea &#8211; impegnata da decenni alla ricerca di un&#8217; &#8220;unione sempre più stretta&#8221; &#8211; deve confrontarsi con una straziante verità. La massima di Lincoln deve essere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_5972" aria-describedby="caption-attachment-5972" style="width: 469px" class="wp-caption aligncenter"><a class="lightbox" title="eurocrack" href="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/eurocrack1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-5972" title="eurocrack" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/eurocrack1.jpg" alt="salvare l'Italia sciogliendo l'Euro" width="469" height="263" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/eurocrack1.jpg 469w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/eurocrack1-300x168.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/eurocrack1-160x90.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 469px) 100vw, 469px" /></a><figcaption id="caption-attachment-5972" class="wp-caption-text">salvare l&#39;Italia sciogliendo l&#39;Euro</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;">di <strong>Brigitte Granville, Hans-Olaf Henkel e Stefan Kawalec</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Alla vigilia della guerra civile americana, <strong>Abraham Lincoln</strong> pronunciò la famosa frase &#8220;<strong>una casa divisa non può stare in piedi.&#8221;</strong> Oggi, l&#8217;Unione Europea &#8211; impegnata da decenni alla ricerca di un&#8217; <strong>&#8220;unione sempre più stretta&#8221;</strong> &#8211; deve confrontarsi con una straziante verità. La massima di Lincoln deve essere letta al contrario. <strong>Affinché l&#8217;UE possa sopravvivere, l&#8217;euro si deve sciogliere.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tra il trattato di Roma del 1957 e l&#8217;Atto unico europeo, del 1986, i governi europei hanno portato avanti la più grande rivoluzione pacifica che il continente abbia mai visto nella sua lunga e travagliata storia. La creazione di una moneta unica europea avrebbe dovuto basarsi su questo notevole successo. Era supposta essere il successivo fondamentale passo verso una maggiore unità e prosperità. La crisi economica nell&#8217;Europa meridionale mostra che invece il regime dell&#8217;euro, almeno nella sua forma attuale, è diventato una minaccia mortale per entrambi questi obiettivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e Cipro sono intrappolati nella recessione e non possono riconquistare la competitività svalutando le loro monete. Le economie del nord della zona euro hanno dovuto partecipare a ripetuti salvataggi mettendo da parte ogni principio di finanza prudente. Un circolo vizioso di risentimento e populismo a sud e un rafforzamento del nazionalismo a nord stanno lacerando l&#8217;unione.</p>
<p style="text-align: justify;">E la crisi non è ancora finita. La Francia, la seconda economia più grande d&#8217;Europa, sta sprofondando in una grave crisi economica. Come i paesi del sud, deve riguadagnare competitività, ma come loro, essendo parte del sistema dell&#8217;euro, manca dello strumento necessario. A causa delle sue dimensioni e per il ruolo guida che ha avuto nell&#8217;evoluzione dell&#8217;UE, la Francia, come sosteniamo nella parte 2 di questo articolo, sarà fondamentale per spezzare il circolo vizioso.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>GAP DI COMPETITIVITA</strong>&#8216;<br />
Prima, però, che cosa è andato storto? La moneta unica europea si supponeva dovesse facilitare il funzionamento dell&#8217;economia europea. Con la fissazione del tasso di cambio nominale e l&#8217;eliminazione del rischio di cambio, l&#8217;euro avrebbe dovuto realizzare la convergenza tra le economie più forti e quelle più deboli dell&#8217;eurozona &#8211; il cosiddetto centro e periferia. Il capitale sarebbe fluito dai paesi in surplus nei conti con l&#8217;estero verso i paesi nella necessità di prendere in prestito, aumentando la produttività e la crescita.</p>
