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	<title>Roberto Ormanni &#8211; Il Parlamentare</title>
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	<description>News e Comunicazione su Politica e Attualità</description>
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		<title>La Corte (costituzionale) si ritira</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Ormanni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Sep 2016 21:57:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Evidenza]]></category>
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					<description><![CDATA[a cura del Direttore de IL PARLAMENTARE.IT Roberto Ormanni/ C&#8217;è chi si meraviglia che la Consulta abbia deciso di rinviare a nuovo ruolo (dopo il referendum sulla riforma costituzionale) la decisione sulla legge elettorale, l&#8217;Italicum. Eppure su alcuni temi, autodichia in testa, la Corte si scopre sempre&#8230; politicamente corretta.]]></description>
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<p style="text-align: justify;">C&#8217;è chi si meraviglia che la Consulta abbia deciso di rinviare a nuovo ruolo (dopo il referendum sulla riforma costituzionale) la decisione sulla legge elettorale, l&#8217;Italicum. Eppure su alcuni temi, autodichia in testa, la Corte si scopre sempre&#8230; politicamente corretta.</p>
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		<title>Paperino ha 80 anni, anzi 94</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Ormanni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Jun 2014 22:20:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[a cura di Roberto Ormanni/ “Mi piaceva lavorare con il papero, perché potevo riempirlo di botte, fargli male, farlo cadere da un precipizio. Mi divertivo un sacco con Paperino. Con Topolino sarebbe stato un po&#8217; pericoloso, perché Topolino deve sempre aver ragione. Col papero avevo un personaggio comico e potevo trattarlo male e prendermi gioco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/roberto-ormanni-direttore-ilparlamentare.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-7876" alt="roberto-ormanni-direttore-ilparlamentare" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/roberto-ormanni-direttore-ilparlamentare.jpg" width="795" height="470" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/roberto-ormanni-direttore-ilparlamentare.jpg 795w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/roberto-ormanni-direttore-ilparlamentare-300x177.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/roberto-ormanni-direttore-ilparlamentare-456x270.jpg 456w" sizes="(max-width: 795px) 100vw, 795px" /></a>a cura di <strong>Roberto Ormanni/</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Mi piaceva lavorare con il papero, perché potevo riempirlo di botte, fargli male, farlo cadere da un precipizio. Mi divertivo un sacco con Paperino. Con Topolino sarebbe stato un po&#8217; pericoloso, perché Topolino deve sempre aver ragione. Col papero avevo un personaggio comico e potevo trattarlo male e prendermi gioco di lui”. Così <strong>Carl Barks</strong> rispondeva, negli anni Settanta, alla domanda di un giornalista sul suo rapporto con Donald Fauntleroy Duck, Donald Duck per gli amici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Barks, il Maestro dell’Oregon, ha vissuto per 22 anni con Paperino</strong>, dall’aprile del 1944, quando scrive e disegna la prima avventurosa storia a fumetti di Donald Duck, Paperino e l’Oro del Pirata, al 1966 anno in cui, anche se ormai in pensione, si lasciò convincere dal caporedattore della Western Printing, licenziataria Disney per gli albi a fumetti, a disegnare un’ultima storia dei paperi: Paperina la Magnifica Temeraria.<br />
E’ grazie al grande Carl che Paperino è definitivamente entrato nella storia. <strong>Il pubblico, quello delle sale cinematografiche, lo aveva conosciuto per la prima volta il 9 giugno del 1934 quando Donald Duck fu “scritturato” dagli animatori delle Silly Symphonies per interpretare il vicepresidente del Circolo dei Pigri</strong> (il presidente è Meo Porcello) nel cortometraggio La Gallinella Saggia.<br />
Il copione concedeva a Paperino poche battute ma sufficienti a tratteggiarne le maggiori virtù: irascibile e fannullone.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma quel 9 giugno, a cinema, Paperino aveva già 14 anni</strong>. Ne è certo il disegnatore Don Rosa, il filologo dei paperi più famoso del mondo, l’uomo grazie al quale è stata ricostruita tutta le genealogia della sterminata famiglia Duck.<br />
<strong>Paperino è nato il 9 giugno 1920 da Ortensia de’ Paperoni, sorella del più noto Paperon de’ Paperoni, e da Quackmore Duck, figlio di Nonna Papera.<br />
</strong>Dunque in questi giorni festeggia 80 anni di “lavoro” (altro che riforma Fornero), ma le candeline sulla torta di compleanno sono 94.<br />
<strong>E con lui, a brindare, ci sarà la sua sorella gemella, Della Duck</strong>, che il 17 ottobre del 1937 gli ha lasciato tre paperotti, nati da poco ma grandi abbastanza per combinare guai a ripetizione, davanti alla porta di casa. Un laconico biglietto comunica a Paperino che dovrà prendersi cura per qualche tempo dei tre piccoli: Qui, Quo e Qua.<br />
Ma il tempo nei fumetti non esiste e così pochi giorni sono diventati, ad oggi, 77 anni.<br />
D’altronde, bisogna capirla, <strong>Della: è il primo esempio di ragazza madre, per giunta minorenne, della storia del fumetto</strong>. Nemmeno il filologo Don Rosa è riuscito a scovare il padre di Qui, Quo e Qua. Gemella di Paperino, è nata anche lei il 9 giugno del 1920 e a 17 anni è davvero difficile badare, da sola, a tre paperi pestiferi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/paperino.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-7873" alt="paperino" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/paperino-300x154.jpg" width="300" height="154" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/paperino-300x154.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/paperino-480x246.jpg 480w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/paperino.jpg 644w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>In quegli anni il carattere di Paperino, dispettoso, vendicativo e opportunista, andava bene per le gag animate e per le strisce autoconclusive destinate ai giornali quotidiani. <strong>Sarà Carl Barks, dieci anni dopo, a formarlo rendendolo capace di interpretare storie avventurose, romantiche, esotiche e indimenticabili.<br />
</strong>Tuttavia le potenzialità di Paperino non erano sfuggite a Walt Disney e al suo staff quando lo videro in azione per la prima volta quel 9 giugno 1934 nella Silly La Gallinella Saggia.<br />
D’altra parte, le sillies erano una palestra di talenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le Silly Symphonies nascono nel 1929</strong> per volontà di Disney che teme di restare troppo vincolato a Topolino, il cui successo rischia di assorbire totalmente gli studi, salvo poi a lasciarli senza lavoro quando il personaggio &#8211; e Disney sa che questo è inevitabile &#8211; comincerà a piacere di meno. Le Sinfonie Allegre, inoltre, costituiscono la prima vera testa di ponte che Disney getta per collegare il cinema d&#8217;animazione e la cultura media, la famiglia media, la borghesia media. Fino a quel momento Topolino, in alcuni suoi atteggiamenti, avrebbe potuto anche sfuggire alla comprensione immediata dello spettatore medio.<br />
<strong>Le Sillies ottengono un Oscar dopo l&#8217;altro</strong>, nella sezione disegni animati: La lepre e la tartaruga nel 1934, I tre gattini nel 1935, Il topo di città e il topo di campagna nel 1936, Il vecchio mulino nel 1937, Il toro Ferdinando nel 1938, Il brutto anatroccolo nel 1939 (che è un remake di una precedente Silly in bianco e nero).<br />
L&#8217;ostinazione con la quale Disney si concentra sulle Silly Symphonies (ne vengono prodotte fino a dieci all&#8217; anno) ha fondamento nella convinzione che attraverso questo tipo di cartoon, che cercano l&#8217;equilibrio tra musiche, animazione, soggetti favolistici, poesia, sceneggiature e gag, gli studi possano acquisire la specializzazione e l&#8217;esperienza necessaria a tentare di realizzare un lungometraggio, obiettivo al quale Disney guarda da tempo, forse anche perché non ignora &#8211; per quanto in quest&#8217;epoca i canali di comunicazione non siano &#8220;globali&#8221; come lo sono oggi &#8211; che in Argentina c&#8217;è già chi ha realizzato lungometraggi a disegni animati.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ed è alla trentaseiesima Sinfonia Allegra che, finalmente, compare Paperino</strong>. Con un becco molto più lungo di quello che ha oggi, un collo più stirato e il carattere iracondo, è vestito alla marinara, vive in uno stagno su un barcone un po&#8217; sconquassato e ciò che davvero non sopporta è lavorare. Il pubblico mostra subito grande simpatia per quel papero e Disney, alla fine dell&#8217;anno, decide di offrirgli un trampolino di lancio affidandogli una parte accanto alla star Mickey Mouse nel cartoon &#8220;Orphan&#8217;s Benefit&#8221;.<br />
Donald Duck si impegna come può nello spettacolo di beneficenza allestito in favore degli orfani, ma il pubblico, tutti bambini, è di quelli terribili e gliene combina di tutti i colori. Tanto che Topolino, alla fine, lo applaude egli stesso, restandosene un po&#8217; in disparte. C&#8217;è chi ha voluto leggere in questa scena la consapevolezza di Disney che Topolino, di lì a poco, avrebbe dovuto lasciare il palcoscenico a Paperino.<br />
Consapevole o meno, Disney non esita a puntare tutto su Paperino che, dopo l&#8217;apparizione nelle Sinfonie, e dopo qualche altra parte di spalla guastafeste accanto a Topolino, nel 1937 riceve una serie tutta sua e durante la Seconda Guerra Mondiale diventa un vero e proprio divo. Tanto che <strong>il Ministero del Tesoro degli Stati Uniti chiede a Disney di mettere a disposizione Paperino per realizzare una campagna di sensibilizzazione per convincere i contribuenti a pagare le tasse. </strong>Il biografo Bob Thomas racconta che &#8220;il ministero calcolò che a vedere il film, &#8220;The Mew Spirit&#8221;, furono sessanta milioni di persone e Donald Duck influì sulla buona volontà del trentasette per cento dei cittadini&#8221;.<strong>Anche Paperino, come Topolino, riceve un Oscar: nel 1943 il cartoon &#8220;Dear Fuehrer&#8217;s Face (Faccia da Fuehrer),</strong> è una divertente satira del nazismo con Paperino che sogna di essere in Germania e di lavorare in una fabbrica di munizioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Animato da Dick Huemer e Art Babbitt, Paperino è una carta sulla quale Disney punta molto fin dall&#8217;inizio. Tanto che &#8211; come racconta Clarence Nash, la voce storica e mitica di Donald Duck &#8211; <strong>alla Disney si danno tutti un gran daffare, nel 1934, per debuttare con Paperino prima che lo faccia Ub Iwerks, lo storico disegnatore Disney che &#8211; dopo un litigio – si è messo in proprio, ha messo in cantiere un cartoon simile e ha chiesto proprio a Nash di doppiare il papero.</strong>Clarence Nash è operaio in una centrale del latte e quando ha un po&#8217; di tempo, e se ne presenta l&#8217;occasione, si improvvisa attore radiofonico. Il suo cavallo di battaglia sono le imitazioni degli uccelli. La voce di Paperino ricorda che è proprio Disney, dopo le prime &#8220;uscite&#8221; di Donald Duck, a chiedergli di caratterizzare in modo più deciso il papero. Per anni Nash e Paperino sono come una sola persona, tanto più che l&#8217;ex operaio è il suo doppiatore ufficiale anche in tutte le altre lingue, dall&#8217;italiano al cinese e si racconta che quando il capitano inglese Lord Louis Mountbatten arriva in America, la prima cosa che chiede è uno stemma di Donald Duck.</p>
<p style="text-align: justify;">A ricordare la necessità di un personaggio come Paperino, per poter lavorare su modelli caratteriali un po&#8217; più vivaci, è proprio Walt Disney, in un&#8217;intervista: “Topolino aveva così tanto dell&#8217;istituzione che c&#8217;erano troppi limiti in quello che potevamo fare con lui. Se tirava un calcio a qualcuno, ricevevamo un milione di lettere dalla madri d&#8217;America che ci rimproveravano di dare un cattivo esempio ai loro figli. Topolino doveva essere sempre dolce e sempre amabile”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alla fine dello stesso anno del suo debutto al cinema Paperino si trasferisce anche nei comics e le sue tavole domenicali</strong> (negli Stati Uniti è tradizione che i quotidiani la domenica pubblichino una pagina intera, ossia una &#8220;tavola&#8221; completa, dei personaggi ai quali ogni giorno è dedicata la strip, la striscia) <strong>disegnate da Al Taliaferro</strong>conquistano un pubblico sempre più vasto.<br />
Tanto che le daily strips e le tavole domenicali di Paperino resteranno affidate a Taliaferro fino al 18 gennaio 1969 quando esce l’ultima striscia che simbolicamente saluta Charles Alfred Taliaferro detto Al che muore il 3 febbraio successivo.<br />
<strong>E così il 94enne Paperino, che festeggia gli 80 anni di cinema e fumetto, può vantare anche due padri</strong>: a condurlo per mano lungo le strisce è Taliaferro mentre a guidarlo nelle avventure dei comics book è papà Barks.<br />
Ma di padri putativi Paperino ne ha avuti in tutto il mondo. Decine di disegnatori ai quali sono state affidate le sorti di Donald Duck in tutti i Paesi. Anche in Italia. E per tutti è stato come un figlio.<br />
Nel 1987, in occasione dell’ottava edizione di Napolicomics, la mostra internazionale del fumetto e del cinema d’animazione che ho organizzato per 10 anni a Napoli (perdonatemi l’autocitazione) andai a prendere in aeroporto<strong>Giambattista Carpi</strong>, il disegnatore italiano di Paperino, ospite della mostra. L’auto non era una limousine, come Carpi avrebbe meritato, ma un Maggiolino. Sul cofano posteriore c’era un faccione adesivo di Paperino. Quando Carpi lo vide si avvicinò, lo accarezzò, e disse: “Oh, guarda, Paperino… Ciao!”.</p>
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		<title>Il diversivo del processo anticipato. Il governo delle grandi operette</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Ormanni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jul 2013 18:28:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Apertura]]></category>