<p style="text-align: justify;">La realtà è stata diversa. La moneta unica ha fissato &#8211; anzi, ha peggiorato &#8211; il divario di competitività causato dalle differenze nei tassi di inflazione e nei costi unitari del lavoro. Gli squilibri esteri sono cresciuti. Nel 1999-2011, i costi unitari del lavoro (le retribuzioni per unità di prodotto) in Grecia, Spagna, Portogallo e Francia sono aumentati rispetto alla Germania dal 19 al 26 per cento.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei paesi meno competitivi, questo ha prodotto dei deficit delle partite correnti dal 2 al 10 per cento del prodotto interno lordo nel 2010, e un avanzo delle partite correnti in Germania del 6 per cento del PIL. Avendo escluso la possibilità di svalutare, questi squilibri possono essere affrontati solo in due modi – o con la &#8220;svalutazione interna&#8221; o attraverso trasferimenti transfrontalieri.</p>
<p style="text-align: justify;">Svalutazione interna significa che i paesi in deficit cercano di riguadagnare competitività attraverso la riduzione della spesa pubblica e l&#8217;aumento della pressione fiscale, che sperano possa abbassare i prezzi e i salari in crescita. L&#8217;effetto a breve termine sarà quello di indebolire la domanda interna.</p>
<p style="text-align: justify;">A meno che non vi sia una compensazione derivante dall&#8217;aumento della domanda estera &#8211; con i paesi in surplus, in particolare la Germania, che intraprendono una politica di stimolo che aumenti un po&#8217; l&#8217;inflazione &#8211; un&#8217; &#8220;austerità&#8221; di questo tipo metterà a repentaglio la crescita economica e, quindi, le finanze pubbliche dei paesi in deficit. Tuttavia, non vi è alcuna prospettiva che la Germania &#8211; insieme agli altri paesi economicamente simili nella zona nord dell&#8217;euro &#8211; possa accettare di attuare un tale stimolo, in quanto ciò sarebbe in contrasto con la sua cultura politica ed economica. Ciò farà aumentare i dubbi sulla sostenibilità finanziaria del debito pubblico dei paesi in deficit e sulla sostenibilità politica delle loro politiche di svalutazione interna.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;ESEMPIO DELLA LETTONIA</strong><br />
La Lettonia e l&#8217;Islanda dimostrano come possono essere pesanti i costi economici e sociali della svalutazione interna, rispetto ai costi di una svalutazione esterna, o del cambio. Dal 2008 al 2010, il PIL in Islanda è diminuito solo della metà (svalutazione esterna) di quanto è diminuito in Lettonia (svalutazione interna).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;occupazione è scesa del 5 per cento in Islanda contro il 17 per cento in Lettonia. I sostenitori dell&#8217;euro possono anche dire che la svalutazione interna sta cominciando a funzionare &#8211; nei paesi in crisi dell&#8217;eurozona come la Grecia i salari reali hanno iniziato a diminuire rapidamente e le riforme strutturali hanno cominciato ad aumentare la produttività. Tuttavia, non è chiaro se la tolleranza politica della Lettonia per il collasso della produzione, dell&#8217;occupazione e dei redditi può essere riprodotta anche altrove.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;alternativa principale sono i trasferimenti. I paesi in deficit possono attutire la loro contrazione con dei trasferimenti dai paesi in surplus, invece che con la svalutazione interna. Il problema è che tali trasferimenti non saranno più indolori.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima del 2008, essi hanno assunto la forma di prestiti privati transfrontalieri ai governi e alle banche, che in molti casi hanno preso in prestito i soldi offrendo immobili come garanzia. Da quando nel 2008 è scoppiata la bolla del credito, questi flussi finanziari privati sono stati sostituiti da trasferimenti dai bilanci statali, che hanno fatto lievitare i deficit di bilancio e le passività implicite dei Paesi periferici nel sistema dei pagamenti della Banca Centrale Europea (noto come Target2). Senza i trasferimenti dalla Germania e dagli altri paesi del nord, la posizione fiscale di molte economie non competitive della zona euro è diventata insostenibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Tali trasferimenti proverranno dal denaro dei contribuenti &#8211; fornito sia direttamente attraverso il Meccanismo Europeo di Stabilità, sia indirettamente attraverso le banche dei paesi creditori. (Nel caso che le banche creditrici dovessero accettare qualche forma di ristrutturazione del debito sovrano, le banche dovranno essere ricapitalizzate con denaro fornito dai contribuenti nei paesi di origine.)</p>
<p style="text-align: justify;">Questa prospettiva è dinamite politica. Quindi tali trasferimenti sono subordinati a una rigorosa disciplina di bilancio e alle riforme strutturali. Nonostante le rigide condizionalità, i contribuenti / elettori nei paesi creditori come la Germania potrebbero non adattarsi mai all&#8217;idea, creando il rischio di una reazione anti-europea. Una reazione del genere diventerebbe una certezza nel caso fin troppo probabile che le regole venissero trasgredite o messe da parte.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>STAMPARE MONETA<br />
</strong>Molti governi dei paesi debitori preferirebbero avere dei trasferimenti sotto forma di denaro stampato dalla BCE &#8211; con minori, eventuali, limiti. I funzionari francesi l&#8217;hanno detto esplicitamente. Ma il meglio che possono sperare sono gli acquisti di titoli di Stato a breve termine da parte della BCE (note come outright monetary transactions). Se dovessero essere attuati, questi saranno soggetti alle stesse rigide condizioni fiscali applicate ai trasferimenti dal MES.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, le prospettive per i Paesi debitori della zona euro sono di un inasprimento fiscale implacabile e di anni di domanda carente. Ciò si tradurrà in una contrazione o, nella migliore delle ipotesi, una stagnazione della produzione e degli standard di vita. Nel frattempo, sta crescendo il sentimento anti-UE e in particolare anti-tedesco – come dimostrano le scene per le strade di Nicosia dopo la crisi di Cipro.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli Stati Uniti d&#8217;Europa potrebbero salvare la situazione? Alcuni tra i primi fautori dell&#8217;euro hanno riconosciuto alla fine degli anni &#8217;90 che il progetto comportava che &#8220;l&#8217;economia doveva guidare la politica.&#8221; Essi vedevano la moneta unica come un modo per mettere il continente su un percorso irreversibile verso una piena unione politica &#8211; un obiettivo che gli elettori europei avrebbero rifiutato se gli fosse stato chiesto in maniera diretta.</p>
<p style="text-align: justify;">Una maggiore mobilità del lavoro potrebbe essere uno degli elementi di questa unione. Si potrebbero immaginare le popolazioni dei paesi depressi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l&#8217;Italia, emigrare verso i paesi ricchi come la Germania e la Finlandia. In questo scenario, interi paesi potrebbero finire per somigliare a delle spopolate regioni rurali &#8211; come quelle regioni della Francia, negli anni del dopoguerra, che i giovani ben istruiti abbandonavano in massa spostandosi verso le città e lasciando dietro di sé una popolazione invecchiata, pesantemente dipendente dalle assicurazioni sociali. Le barriere linguistiche e culturali rendono comunque improbabile questa forma di aggiustamento economico.</p>
<p style="text-align: justify;">Invece, gli appassionati dell&#8217;euro puntano le loro speranze su una unione fiscale. I trasferimenti dovrebbero prendere il posto delle migrazioni &#8211; e un nuovo quadro di responsabilità politica dovrebbe prevenire gli abusi (il cosiddetto problema del free-rider) e gestire le tensioni. Purtroppo, anche se questo sarebbe possibile, le divergenze di competitività rimarrebbero.</p>
<p style="text-align: justify;">Consideriamo i casi della Germania orientale e del sud Italia. Nella riunificazione tedesca del 1990, i salari della ex Germania orientale sono stati convertiti in marchi tedeschi 1-a-1, abbattendo in un colpo solo la competitività della Germania orientale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>TRASFERIMENTI TEDESCHI<br />