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					<description><![CDATA[a cura di Roberto Ormanni Il 29 maggio scorso, il ministro dell’Interno e segretario del Pdl, Angelino Alfano, ha mandato una cinquantina di uomini armati della Digos a prendere le due donne nella loro casa di Casal Palocco, a Roma, arrivando alla loro successiva espulsione con l’accusa di avere passaporti falsi. Accusa poi smentita dal tribunale di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_6057" aria-describedby="caption-attachment-6057" style="width: 469px" class="wp-caption aligncenter"><a class="lightbox" title="roberto-ormanni" href="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/roberto-ormanni1.jpg"><img decoding="async" class=" wp-image-6057 " title="roberto-ormanni" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/roberto-ormanni1.jpg" alt="Roberto Ormanni Direttore de Il Parlamentare" width="469" height="263" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/roberto-ormanni1.jpg 495w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/roberto-ormanni1-300x168.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/roberto-ormanni1-480x270.jpg 480w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/roberto-ormanni1-469x263.jpg 469w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/roberto-ormanni1-160x90.jpg 160w" sizes="(max-width: 469px) 100vw, 469px" /></a><figcaption id="caption-attachment-6057" class="wp-caption-text">Roberto Ormanni Direttore de Il Parlamentare</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;">a cura di <strong>Roberto Ormanni</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il 29 maggio scorso, il ministro dell’Interno e segretario del Pdl, <strong>Angelino Alfano</strong>, ha mandato una cinquantina di uomini armati della Digos a prendere le due donne nella loro casa di Casal Palocco, a Roma, arrivando alla loro successiva espulsione con l’accusa di avere passaporti falsi. Accusa poi smentita dal tribunale di Roma, secondo cui l’espulsione non andava in alcun modo autorizzata, visto che i documenti erano in regola. La violazione ha però regalato al <strong>dittatore kazako</strong> due preziosi ostaggi contro il suo nemico principale, appunto il dissidente <strong>Ablyazov.</strong> E siccome l’intera operazione è stata portata a termine dal ministro Alfano senza che nessun altro del governo ne venisse messo a conoscenza, neppure <strong>Enrico Letta</strong>, c’è il forte sospetto che il vicepremier e segretario del Pdl abbia voluto chiudere la vicenda rapidamente e in barba ad ogni regola solo per compiacere il dittatore kazako, partner privilegiato dell’Eni e – soprattutto – su pressioni dello stesso Cavaliere. Su questo, Letta ha chiesto piena luce.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #0000ff;"><a href="https://ilparlamentare.it/2013/07/il-diversivo-del-processo-anticipato-12-luglio-2013/"><span style="color: #0000ff;">Guarda il Video &#8211; Clicca Qui</span></a></span></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Viva l’Italia dal ricco passato e dal presente apparente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Ormanni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Mar 2011 15:19:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Apertura]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alberto Liguoro &#8212;-   17 Marzo 2011. L’Italia, questo Paese meraviglioso e impossibile, questa Enciclopedia aperta e vivente della storia, della cultura e dell’arte dell’Umanità, questo Paese che ha mille tradizioni e mille contraddizioni, che ha…  il formaggio più buono, le auto più veloci, la moda più “in”, il vino migliore, la scuola di sci [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Liguoro</strong> &#8212;-   17 Marzo 2011. L’Italia, questo Paese meraviglioso e impossibile, questa Enciclopedia aperta e vivente della storia, della cultura e dell’arte dell’Umanità, questo Paese che ha mille tradizioni e mille contraddizioni, che ha…  il formaggio più buono, le auto più veloci, la moda più “in”, il vino migliore, la scuola di sci più qualificata del Mondo, che tiene tutto ben stretto, ma per molti anni ancora potrebbe non farcela…  le avvisaglie non mancano, festeggia il 150° anniversario della sua UNITA’ ma non della sua STORIA e della sua CIVILTA’ plurimillenarie.<br />
Gli stranieri ci sfottono, ci prendono in giro, ridono di noi, ma ci riconoscono la bellezza mediterranea, impersonata da una Claudia Cardinale, ad esempio, Venezia come Napoli, Dante, Petrarca, l’antica Roma, la potenza di un Impero che dominò per oltre mille anni e diede il dna alla civiltà dell’Occidente, Leonardo da Vinci, la musica, Caruso per esempio, Fellini, il cinema, e persino l’invenzione del gelato a metà del ‘500 alla Corte dei Medici… “quant’è bella giovinezza che sì fugge tuttavia!…”<br />
O.K. Fratelli e Sorelle d’Italia<br />
Che inizino le danze, che si dia fiato alle trombe e ad  inneggiamenti a tutte le cose belle e buone dell’Italia (preferibilmente post unitarie, perché quelle preunitarie porterebbero acqua al mulino di coloro che sostengono che l’Unità è stata una sventura), però banchettando e brindando qua e là ricordiamoci che cosa, di specifico,  ci ha portato l’Unità d’Italia e quindi che cosa stiamo anche festeggiando: una dinastia monarchica insulsa ed imbelle fino al ridicolo, la cui unica cosa memorabile (a parte l’omicidio di Dirk Hamer e la partecipazione a “Ballando con le Stelle” dell’ultimo rampollo) è stata regalare l’Alta Savoia e la Costa Azzurra alla Francia;<br />
rovinose guerre coloniali quando il colonialismo era già al tramonto;<br />
l’emigrazione dal sud verso il nord e dall’Italia verso l’Estero;<br />
mafia, camorra e ‘ndrangheta;<br />
il fascismo con la perdita della libertà e della competitività internazionale;<br />
la dura sconfitta nella seconda guerra mondiale con le disastrose conseguenze ben note;<br />
il controllo oppressivo, ossessivo e conformista del Vaticano, soprattutto sulle famiglie, intese in senso patriarcale e parrocchiale; lo strapotere dell’ingerenza, e della logica ecclesiastica negli affari della società e dello Stato Italiano, la strategia della tensione;<br />
la P2, lo stragismo, gli attentati a persone preziose per la democrazia e la giustizia, gli omissis, i “non ricordo”&#8230;<br />
Ed ora? Guarda un po’…  il grottesco  berlusconismo che aleggia trionfante su un Paese, ormai diffusamente  definito “comico”.<br />
E poi… e poi… e poi?<br />
Un’economia pubblica fatta di sprechi, inefficienza e clientelismo;<br />
una crescita economica pari quasi allo ZERO;<br />
un’amministrazione della Giustizia che, per lentezza e inaffidabilità si colloca intorno al 140° posto nel Mondo;<br />
una pubblica informazione asservita e senza qualità che colloca l’Italia, tra i Paesi a semilibertà di stampa, intorno al 70° posto al Mondo;<br />
un debito pubblico che invece ci colloca, per grandezza, al 3° posto nel Mondo;<br />
la disoccupazione, tra le più alte d’Europa, con l’inquietante e allarmante picco del 27/30 per cento di disoccupazione giovanile;<br />
il sistema di corruzione e il fenomeno dell’evasione fiscale, tra i più efficienti e diffusi del Mondo Civile;<br />
il degrado ambientale, archeologico e culturale, la deturpazione e cementificazione del territorio nazionale tra le più imponenti del Mondo;<br />
e non finisce qui… come potrebbe finire qui?<br />
E’ un ricorrente luogo comune che i politici italiani sono gli unici del Mondo Occidentale che (anche se qualche volta lo dicono per fini strumentali) non amano il proprio Paese, ma lo odiano e lo sfruttano. Ma non è così: in realtà  i politici italiani, piuttosto non tengono in alcuna considerazione l’Italia per il semplicissimo motivo che, così come è congegnata e strutturata, essa NON ESISTE, è un Paese apparente, virtuale, in definitiva un <em>Paese che non c’è</em> del quale, quindi, tutti più o meno si approfittano.<br />
Si va avanti perché le spalle sono solide, la grinta c’è, il fondo è adamantino, ma quali altri danni ci riserva continuare a fumare questa cicca, tossicchiare e sputare? Fino a quando ce la faremo?<br />
Siamo ad un passo dallo scivolare ineluttabilmente nel terzo Mondo. Non ci vorrà molto tempo. Già si vedono le propaggini che, come alghe profonde, ci ghermiscono.<br />
Non  sarebbe meglio smettere e fondare una nuova Italia, dove l’aria non sia pesante, e si possa sperare di essersela scansata, noi e i nostri discendenti, dall’esiziale incancrenimento polmonare, con immancabile metastasi cerebrale?<br />
O dobbiamo forse scomodare Molière e riconoscerci tutti malati immaginari?<br />
Ciò detto: W l’ITALIA! In questo giorno di festa; ma già da domani, per favore, riflettiamo su tutto il resto.</p>
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		<title>Fuori dal margine, dentro la letteratura</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Mar 2011 23:11:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[C&#8217;è bisogno di letteratura. C&#8217;è bisogno di leggere, invece di limitarsi a guardare le figure (non sempre edificanti) che straripano in un fiume di notizie dove, però, si è estinta l&#8217;informazione. Un tempo si credeva che un&#8217;immagine valesse mille parole. Questo era vero  perché erano in molti a ricordarle ancora, le parole. Oggi, in un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è bisogno di letteratura. C&#8217;è bisogno di leggere, invece di limitarsi a guardare le figure (non sempre edificanti) che straripano in un fiume di notizie dove, però, si è estinta l&#8217;informazione. Un tempo si credeva che un&#8217;immagine valesse mille parole. Questo era vero  perché erano in molti a ricordarle ancora, le parole. Oggi, in un mondo rimasto senza parole, l&#8217;immagine non vale (più) niente. Per ritrovare le parole perdute, per ritrovare il piacere della letteratura, il Sindacato Nazionale Scrittori, in collaborazione con l&#8217;associazione culturale Diesis, organizza incontri con autori.<br />
Il 16 marzo, allo Spazio Scopricoop di via Arona 15, a Milano, alle 18, è di scena Alberto Liguoro, con il suo ultimo romanzo &#8220;Rumore di passi nei giardini imperiali&#8221;, edito da L&#8217;Autore Libri, di Firenze.<br />
A parlare&#8230; dei giardini imperiali della letteratura ci saranno anche la giornalista e documentarista  Laura Silvia Battaglia e lo scrittore e poeta Filippo Senatore.<br />
Il doppiatore Marco Pagani leggerà alcune pagine del libro</p>
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		<title>Le piaceva ballare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Ormanni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Mar 2011 16:46:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[ballare]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franca Benincà Le piaceva tanto ballare non per esibizionismo, quello che trasforma tante bambine in vezzose statuette; V. tra l’altro non sapeva affatto ballare, nessuno l’aveva mai portata in una di quelle scuole di ballo per bambine-preadolescenti  che tanto saranno di ppmoda negli anni ‘70. Lei (e men che meno suo fratello) non era [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Franca Benincà</strong></p>
<p>Le piaceva tanto ballare non per esibizionismo, quello che trasforma tante bambine in vezzose statuette; V. tra l’altro non sapeva affatto ballare, nessuno l’aveva mai portata in una di quelle scuole di ballo per bambine-preadolescenti  che tanto saranno di ppmoda negli anni ‘70. Lei (e men che meno suo fratello) non era mai stata incoraggiata ad avere interesse per il proprio corpo. Eppure il suo interesse-piacere per il ballo era di tipo carnale. Una  “bambina” di nemmeno 13 anni, graziosa ma un po’ scialba nella pettinatura e nei vestiti, aveva una vera passione per l’odore dei ragazzi. Era del tutto ignara di faccende sessuali.  Né si preoccupava granché di questa sua ignoranza, che pensava non riguardarla affatto. “Ci penserò al momento” era come se dicesse. Ma non c’era ombra di verbalizzazione né di pensiero strutturato in queste sue considerazioni: era  ammassato alla rinfusa nella sua testa, come quando si imbucano da qualche parte vecchi oggetti in attesa di trovargli una sistemazione.</p>
<p>Dunque, le piaceva molto ballare, ma non era stato sempre così: quel piacere aveva una precisa data di nascita, cioè una “festina” come si chiamavano allora, organizzata dal fratello, maggiore di 3 anni , verso cui lei nutriva un misto di amore e invidia. Bravo a scuola anche senza studiare, aveva grande facilità a procurarsi amici e ad intrattenerli, cosa che invece a V. riusciva assai poco e a fatica. Avrebbe tanto voluto avere la sua facilità di trovarsi bene in mezzo agli altri e <em>che si vedesse</em> , che riuscisse a fare la sua bella figura, perché non basta essere a proprio agio, bisogna anche mostrarlo. E lei né lo era, né sapeva fingere di esserlo. Avrebbe dato chissà quanto per avere un marchingegno speciale, una sorta di maschera che le permettesse di apparire come avrebbe voluto essere e non era. Troppo spaventata dagli altri, facile al rossore (il contrario della maschera!) incapace quasi sempre di trovare le parole da dire quando si doveva dirle. Gli altri sapevano sempre tutto, che cosa dire e che cosa fare.</p>
<p>Eppure, anche con l’amato fratello aveva a volte rapporti difficili &#8211; come spesso succede tra fratelli, ma lei ci rimaneva male, ne restava mortificata. Succedeva, per esempio, che, di malumore, le desse qualche rispostaccia, spesso nemmeno rivolta a lei. E per consolarsi doveva concentrarsi a ricordare quanto la faceva ridere e giocare quando era piccolina, sembrava divertirsi molto anche lui. Ma per esempio il nome: lei veniva chiamata Vincy, orribile, diminutivo di Vincenza, ritenuto orribile anche da sua madre che infatti le aveva concesso il diminutivo. Perché chiamarla così? Pare che fosse il nome di una sua vecchia parente che ebbe cura della mamma quando, ancora piccola, rimase senza genitori. Una storia straziante sghignazzava Vincy con le amiche, per togliere quel sapore di melassa che la vicenda portava con sé. Ma intanto il fratello si chiamava Federico, un nome normale, a volte  chiamato Fedi dagli amici. Per brevità.</p>
<p>Ma torniamo alla festina, che fin dall&#8217;inizio si rivelò deludente. Senza la minima aspettativa di un successo personale (e come faceva a procurarselo? Col tristo abitino in principe di Galles, che  era stata una scelta obbligata visto che altri  non ne aveva?), quando il primo ragazzo venne gentilmente a chiederle di ballare, lei avvicinò quasi con indifferenza il proprio corpo al suo e cominciò a muovere i piedi.</p>
<p>In questo o poco più consisteva il ballo tra non professionisti o semplici appassionati, per lo più donne: schiena ben dritta, braccio destro o sinistro ripiegato altezza delle spalle del partner, quasi a voler mantenere le distanze, e mano dell’uomo che teneva accartocciata dentro la sua quella della donna.  Ma i ragazzi non accennavano nemmeno a movimenti articolati: si limitavano per lo più ad appoggiare il peso del corpo prima sull’una, poi sull’altra gamba: in altre parole si cimentavano in quello che simpaticamente veniva chiamato “ el balo de l’orso”.<strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em><span style="text-decoration: underline;">Ballerini </span></em></strong><strong><span style="text-decoration: underline;">più<em> esperti…</em></span></strong></p>