</strong>In ciascuno degli anni seguenti la riunificazione, la Germania orientale ha ricevuto trasferimenti per il 4 per cento del PIL tedesco. Eppure la convergenza non c&#8217;è stata &#8211; persone giovani e istruite continuano a migrare verso la Germania occidentale. Nemmeno nel Sud Italia c&#8217;è stata convergenza, nonostante decenni di trasferimenti. La disoccupazione è il doppio di quella del Nord Italia, e il PIL privato pro capite è meno della metà.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi c&#8217;è la politica. I paesi non competitivi dell&#8217;eurozona non possono sperare di ricevere trasferimenti del valore del 25 per cento del loro PIL ogni anno, come la Germania orientale, o anche del 16 per cento del PIL, come nel sud Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcosa deve cedere &#8211; e dovrà essere il sistema dell&#8217;euro. Per preservare l&#8217;Unione europea, l&#8217;Unione monetaria deve essere smantellata. Il parallelo storico fin troppo rilevante è la difesa del gold standard nel periodo tra le due guerre, che arrivò quasi a distruggere la democrazia in tutto il mondo. Un solo paese può plausibilmente prendere l&#8217;iniziativa a favore di una divisione controllata del sistema dell&#8217;euro per mezzo di un&#8217;uscita comune e concordata dei paesi più competitivi. Questo paese è la Francia.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora una volta, come avremo modo di spiegare nella parte 2, il destino dell&#8217;Europa è nelle mani delle élite francesi. In linea con le sue migliori tradizioni politiche della &#8220;Fraternité&#8221;, la Francia dovrebbe promuovere una nuova strategia nel segno non del nazionalismo, ma di una solidarietà europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Una divisione del sistema dell&#8217;euro sarebbe nel migliore interesse sia della Francia che dell&#8217;Europa, perché accelerebbe il ritorno alla crescita economica dell&#8217;UE &#8211; l&#8217;unica sicura garanzia di stabilità e unità europea.</p>
<p style="text-align: justify;">Fonte: <a href="http://www.bloomberg.com/news/2013-05-14/save-europe-split-the-euro.html" target="_blank">http://www.bloomberg.com/news/2013-05-14/save-europe-split-the-euro.html</a>.<br />
Traduzione: <a href="http://www.vincitorievinti.com/2013 /05/salviamo-leuropa-sciogliamo-leuro.html" target="_blank">http://www.vincitorievinti.com/2013 /05/salviamo-leuropa-sciogliamo-leuro.html</a> #. UZ8VuWQW5DQ.facebook)</p>
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		<title>Crisi: UE, 150 Mld a FMI, ma Londra dice &#8220;No&#8221;</title>
		<link>https://ilparlamentare.it/2011/12/crisi-ue-150-mld-a-fmi-ma-londra-dice-no/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il Parlamentare]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2011 21:07:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Alla zona Euro servivano 200 miliardi di euro per aumentare le risorse del Fondo monetario internazionale e indirettamente aiutare i Paesi dell&#8217;Euro in difficoltà. Ne ha trovati 150 di cui Italia ne metterà 23,48, mentre la Gran Bretagna si è di nuovo chiamata fuori dal gioco. La riunione telefonica dei ministri dell&#8217;Economia dell&#8217;Eurogruppo, poi allargata a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_3626" aria-describedby="caption-attachment-3626" style="width: 469px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://ilparlamentare.it/2011/12/crisi-ue-150-mld-a-fmi-ma-londra-dice-no/economia-8/" rel="attachment wp-att-3626"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-3626" title="Crisi Finanziaria" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/economia2.jpg" alt="" width="469" height="263" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/economia2.jpg 469w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/economia2-300x168.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/economia2-160x90.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 469px) 100vw, 469px" /></a><figcaption id="caption-attachment-3626" class="wp-caption-text">Crisi Finanziaria</figcaption></figure>