<p>La generazione dei loro genitori, quelli che il ballo approssimativamente lo conoscevano, o almeno si sforzavano di copiare le ballerine del cinema o dell’avanspettacolo  (e nelle cui movenze c’era meno erotismo che gusto per i movimenti sinuosi del corpo,  per il gioco sapiente dei piedi &#8211; nei più bravi &#8211;  movimenti esibiti con piacere di fronte agli astanti) i loro genitori, dicevo, mettevano anche questo “ballare per finta”  nel mucchio dei comportamenti incomprensibili della gioventù dell’epoca: che gusto c’era a muovere i piedi come dei ciabattoni? Che cosa c’era da stringere tanto fino a soffocare? Non era più stimolante ed elegante provare a creare delle figure che richiamavano alla mente (una per tutte) Carmen Miranda? Meta irraggiungibile, si capisce, ma era importante lo  spunto, il richiamo alla mente. E questo veniva affrontato dai ballerini più preparati: una volta in posizione, quando cominciava la musica: via, via con il movimento dei piedi: dai passi ampi (se c’era spazio) del valzer inglese o hesitation, ai rapidi passetti di uno pseudo-simil-fox-trot. O magari una rumba.</p>
<p>Ma i ragazzi, come ho detto, per lo più non volevano saperne di <em>ballare per davvero</em>: non gliene interessava proprio un bel niente: qualche coraggioso si cimentava in quella specie di esercizio ginnico spacca-rotule che era il twist &#8211; che tra l’altro si balla staccati, o uno di fronte all’altro. Ma, nonostante da “oltreoceano“, come diceva chi parlava elegante, arrivassero i balli più movimentati, in primis il rock’n’roll, che si era già conquistato una bella fetta di popolarità, la maggior  parte preferiva il ballo della mattonella. Era perfetto, si stava stretti stretti trasgredendo subito alle regole imposte dalla madre all’inizio della festa;  le due facce accostate fino a toccarsi, qualche timido bacio a fior di pelle. Ma questo per chi si conosceva un po’ o era già grandicello ; negli altri casi, una via di mezzo.</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration: underline;">E questo era il ballo di Vincenza, detta Vincy</span></em></strong><em></em></p>
<p>Lasciatasi dunque prendere dal primo giovanetto, andava verso di lui né con slancio né con riluttanza: una via di mezzo, consapevole di essere stata scelta per dovere di ospitalità: ma sì, un giro facciamolo fare anche alla bambina. Qualche frasetta o domanda di circostanza, l’età,  la scuola e all&#8217;improvviso quella strana atmosfera fatta di odori e sensazioni tattili: un po’ di barba qualche sedicenne ce l’aveva  e si faceva leggermente sentire nel dopobarba, ma altri erano ancora glabri e l’odore del loro collo era una novità, un misto di pelle, capelli, stoffa di lana che tratteneva di più gli odori,.. E insomma un tipico odore maschile, somigliante a nessun altro; mai più a quello delle ragazzine acqua e sapone, che odoravano ancora di colla per bambole; né a quello di qualche timida fragranza tipo J.M.Farina, o il calycanthus Adam, o il 4711 , tutti troppo dolci. No,  i maschi, tranne quelli col dopobarba, sembravano fieri del loro aspetto (ed odore) naturale. A  Vincy piaceva, e lo sapeva ritrovare anche negli altri ragazzi che, non certo a frotte, la invitavano a ballare; era, come dire, paga di questa scoperta che non confidò a nessuno.</p>
<p>La festina finì. Non fu un granché per lei, ma tutto sommato neanche per gli altri; troppo impacciati, troppo “non sapere come comportarsi”. Aveva scoperto il “ballo odoroso”, ma per lo più aveva fatto tappezzeria, che in linguaggio moderno si diceva “cambiare i dischi”, e aveva subito qualche velenosa frasetta da parte delle signorine più grandicelle: “ma non avevi un vestitino più elegante?”  “hai scelto una scuola che più brutta non si può”. E lei non rispondeva : che cosa doveva ri</p>
<p>Anticipiamo che dopo  questa “festa da ballo” ne visse altre, e non tutte così mortificanti, tutt’altro. Col passare degli anni l’odore del maschio, sempre presente ed attraente, venne gradatamente sostituito dall’odore dell’alcool che, specialmente nelle festine di capodanno, la faceva da padrone. In queste feste succedeva il contrario che nella prima: intanto i partecipanti erano più avanti in età, c’era perfino qualche ventenne o addirittura venticinquenne; poi tutti erano trascinati nel ballo, con le buone o le cattive. Un crescendo di allegria fino alla mezzanotte.</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration: underline;">Altre feste …</span></em></strong></p>
<p>Da una certa età alle festine poteva capitare che ci si innamorasse anche. Non certo dei compagni di classe, quelli stessi che si incrociavano alla mattina per farsi copiare i compiti o che chiedevano, per pietà, di suggerire se interrogati. Costoro non avevano nessun fascino, men che meno odoravano di buono: odoravano di scuola e basta. Per fortuna invece alle feste c’era sempre qualcuno di estraneo opportunamente invitato per sparigliare e che, se scelto bene, sparigliava che era un piacere. In questo tipo di feste perfino Vincenzina otteneva dei successi, supportata da qualche abitino simil-nuovo e dal suo grazioso musetto. Difficoltà a parlare, a tener su una conversazione, ne aveva ancora, ma ad una festa tra adolescenti non erano qualità indispensabili, tutt’altro. D’altronde la difficoltà di conversare rappresentò sempre una fatica insormontabile per lei. Erano necessarie alcune capacità o doti che non aveva, o che non sapeva di avere: saper raccontare qualcosa di divertente (e a chi veniva in mente in quei momenti?), evitare di dire stupidaggini qualsiasi tanto per dire qualcosa; parlare a voce alta per evitare di venire, poco per volta, ignorati.. D’altra parte, non tutti apprezzavano incondizionatamente la chiacchiera; ecco lo scambio tra suo fratello  e un amico udito di sfuggita: “Ma tua sorella non parla mai?” “Mai”;  “Ah, ma allora deve avere una ricca vita interiore”; frase detta, conoscendo il tipo, con la massima serietà. Aiutava anche essere un po’ civettuoli ma non troppo, sapere costruire qualche sguardo seduttivo; e se  poi qualcuno se la sapeva cavare con due corde di chitarra e un po’ di voce miagolante, quello aveva buone probabilità di vincere il torneo.</p>
<p>Alle festine, quindi, capitava di prendersi una cotta, di cominciare un flirt, o un filarino. Molto più spesso, però, l’amoretto durava<em> l’éspace d’un matin. </em>Lasciava, è vero, uno struggimento, una voglia di ritrovarsi di nuovo <em>là</em> dove ci si era divertiti tanto (e magari ci si era anche sentiti felici). A seconda di come era andata la festa, si rimpiangeva di essersi sentiti carini, ammirati, e che tutto ciò sparisse col ritorno alla vita normale.</p>
<p>Nei giorni seguenti c’era lo spazio per i commenti, benevoli o malevoli, del ballo passato: le critiche spesso riguardavano quella che faceva gli occhi dolci all’altro solo per dispetto, quant’era volgare (ma intendeva dire sexy)  il vestito di quell’altra cretina…ma più di tutte erano odiate le regole fissate dai padroni di casa riguardo  all’alcol, che era per lo più proibito. Ma come! Una festa in cui i ragazzi vogliono mostrarsi grandi agli occhi delle ragazze! Che figura! L’aranciata con le bollicine! Ma non c’era niente da fare, i liquori erano sottochiave o non c’erano affatto. L’altra restrizione invece  (molto più semplice da aggirare) riguardava le luci, che ad un certo punto, in assenza della saggia padrona di casa, venivano spente o abbassate , per dare via libera a baci osé , toccamenti e gridolini vari. Certo, chi per l’età, come la nostra Vincenzina, era ancora poco adatto a questo genere di sollazzi, si sentiva un po’ tagliato fuori e imbarazzato.</p>
<p>Insomma, tolti i primissimi anni di frequentazione, alle festine si andava per lo più per pomiciare, con buona pace di un mio amico che, parlando di quegli anni, recentemente mi fece questa vergognosa confessione.</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration: underline;">Primi rudimenti ed informazioni sessuali</span></em></strong></p>
<p>Nei primi anni sessanta la situazione relativa all”educazione” sessuale era a dir poco stagnante. Non succedeva niente, si litigava anche sul termine. Si voleva usare “educazione”, più moderno e onnicomprensivo, ma più in là di una misera informazione su parti anatomiche e loro funzione (appena accennata) non si andava. Bè, in moltissimi casi mancava anche questo. Non c’era ancora alcuna forma istituzionalizzata di istruzione scolastica in materia, e il tutto era affidato alla famiglia. Ancora più spaventata dei figli. E mentre i figli maschi avevano mille canali di informazioni “fai-da-te” (dagli amici più grandi o addirittura all’oratorio, magari durante la confessione, dove tanti erano i preti smaniosi di doversi dedicare all’ingrato compito di informare i ragazzini.), per le ragazze era diverso. Nel confessionale raramente veniva fuori l’argomento, e se succedeva venivano usati termini astrusi e poco comuni. Anche le ragazze parlavano tra di loro, certo, ma spesso partendo da posizioni distorte e quindi erano facili agli errori. Anche clamorosi, come chi credeva che i bambini uscissero dall’ombelico della mamma.  E questo succedeva soprattutto in città dove ancor oggi qualche bambino crede che i polli abbiano 4 zampe .</p>
<p>Abbiamo già detto all’inizio che Vincy non era nemmeno tanto preoccupata di non saper nulla di sesso.  Tutto ciò, ovviamente, in apparenza. Azzardiamo che, forse, fin che è piccola è inconsapevolmente sollevata, al pensiero che la cosa (la differenza tra maschio e femmina, le trasformazioni fisiche della pubertà) ancora non la riguarda; ma, una volta messa sulla strada della conoscenza, evidentemente, non poteva più fare la gnorri in questioni collaterali. In casa si parlava per cenni, si facevano allusioni: “Anche la piccola adesso è diventata una signorina” venne annunciato un giorno. Tutto qua.</p>
<p>Oppure certe parole uscivano da sole: chi  ricorda il “fungo cinese“? Una immonda poltiglia marron che doveva essere filtrata e bevuta diluita per sedare i “Disturbi periodici femminili“; e giù una risata sguaiata all’indirizzo della “piccola” che sarà anche diventata una signorina, ma non sa che cosa voglia dire questa espressione. “Cara!” le disse la nonna, intenerita dalla sua ingenuità, anche perché era lei stessa che leggeva per tutti l’oscuro biglietto illustrativo. Così capiva che si parlava di lei e questo la imbarazzava perché non sapeva che cosa stessero dicendo.</p>
<p>Per quanto riguarda l’aspetto più propriamente tecnico dell’argomento, cioè dove stanno i bimbi prima di nascere e soprattutto da dove escono, le bastarono delle osservazioni ripetute varie volte (della nostra vicina, per esempio, che ebbe 7 figli) per fare 2+2. “Senti, disse ad una amichetta in visita “ho visto io tante volte la mamma del piccolino con una gran panciona: c’era il bambino lì dentro! Perché quando poi è venuto fuori e l’abbiamo sentito piangere, la pancia si era tutta sgonfiata!” “Sì, ma come ha fatto a venir fuori?” “Non lo so, credo che gli facciano un taglio nella pancia. “ come il lupo di Cappuccetto Rosso?” Risate.</p>
<p>Discussioni, ipotesi,  scherzi; eppure più in là non si andava. L’argomento era difficile, soprattutto per le femmine, educate alla riservatezza. Una volta, trovatasi insieme in stanza da bagno con un’altra amica più grande,  Vincenzina sbirciò sotto le sue gonne e fu colpita e turbata dalla presenza della peluria  e dal colore scuro della pelle. Questa parte oscura anche in senso metaforico forse l’aveva vista in sua madre durante l’infanzia.  Ma a quel tempo ne era ancora lontana, erano eventi di là a venire, poteva stare tranquilla. Ora aveva invece paura che il fenomeno le si stesse rapidamente avvicinando, che la distanza tra  l’età della sua amica e la propria si stesse accorciando. Si sentiva <em>costretta </em>a diventare donna. E presto.</p>
<p>E come donna avrebbe dovuto spiegarsi quella strana &#8211; e piacevole &#8211; sensazione che la prendeva ogni tanto, sembrava indipendentemente dalla sua volontà; forse un brivido (ma non era un brivido) o forse un formicolìo (ma non era nemmeno un formicolio) che lei, qualunque cosa fosse, sentiva di dover tenere per sé. E’ che ogni tanto le venivano strani pensieri: e se era una malattia? Magari mortale? Un cancro? Ma lei non ci pensava neanche a chiedere consiglio ad un adulto; e se    era una cosa grave, pazienza. Così, di primo pomeriggio, quando tutti in casa dormivano, pervasa della curiosità riguardo al proprio corpo, si appartava in qualche posto riservato e restava sola per un po’ di tempo. Ed è lì che la lasceremo, in compagnia dei suoi pensieri e della sua intimità.</p>
<p>Ma una piccola bambina, anche se ormai diventata una signorina, non dovrebbe mai essere lasciata sola per la strada; non parlo, ovviamente, di fisicamente sola, ma dico che dovrebbero esserci <em>prima </em> le spiegazioni, la preparazione ai futuri eventi: le bambine altrimenti si spaventano e non sanno a chi rivolgersi. Nessuno pare pronto ad aiutarle. Così, in un pomeriggio di primavera, in pieno giorno (però erano le 2) un signore sembrava seduto nella sua auto ad aspettarla. Infatti quando lei passò le chiese una strada. Non si accorse lei che detto signore aveva la patta dei pantaloni aperta e i genitali tenuti in mano; così lei rispose. Lui insistette: “Lei ha da fare o può accompagnarmi?” Da notare il “Lei”; aveva e dimostrava 13 anni. A quel punto Vincy capì più che altro per intuito: non aveva mai visto i genitali di un adulto. E se ne andò senza aggiungere parola. Ma che subbuglio! Sentì un motore accendersi dietro di lei. Fu presa dal terrore che quello la seguisse, accelerò il passo senza mettersi a correre. Per fortuna dopo pochi metri era a casa. Ma continuò, continuò su per le scale ad <em>invocare</em> tutte le persone buone (maschi) che conosceva: Sergio, Giovanni, Antonio, affinché la salvassero. Da che cosa? Ormai era a casa, al sicuro. Voleva essere salvata dalla vita che era tanto crudele e le faceva tanta paura.</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration: underline;">Amori in celluloide</span></em></strong><strong><em></em></strong></p>
<p>Prima di entrare definitivamente nella realtà &#8211; nella vita, con le sue meschinità, le sue miserie, le inquietudini &#8211; prima di essere risucchiate nel loro destino di moglie e madre (quello che aspettava ancora  parecchie di loro) le ragazzine (ben poco i maschi) si concedevano, come dire, una vacanza nell’irreale,  nel sogno, nella bellezza , nell’Amore…e si innamoravano di un “bello del cinema”. Non è da credersi (o almeno non in tutti i casi) che fossero amori di serie B, per riderci sopra e per scherzarci, tutt’altro, erano sentimenti veri. Esistono d’altronde anche oggi, pur essendo cambiati i modelli di riferimento e le modalità espressive del fenomeno. Ma negli anni 50/60 c’era un vero processo di “identificazione amorosa“. Per Vincy tutto cominciò con James Dean, che peraltro più che oggetto di desiderio era oggetto di tenerezza, forse perché il boom della notorietà lo ebbe dopo morto. Bisognava trovarne un altro, vivo, forte ma giovane, possibilmente americano, biondo, eroe di guerra (nei film): Tab Hunter! Praticamente sconosciuto (e pertanto più personale) lo si trovava soltanto nelle cartoline che  vendevano dal tabaccaio vicino alla scuola. Lei e le sue amiche ne facevano la raccolta, ma altre fonti di approvvigionamento erano le riviste femminili: ritagliavano le foto più interessanti (anche di altri attori) e le incollavano nelle pagine di vecchie agende.</p>