<p>Alla zona Euro servivano 200 miliardi di euro per aumentare le risorse del Fondo monetario internazionale e indirettamente aiutare i Paesi dell&#8217;Euro in difficoltà. Ne ha trovati 150 di cui Italia ne metterà 23,48, mentre la Gran Bretagna si è di nuovo chiamata fuori dal gioco.</p>
<p>La riunione telefonica dei ministri dell&#8217;Economia dell&#8217;Eurogruppo, poi allargata a tutti i 27, è riuscita a strappare promesse per 150 miliardi di euro a 13 Paesi di Eurolandia (fuori l&#8217;Estonia e quelli sotto programma ovvero Irlanda, Portogallo e Grecia) ma non ha potuto assicurare il contributo di Londra, refrattaria da sempre a qualunque mezzo, anche indiretto, per aiutare i suoi vicini della moneta unica. L&#8217;Italia sarà il terzo maggiore contribuente mettendo a disposizione il 15,66% dei 150 miliardi totali, dopo la Germania che metterà 41,5 miliardi (27,67% del totale) e Parigi con 31,4 (20,94% del totale). Quarto contribuente la Spagna con 14,86 miliardi di euro, davanti all&#8217;Olanda con 13,61 miliardi. Il Belgio è sesto con 9,99 miliardi. Ma non saranno i soli: anche la Repubblica Ceca, la Danimarca, la Polonia e la Svezia hanno indicato la loro volontà di partecipare al rafforzamento del Fmi, ma per alcuni, come per la Svezia, è necessario sottoporre la questione ai Parlamenti nazionali prima di poter prendere una posizione. In ogni caso, secondo il presidente dell&#8217;Eurogruppo Jean Claude Juncker, sono i Paesi dell&#8217;Euro a dover dimostrare &#8220;una particolare responsabilità in questa circostanza&#8221;. Se non l&#8217;obiettivo di raggiungere 200 miliardi di euro, l&#8217;Europa ha almeno rispettato la scadenza che si era data: il 9 dicembre, i leader dei 27 avevano annunciato che avrebbero trovato i fondi per rafforzare l&#8217;Fmi entro dieci giorni. E oggi é arrivata la conferma, a riprova della volontà di fare in fretta che l&#8217;Eurozona vuole dimostrare, per rassicurare i mercati, i partner internazionali e cercare di riportare le borse in territorio positivo. Ma come già il 9 dicembre, la volontà dell&#8217;Europa si scontra con quella della Gran Bretagna. Il cancelliere dello scacchiere George Osborne, durante la teleconferenza con i suoi colleghi, ha detto un nuovo &#8216;no&#8217;: Londra, a cui l&#8217;Europa aveva chiesto 30 miliardi di euro, non è disposta ad aumentare il suo contributo al Fmi e ha rimandato qualunque decisione al prossimo G20, dimostrando ancora una volta di sentirsi più vicina ai partner oltreoceano che a quelli oltremanica. Prima di versare altri soldi al Fondo, la Gran Bretagna vuole che prima di tutto che l&#8217;Eurozona rafforzi il fondo salva-Stati Efsf. L&#8217;aumento delle quote del Fmi è il &#8216;trucco&#8217; che l&#8217;Europa ha trovato per cercare di costruire un &#8216;firewall&#8217; credibile, ovvero un&#8217;arma sufficientemente potente da contrastare un eventuale fallimento di un Paese più grande della Grecia. Quello che chiedono i mercati, secondo gli analisti, è proprio &#8216;cash&#8217; pronto a sostenere i Paesi in difficoltà. Non austerità, non complicate riforme dei Trattati per aumentare il rigore e la disciplina di bilancio. Per rassicurare gli investitori, occorre dimostrare loro che anche se un Paese dovesse crollare sotto il suo debito, c&#8217;é qualcuno pronto a garantire per lui. Per il presidente della Bce Mario Draghi, come ha ricordato anche oggi, quel &#8216;firewall&#8217; dovrebbe essere il fondo salva-Stati Efsf e poi l&#8217;Esm, cioé la sua versione permanente che è stata anticipata a metà 2012 invece di entrare in vigore nel 2013. Ma tutte le decisioni per rafforzare il fondo non hanno mai convinto abbastanza i mercati, per cui l&#8217;Europa ha volto lo sguardo al Fmi, guardiano sufficientemente rassicurante, dotato ora di 150 miliardi in più, ovvero il 20% in più della precedente quota di partecipazione di Eurolandia.</p>
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