<p>Vincy era pazzamente innamorata di Tab: decisamente il suo primo grande amore. E come tutti i grandi amori era segreto: ne era informata solo la sua compagna di banco.  Si diceva pronta a tutto per lui: per dirne una aveva progettato di iscriversi, finite le medie, ad un corso triennale per segretaria, in modo da sbrigarsi a ottenere un diploma qualsiasi ( bisognava anche accontentare papà) e poi, a 17 anni: via! In volo per l’America! A che cosa fare e come mantenersi, era un mistero che essa volle tenere per sé. Qualche santo avrebbe provveduto. Intanto provava le prime pene d’amore: quando sfogliava l’agenda con le foto un brivido le preannunciava l’arrivo di una pagina incantata.  Nei confronti di Natalie Wood (i giornaletti la presentavano come “la sua ragazza”) non era affatto gelosa, condivideva con lei un amore immenso, avrebbe voluto anzi diventarle amica. Ma la sua sofferenza derivava dal fatto che, al di là del viaggio programmato, lo sapeva bene che si trattava di un amore impossibile, di quelli che fanno star male: l’avvicinarsi della pagina dell’agenda con incollata la foto di Tab non rappresentava per lei la pienezza del godimento del suo amore, bensì la mancanza, l’eterna mancanza del suo bene.</p>
<p>Non andò in America perché, come vedremo, nel frattempo le era passata. Ma in parte mantenne l’impegno: si iscrisse alla scuola di segretaria, che non le piaceva per niente, tant’è vero che una volta completata “stracciò” il diploma e si iscrisse al ginnasio.</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration: underline;">La nuova scuola</span></em></strong><em></em></p>
<p>Però,  rimessi i piedi a terra, si ritrovò  smarrita. La scuola, scelta per motivi sbagliati o comunque irreali, si accorse ben presto che non le piaceva: l’avrebbe portata verso un lavoro di segretaria. Squallido.  Almeno squallido nei confronti della scuola del fratello (con cui il confronto era sempre aperto) che poteva vantarsi di essere un futuro studioso, roba seria, mica ragazzate. “Io mi vergogno a dire che scuola fai” diceva nei momenti di perfidia alla sorella, ”piuttosto dico che vai a battere!” “Federico!!” (la mamma) “Sempre se sai che cosa vuol dire” concludeva imperterrito. La prendeva in giro dal giorno in cui aveva scoperto che non sapeva che cosa voleva dire “mignotta”, Quelli erano momenti di tensione e, per Vincy, di sofferenza: offesa e mortificata spesso le sembrava di camminare in un terreno minato. Si sbagliava:  le osservazioni di Federico erano bonarie e voleva solo fare spirito. A volte interveniva la madre: “Lasciala stare, non potresti farti i fatti tuoi?” “Ma questi <em>sono</em> fatti miei” soggiungeva Fedi, però abbassando il tono della voce come chi ha deciso di chiudere lì la questione. Ma intanto la ferita restava ed era proprio il suo amato fratello che gliela aveva inflitta.</p>
<p>Ma infine, adesso che poteva fare? Dire a suo padre che aveva cambiato idea? Non ne aveva il coraggio. Così proseguì, si sarebbe visto in seguito. Intanto si era ripromessa di trarre da quella scuola tutti i vantaggi (non poi molti) che essa offriva: per esempio l’orario di frequenza era lunghetto (con tanti pomeriggi); in cambio però raramente davano compiti per casa; beh, questo era un vantaggio. I compagni erano simpatici e senza puzza sotto il naso; la scuola organizzava durante le vacanze estive un viaggio nel paese di cui si studiava la lingua. Così un anno andò a Parigi, l’anno seguente a Londra… non male.</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration: underline;">E il grande amore?</span></em></strong></p>
<p>Già, intanto l’amore era passato. Ma come avvenne? Quel grande amore che la faceva  star più male che bene, che si prendeva una larga fetta della sua affettività e della sua passione; come successe che ad un certo punto sparì? Probabilmente la ragazza fece un serio e proficuo esame di realtà: adesso era cresciuta ed era in grado di farlo.</p>
<p>Si accorse che un qualsiasi “Giovanni” era più reale, più presente di tutti i Tab del mondo, più in grado di soddisfare i suoi desideri. E la vita in America, con le sue praterie e i suoi eroi, forse non era nemmeno più bella della vita che lei conosceva, rassicurante,  dove c’erano le sue cose, le persone che amava. Chi lo sa che tipo era Tab Hunter? Chi lo sa se l’avrebbe voluta? Del resto, lei stessa annotava in un quadernetto-diario segretissimo, (sbucato fuori e da lei stessa divulgato in età  adulta,) mentre raccontava di aver incontrato dei simpatici ragazzi: “Mi è un po’ passata per T. H. Certo che è carino, ma è una cosa troppo poco reale e lontana.” Ecco. Liquidato in due parole.</p>
<p>Resta un interrogativo: che tipo di amore era quello per Tab? era anche fisico? E’ probabile che venisse escluso il desiderio per il suo corpo e i che suoi sogni di “lussuria” si concentrassero in abbracci e casti baci. D’altronde la sua conoscenza delle &#8220;cose del sesso” era ben poco aumentata rispetto a quando aveva 12 anni.</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration: underline;">L’amore fastidioso</span></em></strong><em></em></p>
<p>Una delle cose dell’amore che scoprì intorno ai 15 anni   (una novità per lei che non ne aveva fatta ancora esperienza) fu il fatto che a volte l’amore, il corteggiamento può diventare sgradito e  perfino soffocante. Nella sua ingenuità pensava che sarebbe stato sempre e comunque desiderabile avere qualcuno che ti corteggia, che ti fa dei complimenti: chi poteva rifiutarli? Parrebbe non esserci limiti alle lusinghe, al desiderio di piacere a qualcuno. E invece succedeva pure questo.</p>
<p>In una delle solite festine, un giorno conobbe un ragazzo, Gabriele,  moderatamente simpatico, un po’ imbronciato ma carino, che le stava sempre attorno senza essere troppo invadente. La corteggiava affettuosamente e non le causò nessun problema. Era venuto col fratello, di un paio di anni più grande.</p>
<p>L’indomani sulle 6, alla fine della scuola, chi si trova davanti ad aspettarla: forse Gabriele con cui bene o male aveva stretto amicizia? Macché, era il fratello maggiore, col quale ben poco aveva avuto a che fare. Si indispettì moltissimo:</p>
<p>&#8211; Che ci fai qua? Aspetti qualcuno?</p>
<p>&#8211; Sì, te. Posso accompagnarti a casa?</p>
<p>&#8211;  Nemmeno per sogno: Perché non me l’hai chiesto ieri?</p>
<p>&#8211;  Sai, ieri c’era mio fratello che ti faceva la corte, non volevo rubargli la scena. So che gli piaci molto e piaci molto anche a me.</p>
<p>&#8211;  Beh, comunque stasera no. Non credo neanche le altre sere [decisamente non le piaceva] ma prova pure.</p>
<p>Non si sa se il meschino ebbe il coraggio di presentarsi una seconda volta.</p>
<p>Aveva un fastidio connaturato per i piccoli riti ormai codificati: detestava dire (e fare) la frase “uscire con qualcuno”, e, anche se sembra che non c’entri, per molti lunghi e scomodi anni si rifiutò di portare la borsa, perfino le modernissime (allora) tracolle. Teneva sempre in mano un borsellino di stoffa scozzese con dentro pochi spiccioli e un fazzoletto. Forse era il concetto di “femminilità” che non riusciva ad accettare; femminilità come passività, subire le proposte del maschio e dovergliene pure essere grata!</p>
<p>Questi però non erano preavvisi di femminismo ante litteram, tutt’altro. Ancora una volta non aveva le idee chiare. Avrebbe combattuto, se necessario (come Voltaire!), a favore delle donne discriminate, ma conservando in sé il segreto di un sottile disprezzo per loro nel momento in cui si contentavano di queste vittorie “di facciata”.  Ma poi c’è da dire che aveva ereditato in blocco la spiccata misoginia della nonna. Lei non lo avrebbe mai ammesso, (anche perché forse non del tutto consapevole) ma riteneva che le donne fossero esseri  leggermente inferiori, se non altro in senso statistico. Ecco il rifiuto della borsa: non voleva confondersi con <em>quelle là. </em></p>
<p>Un’altra volta dovette manifestare il suo fastidio per proposte non richieste; era al mare, dove conobbe un bel ragazzo sui 20 anni (lei 15) che se ne innamorò subito e glielo fece capire, anche se doveva partire l’indomani. Ma le scrisse una lettera. Era innamorato di lei, così carina e dolce, avrebbe voluto tenerla sempre per mano: e le prospettò una vita futura, con bar da gestire, matrimonio e figli. Qui si infuriò. Come poteva un perfetto sconosciuto proporle una vita in un Bar Sport? E se l’aveva percepita “carina e dolce” dovette ben presto ricredersi. Gli diede una quasi-rispostaccia e non ne volle più sapere.</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration: underline;">L’amore vero, finalmente?</span></em></strong></p>
<p>In questo stesso periodo, in quegli stessi mesi in cui lei conduceva, a modo suo, con i suoi ritmi, le prime mini battaglie per l’autoaffermazione, il destino le preparava la sua prima esperienza,  questa volta sia reale che coinvolgente.</p>
<p>Avvenne che, tramite il solito Federico che era l’unico elemento della famiglia capace di inventiva e di originalità (e anche di salvare certe situazioni, come  vedremo in seguito) si venne a sapere dell’esistenza di una scuola di mimo e recitazione per giovani anche del tutto inesperti. Lui intendeva iscriversi (anche se aveva la maturità: riusciva sempre a fare più cose insieme), ed a quel punto, bisogna convenirne, con generosità volle incoraggiare la sorella ad iscriversi offrendosi, nelle serate buie invernali, di darle uno strappo in bici. Non poté però trattenersi dall’aggiungere: “tanto per quella scuola non occorre che studi!” Insomma questi erano dettagli, ma indispensabili per partire da una base organizzativa decente.</p>
<p>Le lezioni incominciarono; come si dice: il fascino del palcoscenico! Era veramente un’esperienza straordinaria,  c’erano in tutto una quindicina di ragazzi e ragazze, piuttosto giovani, Imbarazzante all’inizio, quando il “maestro” li invitò a preparare un pezzo a loro scelta in pochi giorni. Difficile lì su due piedi. Dal mucchio dei ragazzi allora si alzò un tipo che pareva più grande degli altri. Si  avvicinò  a Vincy e le chiese così senza tanti preamboli se sarebbe stata d’accordo di recitare una scenetta scritta da lui stesso: era un testo drammatico, ma lui la chiamava “farsa”, forse per fare spirito. Lei, un po’ titubante, rispose che andava bene, si poteva provare, anche se lei non aveva nessuna esperienza. “Ma neanch’io!” rispose lui, “siamo qui per imparare. “Piuttosto, bisognerà vedersi qualche pomeriggio per provarla ed impararla a memoria.”  Questo particolare la disturbava un po’: un estraneo di punto in bianco in casa! Che imbarazzo! Bisognava saper cosa dire, non trovarsi mai senza argomenti. Per fortuna c’era la commedia di cui parlare, e comunque il tutto sarebbe durato solo poche settimane. Alla fine intervenne Federico che, con l’autorevolezza del fratello maggiore, la “spinse definitivamente verso il sì,” per così dire.</p>
<p>A parte l’imbarazzo, sentimento già di per sé più negativo che positivo,  il progetto non la entusiasmò poi un granché: il ragazzo, un ventenne di nome Michele, non lo trovava particolarmente simpatico né bello, aveva una bocca piccola che gli faceva fare più che altro dei mezzi sorrisi: i denti leggermente scuri per via del fumo, occhi piccoli e non troppo espressivi. Aveva sì quello che si chiamava una bella figura: alto e magro. Ma insomma non ne rimase folgorata.</p>
<p>Cominciarono le visite e le prove. Si lavorava seriamente, avevano una scadenza e bisognava darsi da fare. Durante questo periodo non successe niente tra di loro, erano forse occupati a studiare la parte. Oppure non era ancora riuscito a piacerle fisicamente: tanto pesavano le espressioni del volto. Ma la sera della recita di prova alla presenza del “maestro” e degli altri allievi, qualcosa successe: si erano sentiti vicini, complici. E lui, per suggellare questa specie di unione, alla fine le prese la mano, e sempre  per mano, si volsero verso il pubblico, facendo il consueto gesto dell’inchino.</p>
<p>Questo inchino le fece capire quanto forte era il sentimento che, da un  momento all’altro, si era venuto a creare e poi a rafforzare tra di loro. Si era innamorata. Non contavano più niente il sorriso striminzito, gli occhi piccoli e tutti i suoi difetti: lui le faceva capire di essere a sua volta innamorato di lei, fatto che immediatamente trasformava un amore in un legame.</p>
<p>La nascita ed il prosieguo del flirt erano stati  rinforzati, anche a loro insaputa, da due fattori: il vedersi quasi tutti i giorni, tra lezioni e prove; il contenuto del testo. Si trattava di un condannato a morte per uxoricidio che ha una visione della moglie poco prima dell’esecuzione: la moglie che amava tanto e che lui stesso aveva ucciso. C’erano nel testo parole e gesti d’amore che non potevano non  toccare i sentimenti di una quindicenne.</p>
<p>Sicché l’affaire continuò anche dopo la recita, che ebbe un buon successo presso il pubblico del teatrino, piuttosto ampio e con comode poltroncine rosse. In  particolare, la notte del “Saggio” finale, una notte tiepida di maggio, rimase nel ricordo di tutti come un evento magico. Il pubblico generoso (anche perché in gran parte composto da parenti e addetti ai lavori) la recitazione rilassata e gratificante: resta solo da aggiungere che, in un momento in cui entrambi non erano “di turno”, lui la afferrò da dietro le quinte e la portò al buio, dove la tenne stretta a sé: un intermezzo con un atto d’amore, che la rese pienamente felice.</p>
<p>A ben vedere erano una strana coppia.  Lui era un tipo dall’aria vissuta: chissà quante ragazze &#8211; e donne &#8211; aveva avuto. Lei una verginella sprovveduta &#8211; lui però in privato la chiamava “la mia ninfetta”. Lui faceva il dongiovanni, ma non in modo offensivo per la piccola Vincy, con una sciacquetta del teatro, un po’ puttanella; ma lei sapeva nascondere bene la gelosia. Anche perché  (se non era un giorno era il giorno appresso) si vedevano loro due soli a casa sua. O anche, finché non faceva freddo, passeggiavano nei dintorni, e per la strada ogni tanto si fermavano per baciarsI, si tenevano sempre per mano: insomma, allora si consideravano “due fidanzatini“. Anche a casa continuavano con i baci: lui si metteva in piedi, appoggiato con la schiena ad una scaffalatura per poterla abbracciare e baciare senza essere visti da fuori; allo stesso tempo cercava di farle sentire il leggero gonfiore nella patta dei pantaloni, cosa che lei, del resto, non si spiegava). Oppure stavano seduti in poltrona a chiacchierare: possiamo facilmente indovinare chi aveva la parlantina sciolta e chi non sapeva mai cosa dire.</p>
<p>Michele era anche un tipo romantico: le scrisse due poesie sul frontespizio di un libro. Però ancora una contraddizione: diceva parecchie parolacce, e Vincy nel suo bigottismo non le gradiva. Anche se erano parolacce infantili (del tipo: cacca, culo, ecc. Non vennero mai fuori parolacce di stampo sessuale: chissà come avrebbe reagito. Michele ebbe anche l’intelligenza e la delicatezza di capire che non era ragazza da forzare a fare ciò per cui non era ancora pronta. Ne avrebbe ricevuto uno spaventato rifiuto.</p>
<p>La relazione dei due ragazzi meritava un intervento dei genitori. La madre, che non si era più di tanto interessata all’”educazione” della figlia, adesso sentiva che la cosa non poteva continuare senza che essa desse a Vincy un segnale “forte”.  Non sapeva che dire , ma almeno ci avrebbe provato. Così una sera che lui se n’era già andato invitò la figlia a seguirla in sala da pranzo “per parlare un po’ di questo giovanotto”. Vincy, che era ancora più imbarazzata della madre, sfoderò immediatamente l’arma del pianto, di solito infallibile. Non sapeva perché piangeva, per cui doveva trovare in fretta qualcosa da dire; ecco, poteva riprendere un discorso che c’era stato tra di loro qualche tempo prima: Michele, con aria costernata, aveva rivelato che il medico, ad una delle ultime visite, gli aveva intimato di smettere di fumare, altrimenti … (singhiozzo). . La scena si era svolta davvero, ma alla fine Michele le aveva fatto capire che era stato una specie di trucchetto “a fin di bene” per suscitarle una reazione, “Devo sapere se mi vuoi bene o no, non me lo dici mai” Era stata anche una scena tenera, entrambi commossi che si abbracciavano e baciavano. E anche nella sua ripetizione sortì il medesimo effetto: madre e figlia si commossero, la madre citò mille casi di persone a rischio che, dopo aver perso il vizio del fumo erano rifioriti, ecc. ecc. Ma rimase l’unico discorso affrontato, non si parlò più delle “intenzioni di questo giovanotto“: il pianto aveva lavato via tutto.</p>
<p>A questo punto ci fu Parigi. Vincy e le sue compagne, come già detto, ci andarono per un mese con la scuola. Prima della partenza era un po’ spaventata: chissà che sarebbe successo del suo amore? Lui si sarebbe forse innamorato di un’altra? Il solo pensiero la faceva soffrire. Anche lui si lamentava: “vorrei che non fossi promossa, così non andresti a Parigi”, ma, nonostante questi pensieri lamentosi, non le passò mai per la testa l’idea di restare a casa. Prevedeva, ed a ragione, di divertirsi un sacco. Le sue compagne, tutte femmine, erano simpatiche e spiritose: si davano da fare per organizzare scherzi e diffondere espressioni osé, alludendo a comportamenti spinti, facendo capire di che pasta era fatto il loro perbenismo: perfino la piccola Vincy partecipava divertendosi un mondo.  Certo nella maggior parte dei casi era un dire più che un fare, comunque erano puledre in libera uscita e ognuna, ovviamente, aveva il suo punto di partenza (dovuto anche alle diverse età). Per esempio Vincy non sarebbe mai passata alle vie di fatto, dato il tipo di educazione ricevuto; però giocava a farlo, abbandonandosi al turpiloquio e a discorsi indecenti.</p>
<p>E così, dopo giorni e settimane, di Michele non era rimasto apparentemente che un pallido  simulacro. Si saranno spediti sì e no un paio di cartoline a testa, e niente più (soprattutto lei; lui non rispose quasi mai). Questo finchè continuava il viaggio. Al ritorno, Vincy si sarebbe aspettata uno squillo di telefono, come d‘accordo. Invece non successe niente per alcuni giorni: lei provò anche a telefonargli con titubanza (non aveva rapporti con la sua famiglia), ma non lo trovò. Cominciò a disperarsi: questo silenzio indubbiamente voleva dire qualcosa, qualcosa che egli non aveva il coraggio di dirle a voce. E che cosa poteva essere se non il preannuncio di una rottura?</p>
<p>Il “non sapere” la faceva star da cani. Avrebbe preferito un discorso chiaro: almeno se la “sarebbe messa via” come si usa dire. Invece continuò per parecchio tempo questo silenzio, che a questo punto significava una cosa ancora più brutta: <em>si era dimenticato di lei. </em>Com’era possibile? I loro pomeriggi insieme, i loro baci, le sue lacrime?</p>
<p>Un bel giorno arrivò, vispo come un cardellino. Vincy era intenta ad una attività appresa da poco dalla donna di servizio: stava lavorando a maglia. Quando sentì suonare, vergognosa di apparire troppo “casalinga”, in un batter d’occhio scaraventò il lavoro dentro un armadio, scappò in bagno per ravviarsi i capelli e si presentò all’ospite . Questi si fermò 10 minuti, salutò allegramente Federico che era nei dintorni, e poi altrettanto allegramente se ne andò. Prima di andarsene fece loro vedere con aria ebete lo strafanto in voga in quel momento: lo <em>scoubidou, </em>E con mille smorfie da buffone ci giocò per alcuni minuti. Era fatto da una serie di spaghetti di plastica che si annodavano e intrecciavano fino a formare che so, un pupazzetto, un portachiavi, ecc: insomma una antipatica stupidaggine soprattutto per la povera Vincy che aveva altro per la testa e che da quel momento non volle più sentir parlare dell’odioso mostriciattolo.</p>
<p>Del resto, non si fece più vedere neanche il giovanotto, e neanche sentire. Anzi, un paio di volte lo vide di sfuggita. La prima avvenne per la strada, mentre passeggiava in centro e lo schivò per miracolo: non voleva vederlo. La seconda fu ad una riunione a scuola, non si sa in che contesto. Non si “incontrarono “ neanche questa  volta, ma arrivata a casa, in camera, da sola, recitò una breve scena di dolore, con pianti e toni di disperazione, e movimenti drammatici (alla Duse) con le braccia. Il corso di recitazione aveva fatto un buon lavoro, e lei se ne rese ben conto.</p>
<p>In seguito più di una volta ebbe modo di mostrare la sua forza e il suo carattere in situazioni analoghe, e se la cavò sempre benissimo. Aveva una preziosa risorsa: quando il dolore si faceva più forte, troppo forte, ottundeva per così dire i canali della sensibilità, facendosi meno fragile e quindi soffrendo di meno.  E, come forma di difesa, dava tutto il torto all’altro.</p>
<p>“Preziosa” si fa per dire; “preziosa“ per salvarsi la vita sul momento, ma sicuramente le avrebbe fatto meglio raccontare a qualcuno che cosa le capitava e che cosa provava. I nodi, si sa, vengono al pettine. Invece stava ostinatamente zitta su tutta la linea. Dai tempi di Tab Hunter, a parte la sua compagna di banco,  nessuno  poteva chiederle dei suoi ragazzi, dei suoi amori. Di Michele nulla, neanche a Marianna, una sua carissima amica con cui faceva ogni giorno la strada per andare a scuola. Era anche un atteggiamento se vogliamo indisponente: lo scambio di confidenze è un contenuto “forte” dell’amicizia. Ma ormai la si conosceva: era fatta così. Preferiva raccontare tutto al  diario, che però conteneva anche tanti buchi: non scriveva nulla quando era felice (troppo impegnata ad esserlo) e quando era nel pieno del dramma e dell’infelicità preferiva non mettere il dito sulla piaga e aspettare che non sanguinasse più. Scriveva appena sedata la burrasca ed era un po’ più tranquilla, ed allora si lasciava andare a osservazioni misticheggianti sulla vita, su Dio, sul destino, e così via. Note sempre ispirate ad un ottimismo per lo più scaramantico (anche se, per prudenza a volte sceglieva il pessimismo).</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration: underline;">E il sesso?</span></em></strong><em></em></p>
<p>Apparentemente, sul piano dell’informazione sessuale, non succedeva niente, ma qualcosa  doveva essere successo se, come vedremo, era passata dalla quasi-indifferenza al terrore.  Per quanto in difesa, l’intelligenza era normale e deve essersene fatta un’idea. Per di più la sua amica Marianna, che frequentava assiduamente, era il suo esatto contrario: moriva dalla voglia di raccontare, con dettagli, i suoi incontri col fidanzato; qualche dettaglio deve esserne uscito.</p>
<p>“Oh, Vincy, l’ultima volta, con Giuseppe, è stato così bello…ma io non ce la faccio mica ad aspettare, gliel’ho anche detto“… E Vincy: “ma Marianna che dici, possibile che non puoi portare un po’ di pazienza?“ Ecco, aveva detto la sua: era una questione di pazienza. Era sessuofoba alla grande. Non riusciva a capire come poteva chiamarsi amore un atto così sgradevole al solo pensarci. Ancora più esplicita appare in un paginetta di diario in cui si pronuncia su “Fausto ed Anna” di Cassola. Dopo una prima parte che le era piaciuta, si era imbattuta in una scena d’amore. “Non mi è piaciuta per niente, dice, “mi ha dato molto fastidio” aggiunge, ma non spiega perché. Ma, fattasi i suoi conti, basandosi su informazioni scarse e molto imprecise, doveva essersi resa conto  che sotto c’era una gran fregatura. Infatti: “se il matrimonio è una grande delusione, come sono propensa a credere, preferisco non sposarmi mai. Approvo pienamente anche la sua [di Anna] repulsione per le relazioni sessuali col marito e penso che se un giorno dovessi sposarmi non riuscirei mai a superare tale avversione”. E infine, più avanti: “Non so come, a quel tempo, desiderassi tanto sposare M. Forse non pensavo che il matrimonio comportasse tante cose orribili o forse una sola cosa, più orribile di tutte).</p>
<p>Qui però dobbiamo fermarci e porci delle domande, forse ingenue ma necessarie. Vincy usa le espressioni “cose orribili”, “repulsione”, “avversione”. Di che cosa sta parlando?</p>
<p>Possiamo pensare alla sofferenza per il pudore violato che pure grande parte aveva nella sua personalità (era un tormento la vita di spiaggia per lei: solo alla fine della villeggiatura si abituava un po‘ al costume), ma quando parla della “cosa orribile, la più orribile di tutte” , vien da pensare che si riferisca piuttosto alla penetrazione. E che se la immagini anche dolorosa. Ma come fa a saperlo? La sua amica Marianna, pur abbandonandosi all’estasi tra le braccia del moroso,  era ancora troppo giovane, per quell’epoca, per avere già avuto rapporti completi. E allora? Da dove veniva questa paura del dolore fisico se probabilmente non l’aveva ancora mai provato (intendo, neanche con l’autoerotismo)? E non aveva, è da credersi, mai visto un membro umano in erezione, cosa che, confrontandolo con l’organo femminile, avrebbe potuto spaventarla. Anche se avesse avuto pratica di nudi maschili sotto forma di statua (per esempio il David di Michelangelo) la grandezza del membro di questi capolavori non spaventerebbe una mosca.  Possiamo ipotizzare la presenza di una terza persona, per esempio la madre di Marianna che, molto probabilmente  meno repressiva nell’educare la figlia, la avesse già “preparata a questo futuro accadimento. Tra gli argomenti di chiacchiera lungo la strada verso scuola, c’era probabilmente l’occasione per parlare anche di questo. Sì, l’occasione c’è, ma sappiamo che lei non ama parlare di queste cose: facendo domande c’è il rischio di dare involontariamente delle risposte.</p>
<p>Le sue paure dovevano avere basi in grandissima parte psicologiche. Dato e non del tutto concesso che conoscesse l’esistenza del dolore nel primo rapporto, questo dolore è <em>un simbolo, </em>una <em>metafora </em>del<em> vulnus </em>che l’uomo inferisce in modo indelebile alla donna e per lei inaccettabile.  Così ho detto e così sia. Se vogliamo, la sua reazione al sesso aveva la stessa radice (anche se minor drammaticità) dell’ostinazione con cui quella volta si rifiutò di farsi accompagnare a casa dal fratello del suo corteggiatore Gabriele, o ancora il modo caparbio con cui si rifiutava financo di assaggiare il pesce. Quello che, giusto o sbagliato, aveva appreso del sesso era, come minimo, disgustoso: spogliarsi davanti al marito e mostrare tutte le sue nudità, le sue “vergogne”; lasciarsi toccare da lui e toccarlo, per non parlare della penetrazione, erano tutte cose che lei <em>non voleva, </em>cascasse pure il mondo, non se ne parlava proprio, non se ne <em>doveva</em> parlare.</p>
<p>Ma, stranamente, continuava a non sentirsi eccessivamente preoccupata delle proprie lacune in materia, quasi che, per miracolo le cose che oggi non combaciavano avrebbero finito per combaciare al momento giusto. Cos’è che doveva combaciare? L’immagine dell’uomo dei suoi sogni, innamorato di lei, che le desse tenerezza, affetto, simpatia (ne parla apertamente nel diario): aggiunge che lo vorrebbe ricco e generoso, che la facesse viaggiare e divertire: che lo volesse anche vecchio e impotente? Si direbbe di sì, leggendo l’ultima postilla: purché non si mettesse in mente di toccarla intimamente contro la sua volontà. Tutto ciò doveva combaciare, come in uno scambio, con quello che lei sentiva di poter dare, ma si rendeva conto che era poco: baci, abbracci, affetto…ci voleva un miracolo, che avrebbe dovuto far succedere che l’amore fisico si facesse facile, indolore, senza vergogne. E vissero tutti felici e contenti. A dire il vero, però, se togliamo il miracolo, è proprio così che si liberò del suo male, sia pure dopo parecchi anni e stressanti difficoltà.</p>
<p>Nel frattempo si era manifestata e codificata una ragione in più per rifiutare il sesso, una ragione per restare casti: il fattore religioso. In realtà religiosa, e in particolare cattolica, lo era da sempre, per educazione familiare, (anche se recentemente si era interessata di più alle chiese protestanti) ma non aveva messo in relazione la <em>paura  </em>con il<em>  peccato. </em>Non si era accorta che si trattava di due cose diverse: <em> </em>il pensiero che qualcuno potesse entrare dentro di lei le dava la sensazione della morte fisica<em> , </em>il peccato la preparava all’inferno.</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration: underline;">Autostima</span></em></strong><strong></strong></p>
<p>E quelli che seguirono furono gli “anni dell’interregno”, o anche (impropriamente) di latenza; anni in cui si interessò più che altro alla scuola, un interesse faticoso perché non amava tanto concentrarsi su di un solo aspetto della vita, e finiva così con lo studiare in modo superficiale e confuso. Ma insomma se la cavò. I passatempi più “sociali” consistevano per lo più in ascolto della musica, in dischi e concerti,  nel cinema, assiduamente frequentato, e, soprattutto, nell’approfondimento dell’amicizia con un paio di amici di suo fratello che, bontà loro, la trovavano simpatica!  Una sensazione bellissima e tanto attesa. Per la prima volta delle persone interessanti ed intelligenti (e con qualche anno di più di lei) la cercavano per fare insieme delle cose: il teatro, il cineforum… tutto, apparentemente, senza nessun coinvolgimento amoroso. Una grande sensazione di libertà. Anche questa volta, comunque, i nodi vennero al pettine, anche se, in un caso, in modo piacevole. Uno dei due ragazzi, una persona molto sensibile e comunicativa, finè per innamorarsi di lei. Un giorno, di ritorno da una passeggiata. avevano passato un pomeriggio insieme a chiacchierare nel salotto di casa (quello dove stavano, a suo tempo, lei e Michele) e senza che se ne  accorgesero, arrivò sera. L’atmosfera si fece suggestiva e favorì le loro confidenze, anche le loro commozioni. Si lasciarono entrambi con la sicurezza che era avvenuto qualcosa di importante tra di loro.</p>
<p>Ma non era amore, almeno non per Vincy. Era un acco di altre cose: comprensione, affetto, ammirazione, sentirsi bene insieme, ecc. ma (a volte capita) Vincy non ne era innamorata, non le piaceva niente di lui dal punto di vista fisico. E dovette dirglielo. Pur restandoci male, lui si rassegnò e ben presto (anche questo capita) si innamorò di un’altra. E Vincy ci rimase male, molto male, solo adesso capiva che cosa aveva perso. Tuttavia non era pentita, sarebbe tornata a comportarsi allo stesso modo nelle stesse circostanze.</p>
<p>E ancora una volta vediamo Vincy nell’impegnativo percorso sulla strada  della vita, sia materiale che spirituale. In questo periodo è sola, non ha presenze affettive vicino a lei: si potrebbe anche dire che è libera. Un’altra volta in passato si è trovata così: quando, passati i grilli per il capo, le si presentò un maggiore contatto con la realtà vera, rassicurante, e pazienza se questo le toglieva sogni di passione e di avventura. Sarebbe stato meglio ritrovarsi con uno sconosciuto (Tab Hunter)? Certo, nessuno può dirlo. Una scelta esclude tutte le altre. Oppure, per restare in patria, sarebbe stato  meglio trovarsi a dover gestire un rapporto con uno come Michele? Che l’avrebbe facilmente fatta soffrire con quel suo carattere bizzarro e in definitiva incomprensibile? Dài tempo al tempo, cara Vincenzina, lascia che la vita ti passi accanto senza colpirti con troppa violenza, non sei ancora pronta.</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration: underline;">Il magnifico scantinato</span></em></strong></p>
<p>E dopo la maturità, il balzo in un nuovo gruppo di amici. Un ambiente delizioso, uno scantinato illuminato da luci soft, tanto legno e calore. Ci si ritrovava di pomeriggio (il periodo era quello dei mesi che intercorrono tra la maturità e l’inizio dei corsi unversitari; di solito ci si lamenta per la stanchezza pregressa e si chiede alla famiglia di essere paziente e di concedere al giovane qualche mese (!) per riposarsi. Per carburarsi.) Erano presenti una decina o poco più di ragazzi e ragazze per volta con vari diversivi creati dai capricci di qualche primadonna per fortuna antipatica a tutti. E invece, ecco che vediamo Vincy che fa la sua figura: bella, simpatica, gradevole per tutti. Si canta, si suona la chitarra, si chiacchiera, si balla: più o meno, mutatis mutandis, le stesse cose che si facevano nella “festina” all’inizio di questo libro. Più qualche sorpresa e qualche curiosità: chi era, per esempio quel bel ragazzo con quella giacca simpatica che aveva un sorriso per tutti? O quell’altro che gli stava vicino, anche lui un po’ curioso nel modo di vestire, tutto in nero, che ricordava, chissà perché, uno spagnolo? Si beveva anche: oh, che novità! Lo era per Vincy. Non che l’ambiente fosse malsano, non si viveva per bere, né era impossibile viverne senza: era un piacere in più. Ma di memorabile ci fu proprio la sbornia della nostra ragazza, che la portò a dire e a fare cose imbarazzanti per lei (a posteriori), ma divertenti per chi la stava a guardare).</p>
<p>La nostra amica era anche molto corteggiata: si sarebbe detto quasi che facessero a gara per accaparrarsene: tutti comportamenti che, almeno nei primi tempi, la mandavano in estasi. C’erano amici nuovi che lei aveva intravvisto qualche volta, e c’erano anche (guarda un po’) alcuni giovanotti che abbiamo presentato all’inizio di questo scritto come “portatori di odore di carne sul collo” cioè quelli con cui “le piaceva molto ballare”. Così, tra una chiacchiera e un ricordo, ormai sicura di sé e di quanto valeva, poteva anche permettersi di riderci sopra all’odore del maschio e proprio con i maschi dell’epoca.</p>
<p>In un film, la coincidenza tra la presenza di alcune persone sia in queste festicciole che che nella precedente di 10 anni prima, suggerirebbe di chiudere in bellezza la partita. Ora Vincy sta bene con tutti, ha già in progetto l’università dove riuscirà ad avere parecchie gratificazioni.</p>
<p>Ma la vogliamo lasciare  sola con i suoi problemi sessuali?</p>
<p>Lo “spagnolo” non  era una semplice comparsa, né lo era il ragazzo con la giacca quadrettata, né il bravissimo suonatore di banjo, né tanto meno lo erano i ragazzi “odorosi”: sono invece elementi più o meno portanti della nostra breve storia. Non c’è tempo di fare la presentazione di tutti, ma forse si riuscirà a farne dei brevi cenni.</p>
<p>Fin dai primi pomeriggi nello scantinato era presente un ragazzo un po’scuro di pelle e di capelli, e perfino di vestiario: sembrava di etnia spagnola; visto che suonava molto bene la chitarra classica piacque un bel po’ a Vincy (che, ricordiamolo, era affettivamente “libera”) e un po’ per scherzo e molto no, si mise tranquillamente a civettare con lui, o meglio, senza di lui. Infatti se ne stava impassibile come una guardia della corona, sembrava sordo a tutti i richiami, anche ad una innocente chiacchierata. Abbiamo già visto che in questo  periodo Vincy incontrava molto, quindi non era più abituata ad un trattamento così respingente: perciò abbandonò prestro la preda. Erano quasi sempre presenti entrambi, ma la scena non cambiò.</p>
<p>Dopo un periodo in cui gli incontri nello scantinato per motivi vari vennero sospesi, ecco che si ripresenta l’occasione di una nuova festa. Dopo tanto tempo! Avrebbe forse rivisto lo spagnolo! Emozionata e rammaricata di non avere niente di nuovo da mettersi, mentre sicuramente le smorfiose primedonne sarebbero arrivate tempestate di brillanti, fece la seguente pensata: l’importante è avere qualcosa di nuovo addosso da esibire per l’occasione: doveva essere proprio un vestito? Andò in cucina, prese le forbicione con cui si tagliava lo spago dell’arrosto, le lavò e si mise all’opera. Da lunghi che erano i suoi capelli davanti allo specchio del bagno divennero cortissimi: non sembrava neanche lei; però era carina ed originale. E il successo alla festa era assicurato: l’importante è farsi notare, no?</p>
<p>(Un’occhiata al pubblico presente: ci sono Daniele, Mario, Luigi, Andrea, Giampiero e Alberto…ma lei, sappiamo chi sta cercando. E un attimo dopo sappiamo anche <em>CHI </em>sta cercando lei: E’ Piero! Lo spagnolo!)</p>
<p>Avanza dritto verso di lei, le prende le mani e si mettono a ballare insieme. Il primo gesto che lui fa è di arruffarle i capelli: un modo per comunicarle varie cose: che era carina, che si era accorto del taglio, e, con un sorriso inedito, che era contento. Contenta, figuriamoci, lo era anche lei: si accorse che in tutte le settimane in cui non l’aveva visto aveva pensato a lui e a come rivederlo (scorbutico come sembrava, era un problema cercarlo e invitarlo da qualche parte.) Adesso poteva francamente <em>dire</em> che non desiderava altro dalla vita.</p>
<p>Ballarono insieme tutta la sera, ma non in modo esclusivo: ogni tanto era piacevole anche separarsi, unirsi a qualche gruppetto di persone, alcune conosciute altre no ed esibire, anche se lontano, il nuovo amore di cui, tra l’altro, quasi tutti erano a conoscenza. Era diventata, quella di Piero e Vincy, una non-coppia mitica. Fin dall’inzio si accettarono scommesse.  E adesso c’era rimasto ben poco da scommettere.</p>
<p>Finiamo qui la serata. Passeggiatina per arrivare all’auto e, per stasera, tutti a nanna.</p>
<p>Si videro sempre. Ogni giorno lui passava a prenderla a casa con l’utilitaria della mamma e passavano insieme il pomeriggio, o a casa di lui o in giro. Erano contenti, e si amavano: Ma non è pensabile che il macignio che lei si portava dentro fosse ininfluente nel suo modo di vivere il rapporto con Piero, nel comunicare il suo sentire; per non sbagliare, per non rischiare di dire cose inopportune, non gli aveva detto niente. Ovvero, per semplificare, gli aveva fatto capire che era religiosa e aveva dei principi morali inattaccabili</p>
<p>Del resto, fin dai primi tempi della loro frequentazione si parlò saggiamente di castità: entrambi alla prima esperienza, fu Piero a fare l’affermazione più sorprendente: “E’ più bello aspettare il matrimonio.” Che sollievo per Vincy che già vedeva avvicinarsi tensioni e lunghe discussioni! purtroppo per lei, però il proposito non fu mantenuto a lungo. E vedremo come andrà.</p>
<p>E col passare del  tempo, delle settimane, dei mesi, l’umore di Vincy s incupì, come se avesse paura di ciò che le stava capitando, paura di aprire verso gli altri il suo mondo, e, scottata più di una volta (ma quando mai?), adesso volesse andare guardinga, timorosa che qualcuno le rubasse qualcosa. Ma non aveva ragione alcuna di dubitare di Piero, era un ragazzo affettuoso e sensibile, e se all’inizio si era mostrato un po’ duro e sulle sue, ciò era dovuto alla timidezza. In verità era molto contento della sua ragazza di cui era sicuramente molto innamorato. Le paure se le costruiva lei: era turbata all’idea di affezionarsi troppo e di fare la fine che fece con Michele. Certo, una sola “scottatura” (anche se lei si ostinava a dire due: pensava forse a Tab Hunter?) non era sufficiente a segnarla in maniera indelebile, ma chi siamo noi per dirlo?</p>
<p>Fatto sta che non vedevano nessuno al di fuori di… loro stessi; Piero non era entusiasta di questa soluzione ma era pronto ad accontentarla in tutto: se andava bene per lei, andava bene anche  per lui. Per ora.</p>
<p>Per non sprofondare nella melassa del lieto fine, anticipiamo che la loro storia durò un anno e mezzo circa, così non ci facciamo da subito troppe illusioni. Ma come finì? E perché? Il “perché” è sempre più difficile da sviscerare perché spesso si attorcigliano ragioni diverse e a volte inestricabili. Il come riguarda l’apparenza, i comportamenti che di solito sono visibili a tutti, o quasi.</p>
<p>C’è da dire che entrambi erano sui vent’anni, ed ancora troppo giovani per costruirsi un rapporto stabile, per accettare il modo in cui è fatto l’altro, per sapere che fare in ogni circostanza, infine per sacrificare le parti di sé che vanno sacrificate per poter progettare una vita insieme.  Non ci occuperemo comunque della loro rottura, che verrà più avanti, ma dei problemi che dovettero affrontare nei primi tempi.</p>
<p>Purtroppo per  lei,  il proposito  di non chiederle la “prova d’amore”, in quanto favorevole anche lui all’astinenza non fu mantenuto a lungo. C’era da aspettarselo. Spesso è una semplice questione di ormoni. I maschi di quell’età sostengono anche di soffrire le pene dell’inferno se tentano di andare contro natura: un intenso dolore ai testicoli è il segnale che non si deve più aspettare. Che sia vero o no,  un fatto è sicuro: i ragazzi (maschi, in genere) resistono a fatica all’astinenza. Questo le disse Piero con aria dispiaciuta, ma lei, altrettanto dispiaciuta, rispose che ragioni morali e religiose glielo impedivano.</p>
<p>L’atmosfera si faceva sempre più tesa, più dolorosa. Lei avrebbe voluto accontentarlo: ma chi gliene dava il permesso? Era sicura che se si fosse confessata (cosa che non faceva mai), il prete le avrebbe detto di resistere…bella forza, lo sapeva anche lei. E se si fosse “buttata” così alla cieca, se ne sarebbe sicuramente pentita. Anche stavolta avrebbe avuto bisogno di qualcuno con cui confidarsi. Ma la sua patologica riservatezza glielo impediva. Così i pomeriggi erano sempre uguali: una specie di immotivato rancore di ognuno nei confronti dell’altro, anche se non palesato: entrambi sembravano  consapevoli che non era colpa di nessuno,  son cose che capitano, il destino, etc. etc. Erano arrivati ad un punto chiave: o le cose si risolvevano al più presto, (senza del resto sapere chi avrebbe dovuto cedere) o era meglio che non si vedessero più. Troppa sofferenza. E intanto Vincenzina in quei lunghi pomeriggi a casa scovò <em>L’amante di Lady Chatterly</em> che la fece piangere ancora di più per la felicità di <em>quell’</em>amore.</p>
<p><strong><em><span style="text-decoration: underline;">Deus ex machina</span></em></strong></p>
<p>Ci siamo forse dimenticati del simpatico e caro Federico? Eppure, anche involontariamente, ebbe una parte di rilievo sul finire della storia. Bisogna premettere che nel frattempo, oltre a quasi laurearsi in legge, si era trovata una morosa. Annamaria. Una ragazza deliziosa, spontanea,  un amore insomma. E cattolica. Lo disse con una esagerata smorfia di disgusto Federico stesso, la prima volta che, a tavola, parlò di lei a tutta la famiglia;</p>
<p>&#8211; E come farai ad accettarla, tu che sei un senza dio? Chiese suo padre che stimava moderatamente Federico, ma non ne approvava i modi ostentatamente &#8220;laici&#8221;.</p>
<p>&#8211; Ma non è una bigotta!</p>
<p>&#8211;  cioè?</p>
<p>&#8211;  Cioè: crede in dio, vuole un bene dell’anima al papa, ma non segue tutti i precetti della fede, se  ne frega, mangia carne al venerdì, non va a messa ogni domenica, fa l’amore quando vuole, anzi quando voglio io…</p>
<p>&#8211; Federico! &#8211; la mamma &#8211; Non  a tavola questi discorsi!</p>
<p>In un solo colpo Vincy, che non era neanche entrata nella discussione, aveva saputo un paio di cose interessanti: per prima cosa suo fratello era ateo, senza per questo essere un mostro.  Si poteva essere delle perle senza obbedire ai precetti divini, anzi ignorandoli tranquillamente.  Ecco spiegato perché dio permette il male nel mondo: perché non c’è. La morale, quella che ci detta i principi del vivere umano /sociale è opera dell’uomo, ciascuno si sceglie la propria e vive conseguentemente.</p>
<p>Seconda novità: la sua ragazza era addirittura cattolica, anche se forse un prete avrebbe avuto a che ridire su questa auto-definizione, ma, come detto, sono gli umani che sentono dentro di sé che cosa è giusto e che cosa no.  Naturalmente Vincy era particolarmente interessata al peccato sessuale, a cui Annamaria, a sentire Fedi, non  badava. Sarà stato vero? Lei l’aveva conosciuta, ma naturalmente non si era parlato di sesso.  Si può dunque essere religiosi a modo proprio, scegliendo le cose che ci vanno bene e scartando tranquillamente le altre? Lei conosceva già Annamaria, e nemmeno lei era un mostro.  E si fidava ciecamente del fratello, dei suoi principi morali, che per lei erano vangelo, da sempre.</p>
<p>Avrebbe però voluto una controprova, in fondo Federico, per fare spirito, poteva aver detto una balla sulla castità. Così un pomeriggio, appena tornata a casa, e sentito che c’era qualcuno che parlava da qualche parte, si avvicinò alla porta del soggiorno e vide Federico che allacciava il reggiseno ad Annamaria, e che, già che c’era le strizzava un capezzolo: &#8211; Ahi, maledetto! gridò lei, ma subito dopo si baciarono intensamente. Aveva bisogno di altre controprove? Non era sufficiente vedere la confidenza, la disinvoltura c’era tra i loro corpi?</p>
<p>Evidentemente a Vincy bastava poco per essere rassicurata sul da farsi, per cui, armata di coraggio, avrebbe voluto chiamare subito Piero per confessaergli che le cose per lei erano cambiate e se potevano vedersi. Ma preferì aspettare e dar tempo al tempo, non c‘era fretta, meglio non precipitare le cose. In fondo aveva anche lei bisogno di sapere se lui era in grado di cedere di qualche punto…</p>
<p>Il giorno dopo telefonò lui: “vediamoci, non posso stare senza di te”. Era il segnale che lei aspettava.</p>
<p>“Ho tanta paura, gli sussurrò all’orecchio al primo abbraccio.</p>
<p>“Fidati di me. Guarda, soggiunse, non dobbiamo per forza fare l’amore in modo completo;  mi basta tenere il tuo corpo vicino al mio e accarezzarti,  così… e le pose le mani sopra il maglioncino. Lei ebbe un moto di soprassalto al sentirsi toccare i seni, anche perché non portava  il reggiseno. Ma non lo scacciò, rinmase immobile.  Incoraggiato lui continuò, infilandogli le mani sotto il golfino e incontrando la pelle..</p>
<p>Non lo cacciò mai più. Nemmeno nei giorni seguenti. Lei, sorpresissima, non aveva provato alcun disgusto, tutt’altro. Anzi, arrivando a casa il primo giorno si sentì sì “immorale”, ma le fece piacere…</p>
<p>Infranto (ancora molto parzialmente) il tabù, si poteva parlarne con un minimo di rilassatezza. E lui, emozionato e tenero, le chiese: vuoi che ti spieghi che cosa succede quando si fa l’amore?</p>
<p>&#8211; Oh sì, lo pregò lei, ho una confusione in testa, non capisco più niente.</p>
<p>Così lui la “informò&#8221;. Era anche per lui la prima volta, ma si sa, i maschietti&#8230;Ne aveva bisogno, aveva tante lacune e confusioni, ma non gliele volle dire tutte, si vergognava della propria ignoranza.</p>
<p>Che cosa aveva scoperto, infine? Che non esisteva la repulsione, la vergogna, che era bello mostrare il proprio corpo quando si è innamorati. Era quello che aveva lasciato intendere Federico e, indirettamente, la sua ragazza. Naturalmente era solo a metà strada, ancora non aveva affrontato il discorso della “cosa orribile, la più orribile di tutte”. Quella le faceva tuttora molta paura. E dopo aver visto le dimensioni degli “attributi“ di Piero, disse: certo la natura, almeno nel mio caso, si deve esere sbagliata, non ,sono 2 misure compatibili! Ma lo disse con allegria. Non aveva più paura dell’inferno, non poteva peensare che dio la potesse far dannare perché si era lasciata toccare da qualcuno che amava.. Non aveva più paura del peccato, ma di essere squartata sì.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p><strong><em>EPILOGO</em></strong></p>
<p>Federico : ciao, da dove vieni?</p>
<p>Vincy: Da una seduta</p>
<p>F : Ah, e come ti trovi?</p>
<p>V : appena egregiamente</p>
<p>F : porco boia, così miracolose queste terapie?</p>
<p>V : se è per questo, curano nevrosi anche peggio della mia</p>
<p>F : Ne esistono?</p>
<p>V  ma va fan brodo!</p>
<p>F : ma dài non si può neanche scherzare! Ah, Vinciotta, quante ne combini! Ma perché ti hanno messo questo nome così idiota?</p>
<p>V : non lo sai? Era il nome della madrina della mamma</p>
<p>F :  ma no, quella si chiamava Pasqualina! Mi ricordo quando eravamo piccoli e io me la ricordo ancora, a pasqua bisognava farle dei doppi regali, Vincenzina era il nome della sorella antipatica. Pasqualina invece era simpatica</p>
<p>V : Dio mio, per fortuna la mamma ha scelto il nome della cattiva, sai se mi chiamava Pasqualina? Diminutivo Pasquetta…vacanze all’isola d Pasqua…</p>
<p>F : spiritosa! Si vede che la mamma ha avuto pietà di te.</p>
<p>V : sì, la prima e l’ultima volta, direi.</p>
<p>F : perché?</p>
<p>V : ti pare che si sia occupata tanto di me? Neanche come nascono i bambini, mi ha mai detto</p>
<p>F : Eh, tu pretendi troppo, quello è un discorso tabù, i genitori di solito non riescono a spiegarlo</p>
<p>V : Perché?</p>
<p>F : Non sanno che dire. La verità? Si spaventano a parlarne, non sanno dove si devono fermare, tanti dettagli non li sanno neanche loro. Pensa un po’! Alla loro età!</p>
<p>V : A te la mamma ti ha detto qualcosa sul sesso?</p>
<p>F : Papà. Ma ero troppo grande, ne sapevo più io di lui! E che imbarazzo! Saremo così anche noi? Che non si possa parlarne come di una cosa semplice, naturale? Io non credo, sarà sempre così…</p>
<p>C : e a te, allora, chi ti ha spiegato tutto?</p>
<p>F : I maschi se la cavano sempre. Di solito ci compravamo i giornaletti porno, molto istruttivi… Ma a che ora vengono?</p>
<p>V: Credo sulle 6. Ma non so chi viene, è un po’ tardi.</p>
<p>F: simpatici?</p>
<p>V : quelli selezionati da me, sì. E’ che così sono rimasti pochi. Speriamo che riescano a portare qualche strumento.</p>
<p>F : Chi suona?</p>
<p>V: Beh, Carlo suona benissimo un’armonichetta a bocca, ma vedessi come fa! Senza mani perché deve anche suonare la chitarra, per tappare ii buchi usa la lingua che sposta di qua e di là..Piero la chitarra lo sai. Alberto il banjo…quello poi è bravissimo, mentre suona sembra che guardi te, invece ha lo sguardo perso nell’infinito, fa impressione. E poi sembra burbero, invece è molto simpatico. E poi Luigi e Mario, che cantano solo. Poi le ragazze che fanno da coriste</p>
<p>F : A proposito di simpatia, posso farti una domanda: si può sapere perché vi siete lasciati tu e Piero?</p>
<p>V : troppo lunga da spiegare. Ma è stato bene così. Litigavamo sempre, andiamo più d’accordo adesso…</p>
<p>F : Va bene, ma intanto tu sei di nuovo zitella, cara, vecchia zia Pasqualina!</p>
<p>V : Chi l’ha detto? Credi che venga a raccontartelo a te ogni volta che conosco un uomo?</p>
<p>F : non mi dire, hai un nuovo fidanzato! E chi è?</p>
<p>V : Non lo conosci, è il fratello di una mia amica o quasi…</p>
<p>F : quasi fratello o quasi amica?</p>
<p>V : scemo. Sono siciliani, ma lei è qui da un paio d’anni</p>
<p>F : e lui?</p>
<p>V : lui si sta trasferendo adesso</p>
<p>F : e perché si trasferisce?</p>
<p>V : oh bella! Ma per stare con me!</p>
<p>F : Non ci credo!  Così maliarda sei? Fai strage di uomini come io di scarafaggi in garage! A proposito di scarafaggi, che fine ha fatto quel mona con lo <em>scoubidou</em>?</p>
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		<title>L’opera di Pietro da Eboli riedita a cura di Mariano Pastore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Ormanni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Dec 2010 13:46:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[eboli]]></category>
		<category><![CDATA[mariano]]></category>
		<category><![CDATA[pastore]]></category>
		<category><![CDATA[pietro]]></category>
		<category><![CDATA[svevi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mariagrazia Managò &#8212; E ’stato finalmente dato alle stampe il volume De rebus Siculis carmen ad honorem Augusti: l’opera di Pietro da Eboli scritta per Enrico VI, edita in magnifica veste tipografica a cura di Mariano Pastore, con traduzione di Carlo Manzione. Si tratta della realizzazione di un grande sogno: il sogno di Mariano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_716" aria-describedby="caption-attachment-716" style="width: 150px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://ilparlamentare.it/2010/12/12/l%e2%80%99opera-di-pietro-da-eboli-riedita-a-cura-di-mariano-pastore/coperrtina_libro_fronte/" rel="attachment wp-att-716"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-716" title="Coperrtina De Rebus Siculis Carmen ad Honorem Augusti" alt="" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Coperrtina_libro_fronte-150x150.jpg" width="150" height="150" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Coperrtina_libro_fronte-150x150.jpg 150w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Coperrtina_libro_fronte-50x50.jpg 50w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><figcaption id="caption-attachment-716" class="wp-caption-text">La copertina del libro curato da Mariano Pastore</figcaption></figure>
<p>di <strong>Mariagrazia Managò &#8212; </strong>E ’stato finalmente dato alle stampe il volume <em>De rebus Siculis carmen ad honorem Augusti</em>: l’opera di Pietro da Eboli scritta per Enrico VI, edita in magnifica veste tipografica a cura di Mariano Pastore, con traduzione di Carlo Manzione. Si tratta della realizzazione di un grande sogno: il sogno di Mariano Pastore il quale completamente rapito dal suo grande amore per Eboli, ha voluto con tenacia l’uscita di un’Opera che non è soltanto monumento di poesia, storia e pensiero sociale di un importante periodo medievale ma che costituisce anche un contributo decisivo all’immagine della città ebolitana, di cui vengono riscoperti e valorizzati un antico personaggio che vi ebbe i natali e le passioni che nutrivano i suoi abitanti. Alla realizzazione ha contribuito il Sanatrix Nuovo Elaion di Eboli del Presidente Cosimo De Vita, ora non più solo una grande struttura volta alla cura e al recupero fisico dei suoi pazienti ma anche istituzione dedita al mecenatismo e alla riscoperta del suo territorio.</p>
<p>L’Opera, conservata in originale manoscritto presso la Burgerbibliothek Bern (CH) costituisce un punto di vitale importanza per le nostre conoscenze sulla cultura e la mentalità meridionale nel periodo federiciano e prefedericiano. In particolare, il poema apre letteralmente un’ampia finestra sulle convinzioni della classe dirigente filo-sveva, e sulla propaganda che il partito imperiale si sforzava di estendere fra i popoli dell’Impero. La tesi di una Monarchia universale quale centro di propulsione sociale e spirituale, astro civile e politico intorno a cui dovevano ruotare sudditi e potentati, viene ampiamente rilanciata da Pietro da Eboli che, mutando con evidente entusiasmo i suoi originali piani sull’opera poetica e didascalica che aveva in animo di comporre, finisce poi per prestarsi alle necessità di un lavoro in cui si perseguono i caratteri (allora diffusi in Europa) del poema elogiativo e propagandistico.</p>
<p>La lotta militare e politica dell’epoca, così come è spesso avvenuto in altri periodi storici, al tempo degli Svevi è stata combattuta utilizzando anche parole e ritmi poetici, servendosi di allegorie e di racconti, in modo tale da sostenere con toni aulici e sacrali un’opera di persuasione nei confronti dell’opinione pubblica, tendente a dimostrare l’ineluttabilità della supremazia imperiale. Una supremazia che racconta l’imperatore come l’emanazione della Divinità, e che lo raffigura (grazie alle meravigliose miniature del tempo) nelle vesti sontuose che stanno a metà strada fra abito regale e sacerdotale, a dimostrare quale sia la Volontà celeste e come l’eventuale opposizione nei confronti del sovrano costituisca un disordine spirituale oltre che civile.</p>
<p>Non si tratta di rispondere solo alle attese della politica imperiale: Pietro fece in modo che il suo Poema meritasse un privilegio di Federico II alla città di Eboli, un segno di grande importanza e di considerazione, in un momento storico di insicurezza politica, che vedeva puniti severamente tutti coloro che osavano frenare i progetti in movimento sulla grande scacchiera dell’impero.</p>
<p>L’introduzione storica di Carmelo Currò ha ribadito con grande padronanza della materia proprio un aspetto finora poco approfondito di questo periodo: la parte negativa della politica di Federico II  nei confronti dell’Italia e dell’Italia meridionale in particolare. Strategia di sfruttamento e di oppressione, di spietata rappresaglia verso gli oppositori, che sfociò in una depressione economica e in un diffuso malcontento, dimenticati dalla storiografia ottocentesca e novecentesca, legate ad una visione politica filo-tedesca e quindi raffigurante “alti” esempi storici che dovevano esaltare le figure appartenenti a quella nazionalità. In questo autentico saggio storico, Carmelo Currò mette in luce anche la figura umana e culturale di Pietro da Eboli, precisando gli aspetti peculiari del Poeta, della sua vicenda personale e intellettuale. Un lavoro che procede da un’attenta analisi interna del Carme e dalla approfondita conoscenza della Storia medievale, che hanno consentito di fare piena luce su Pietro, già per troppi secoli avvolto da silenzi e supposizioni non sempre aderenti alla realtà.</p>
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		<title>Violenza familiare: a Milano un gruppo di aiuto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Ormanni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Dec 2010 12:58:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
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					<description><![CDATA[Violenza domestica, fisica o verbale, o anche – più “semplicemente” – convivenze difficili. Il primo problema è come uscirne. A Milano la psicologa Dalila Liguoro ha creato un “gruppo di auto-aiuto” dedicato a coloro che subiscono violenza familiare. La partecipazione al gruppo è gratuita. Parlare dei propri problemi con altre persone che ne hanno vissuti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://ilparlamentare.it/2010/12/12/violenza-familiare-a-milano-un-gruppo-di-aiuto/violenza-domestica/" rel="attachment wp-att-711"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-711" title="violenza domestica" alt="" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/violenza-domestica-150x150.jpg" width="150" height="150" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/violenza-domestica-150x150.jpg 150w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/violenza-domestica-50x50.jpg 50w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/violenza-domestica-200x200.jpg 200w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a>Violenza domestica, fisica o verbale, o anche – più “semplicemente” – convivenze difficili. Il primo problema è come uscirne. A Milano la psicologa Dalila Liguoro ha creato un “gruppo di auto-aiuto” dedicato a coloro che subiscono violenza familiare. La partecipazione al gruppo è gratuita.</p>
<p>Parlare dei propri problemi con altre persone che ne hanno vissuti di simili fa sentire meno soli. Questo aiuta a rafforzarsi e a trovare soluzioni per uscire dal circolo vizioso della violenza e del dolore che comporta.</p>
<p>Due, principalmente, gli obiettivi del gruppo: avere sollievo psicologico e trovare una soluzione.</p>
<p>Condividere il problema aiuta a non sentirsi diversi, a ritrovare la speranza, primo passo verso la soluzione.</p>
<p>Partecipando agli incontri si diventerà sempre più esperti di questo tipo di problemi e sarà così possibile diventare consapevoli di quello che sta accadendo, tanto da trovare idee che portino a un miglioramento della situazione e al tempo stesso sarà possibile aiutare gli altri partecipanti al gruppo a trovare soluzioni adatte a loro.</p>
<p>Il Gruppo di riunisce presso lo studio Liguoro, in Viale Rimembranze 10, a Lainate, due mercoledì al mese, dalle 18 alle 19, a partire dal 15 dicembre.</p>
<p>Per ulteriori informazioni si può scrivere all’email <a href="mailto:studioliguoro@yahoo.it">studioliguoro@yahoo.it</a> o telefonare al 3930931263.</p>
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		<title>La Legge è uguale per tutti ma la Giustizia non esiste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Ormanni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Nov 2010 10:25:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Diritto]]></category>
		<category><![CDATA[Diritto e Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Il Parlamentare]]></category>
		<category><![CDATA[News Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Ormanni]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Parlamentare.it: Lo scorso mese di marzo, come forse i venticinque lettori del Parlamentere hanno saputo, è stato pubblicato un libro, “La mia vita dentro”, di Infinito Edizioni, che racconta la storia di un ex direttore di carcere, Luigi Morsello, che è anche nostro prezioso collaboratore. Questo libro è stato variamente recensito e presentato (anche [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="https://ilparlamentare.it/2010/11/26/la-legge-e-uguale-per-tutti-ma-la-giustizia-non-esiste/legge-e-giustizia/" rel="attachment wp-att-292"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-292" title="legge-e-giustizia" alt="" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/legge-e-giustizia.jpg" width="270" height="270" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/legge-e-giustizia.jpg 270w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/legge-e-giustizia-150x150.jpg 150w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/legge-e-giustizia-50x50.jpg 50w" sizes="auto, (max-width: 270px) 100vw, 270px" /></a>Il Parlamentare.it</strong><em>: Lo scorso mese di marzo, come forse i venticinque lettori del Parlamentere hanno saputo, è stato pubblicato un libro, “La mia vita dentro”, di Infinito Edizioni, che racconta la storia di un ex direttore di carcere, Luigi Morsello, che è anche nostro prezioso collaboratore. Questo libro è stato variamente recensito e presentato (anche in Senato, a maggio scorso) e la recensione sul blog di Riccardo Uccheddu, scrittore a sua volta e laureato in filosofia, ha aperto le porte ad una lunga serie di commenti degli internauti relativi al tema carcere e giustizia. Ho letto con interesse tutti i commenti (che i lettori del Parlamentare possono trovare all’indirizzo </em><a href="http://riccardo-uccheddu.blogspot.com/2010/06/la-mia-vita-dentro-di-luigi-morsello.html" target="_blank"><em>http://riccardo-uccheddu.blogspot.com/2010/06/la-mia-vita-dentro-di-luigi-morsello.html</em></a><em>) e ho creduto opportuno proporre una mia riflessione. Luigi Morsello ha pensato che fosse meritevole di attenzione (è sempre molto generoso quando si tratta di mie riflessioni) e l’ha inserita sul suo blog: Il Giornalieri. Chi volesse andare a visitarlo, il blog, può servirsi di questo indirizzo: </em><a href="http://ilgiornalieri.blogspot.com/2010/07/la-legge-e-uguale-per-tutti-ma-la.html" target="_blank"><em>http://ilgiornalieri.blogspot.com/2010/07/la-legge-e-uguale-per-tutti-ma-la.html</em></a><em>.</em></p>
<p>di <strong>Roberto Ormanni</strong></p>
<p><em></em>I delinquenti devono stare in carcere e, anzi, bisogna buttare la chiave. Detto altrimenti: i cattivi devono essere puniti. Oppure: il bene deve prevalere sul male. Basterebbe questo esempio per comprendere quant’è difficile, dal tempo di Hammurrabi (come giustamente ricorda Luigi Morsello), costruire un sistema giuridico al quale affidare il compito di rendere concreta un’idea così astratta come la lotta tra bene e male e, soprattutto, un sistema al quale affidare la tutela di quella tra le due forze contrapposte che in un dato momento storico un determinato gruppo di individui ritiene debba prevalere.</p>
<p>Infatti la giustizia, intesa come processo ma vedremo che questa è un’idea sbagliata, almeno formalmente, è sempre esistito. Presso gli Ittiti, gli Illiri, i Fenici, perfino presso i Visigoti e poi ancora presso i Greci, i Romani per finire con le dittature sovietiche, sudamericane, cinesi e nordcoreane.</p>
<p>Il punto è a cosa deve servire il processo.</p>
<p>Noi tutti oggi riteniamo che i processi delle dittature, o quelli degli antichi Egizi, fossero ingiusti. Lo ritengono anche coloro che, sempre oggi, chiedono che i cattivi vengano messi in una cella e buttata la chiave. Eppure era esattamente ciò che quei processi facevano. Anzi, per risparmiare su vitto e alloggio dei cattivi, Pinochet li buttava nell’Oceano.</p>
<p>Aspettate ad arrabbiarvi: non voglio dire che c’è chi pensa che Pinochet era la soluzione. Leggete prima oltre: ci sono argomenti che non possono essere esauriti, correttamente, in 30 righi.</p>
<p>Nei diversi commenti che ho letto, tutti interessanti perché sinceri e dunque utili a capire quali sono i punti di vista, si mescolano idee filosofiche, idee giuridiche, utopie sociali e percezioni comuni. Anche i commenti tecnicamente sbagliati infatti hanno diritto a tutta la dignità perché se contengono degli errori di valutazione o nelle premesse, di questi errori dovrebbe – avrebbe dovuto – farsi carico l’informazione che, invece, non informa: dopo aver trasformato la giustizia in uno degli unici quattro temi attorno ai quali si dibatte la vita politica e sociale del paese (gli altri tre sono, nell’ordine: lo sport, il gossip con tendenza al sesso, le strategie economiche nazionali e internazionali) non ha fatto nulla, né vuole farlo, per mettere i partecipanti a questo dibattito in condizione di partire tutti dalle stesse conoscenze di base. Così come nulla fa per fornire conoscenze di base corrette sul tema delle strategie economiche. Cosicché tutti parlano, con la stessa disinvoltura, di sport, gossip, sesso, economia e giustizia. E su questo pentolone ribollente di tanto in tanto si scaglia l’anatema di questo o quel signor TV che distribuisce – lui in malafede – luoghi comuni, approfittando del tempo libero tra un incontro con una prostituta e uno con un capo di Stato estero.</p>
<p>C’è una differenza però: gossip, sesso e sport si possono anche semplificare tanto da far rientrare un discorso in 30 righi. Su giustizia ed economia, invece, l’Uomo ancora non ha sciolto tutti i suoi dubbi. E dire che ha cominciato a pensarci quando i primi abitanti delle Grotte di Altamira, in Spagna, nel Paleolitico superiore, ossia circa 35mila anni fa, si spostarono dal loro territorio ed entrarono in contatto con qualche altro uomo che, per prima cosa, tentò di rubar loro le armi, il cibo per poi ucciderli. La storia dell’Uomo comincia dunque con un reato. Anzi, per essere tecnicamente precisi, con tre reati uniti dal vincolo della continuazione e dal medesimo disegno criminoso: sopraffare l’altro. Chi erano, in quel caso, i cattivi? Ognuna delle due parti riteneva la sua azione giusta e indispensabile in nome dell’economia. L’economia della sopravvivenza.</p>
<p>Non la faccio tanto lunga: era giusto per ricordare da dove veniamo.</p>
<p>Ho letto, nei commenti, che secondo molti la giustizia non è uguale per tutti. Nessuno l’ha mai detto: la frase che campeggia dietro ogni giudice è “La legge (non la giustizia) è uguale per tutti”</p>
<p>La giustizia in quanto tale, infatti, non esiste. E’ il prodotto di due fattori: il diritto e il processo. Senza processo, ossia senza una convenzione, un accordo, sulle procedure da seguire, il diritto resterebbe una dichiarazione d’intenti vuota. Dunque il diritto è uguale per tutti. Per fare in modo che la giustizia sia uguale per tutti dovrebbe essere uguale anche il processo. Ma questo non è e non sarà mai possibile. Il processo è a sua volta composto di un insieme di regole (e, a proposito, c’è chi ha scritto nei commenti che sarebbe ora di cambiarlo: per carità! L’abbiamo cambiato appena vent’anni fa e il problema è proprio questo: lo cambiamo troppo spesso a seconda delle convenienze!). Un insieme di regole che possono essere invocate dall’imputato a seconda della capacità strategica dell’avvocato difensore. I “povericristi” hanno difese… stanche, a volte svogliate, e dunque vanno in galera. I “potenti” riescono a destreggiarsi tra le regole del processo in modo da allontanare il momento della condanna definitiva.</p>
<p>Inoltre non va dimenticato che la giustizia, in quanto prodotto di regole prestabilite, deve trovare una collocazione precisa: o è bianca o è nera. Eppure, invece, la realtà, come sappiamo, è quasi sempre grigia. Dunque, in teoria, la realtà non potrà mai trovare… giustizia.</p>
<p>Questo allungare i tempi dei potenti finisce per sovraccaricare il lavoro degli uffici giudiziari che, alla fine, non riescono a concludere nei tempi previsti dalla prescrizione nemmeno i processi più semplici e così tutto il sistema salta.</p>
<p>E’ questa una delle cause dell’abuso di intercettazioni (è sbagliato renderle quasi impossibili come si vorrebbe fare, ma è sbagliato anche abusarne): l’intercettazione consente di affidare ad un nastro, invece che al lavoro degli investigatori, la raccolta delle prove. Naturalmente quel nastro, a differenza di un uomo, non pensa a distinguere tra ciò che viene detto e ci si ritrova con migliaia di ore di conversazioni intercettate che per giunta devono essere trascritte (per garanzia di tutti, per evitare che qualcuno faccia sparire cose utili a qualcun altro, tipo l’accusa che con il pretesto che alcuni passaggi non servono tagli elementi utili alla difesa) con costi enormi e con dispendio di tempi inaccettabile (i processi di mafia durano tanto anche per questo, per i litigi sulla correttezza nella trascrizione delle intercettazioni).</p>
<p>Inoltre, sempre per restare al processo, il nostro sistema è fondato non già sulla fiducia reciproca tra le istituzioni e tra queste e il cittadino. Ma sulla diffidenza.</p>
<p>E’ il risultato di secoli di dominazioni straniere e di rapporti di subordinazione e sudditanza: il processo fu “concesso” dalle monarchie. Una concessione fatta al popolo in periodi di difficile convivenza e di rischio di rivolte.</p>
<p>Il re si mostrava buono e concedeva la “garanzia” del processo.</p>
<p>E questo è un altro dei punti dolenti: se il processo è garanzia, lo è sia per lo Stato- che così si garantisce in linea di massima di assolvere gli innocenti e condannare i colpevoli (ma non sempre accade, come è statisticamente ovvio) – sia per il cittadino che così si garantisce contro gli abusi dello Stato.</p>
<p>Ecco perché quanto più è grave l’accusa tanto più ci sono garanzie da rispettare nel processo. E basterebbe questo per rispondere a chi invoca la pena di morte: per una sentenza di condanna a 30 anni il sistema processo impiega a volte gli stessi 30 anni. Figuriamoci per una condanna a morte. L’imputato morirebbe di morte naturale senza sapere se meritava di essere condannato a morte si ritroverà condannato…. a vita.</p>
<p>Sarebbe necessario modificare le basi filosofiche del diritto sulle quali poggia il nostro sistema giuridico. Istituti come la revisione del processo dopo la condanna definitiva qualora emergessero prove a discarico, sarebbero una contraddizione filosofica: alla morte, come si dice, non c’è rimedio.</p>
<p>E per venire a Beccaria, molte delle considerazioni dalle quali egli parte nel suo pregevole “De’ delitti e delle Pene”, sono effettivamente ormai datate (basta leggerlo nell’edizione originale per rendersene conto), ma il principio di fondo non sarà mai superato: ciò che conta non è tanto l’entità della pena (con dei limiti e delle proprozioni ragionevoli, è chiaro) ma la sua certezza.</p>
<p>Il deterrente sta nella certezza della pena ragionevole, e non nella minaccia della pena “vendicativa”.</p>
<p>La prova ci viene da ciò che accadde in Italia durante le guerre mondiali: c’era la pena di morte per chi vendesse caffè, zucchero, medicinali, al mercato nero. Eppure le principali posizioni economiche dell’Italia post bellica se le aggiudicarono proprio coloro che approfittarono del mercato nero. I cosiddetti “squali”. Alcuni di essi sono diretti antenati di grandi imprenditori di oggi.</p>
<p>Perché accadde ciò? Perché quella pena severissima, visto il sistema sfasciato a disposizione, si sapeva benissimo non sarebbe mai stata non dico inflitta ma neppure proposta.</p>
<p>Ammesso che si concordi filosficamente e socialmente con la condanna a morte, andrebbe ricordato che i tribunali che possono infliggere questo tipo di pena sono organizzati diversamente dai nostri. Basti pensare al Tribunale di Norimberga che processò i crimini nazisti, o ai diversi tribunali speciali internazionali che ancora recentemente sono entrati in funzione (ricordate Saddam Hussein?: quello fu un processo con tutte le regole al posto giusto, secondo il codice di riferimento).</p>
<p>Ma anche i tribunali statunitensi (non parliamo di quelli cinesi o orientali in genere) dove ancora la pena di morte è in vigore, sono regolati in modo che i giudici non si debbano occupare di tutti i reati che vengono commessi nel paese, essendo discrezionale la decisione dell’accusa di perseguirli o meno. Cosicché quando si apre il processo si va avanti un giorno dopo l’altro, di filato, tutto d’un fiato, finché nel giro di 4 o 5 mesi al massimo si arriva alla sentenza. Eppure, anche negli Usa tra la sentenza di condanna a morte e l’esecuzione della pena trascorrono a volte anche 10 anni, tutti nel cosiddetto braccio della morte delle carceri. Mentre tutte le altre sentenze vengono eseguite in un tempo, appunto, ragionevole. Questo perché, ancora una volta, non si può rinunciare a determinate garanzie, nemmeno – anzi soprattutto – se si condanna a morte.</p>
<p>Già un grande giurista vissuto a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, Piero Calamadrei, disse che in Italia la pena è “il processo” e non la sentenza che viene emessa dal processo. Per dire che i processi erano così complessi, lenti, lunghi, che alla fine diventavano essi stessa una pena. In filosofia e in logica questa si chiama “eterogenesi dei fini”, ossia, in parole povere, ribaltamento tra causa ed effetto.</p>
<p>E tutto ciò già alla fine dell’Ottocento! (con leggi diverse, processi diversi, senza intercettazioni, legittimi impedimenti, giudici comunisti, portaaporta, annizeri, ballarò, signor TV e puttanelle varie).</p>
<p>E’ ingiusto che il processo sia una pena: perché al processo possono essere sottoposti anche innocenti che dunque non meritano – non meriterebbero – alcuna pena. Noi lo sappiamo che è ingiusto, ma invece di risolvere il problema, invece di incidere sulle cause, abbiamo pensato ad un rimedio per gli effetti introducendo il risarcimento per l’ingiusto processo, il risarcimento per l’eccessiva durata del processo, il risarcimento per ingiusta detenzione.</p>
<p>In pratica, non riuscendo a garantire che l’errore duri il minor tempo possibile, ossia fisiologico in una società moderna e democratica, ci mettiamo una pezza a colore sostituendo la soluzione del problema con il denaro.</p>
<p>Morale: lo Stato, il ministero della Giustizia, si trova oggi con 90 milioni di euro di debiti da indennizzi non ancora pagati, che non riuscirà mai a pagare e intanto gli avvocati stanno pignorando alla Banca d’Italia i soldi che servono per pagare la carta, la benzina, le riparazioni, i computer eccetera. Non pignorano i soldi degli stipendi solo perché è stato firmato un decreto ministeriale che li rende impignorabili. Altrimenti nemmeno gli stipendi dei cancellieri e degli autisti, per non parlare di quelli dei magistrati, potevano pagare più.</p>
<p>Già nella Grecia di Solone e poi in quella di Aristotele (che a dire il vero era macedone, di Stagira) l’avevano capita la difficoltà del processo e della certezza della pena. Così avevano stabilito, in pratica, che per la maggior parte dei reati la pena consisteva nell’esilio. In fondo ciò che i buoni chiedono è che i cattivi si levino dai piedi. E li spedivano fuori da confini. Ma questo era possibile, nell’antice Grecia, perché esistevano ancora “fette di mondo” non ancora abitate, terre di nessuno dove era possibile esiliare i cattivi. Oggi questa opportunità non c’è più e allora sono necessarie le carceri.</p>
<p>Sempre per restare nell’antica Grecia, che certo non può essere considerata un paese barbaro quando a filosofia e diritti, in carcere, e a morte, ci finiva solo chi commetteva reati contro la religione e la personalità dello Stato. Gli altri, tutti fuori e beni confiscati. In cambio, i processi erano relativamente semplici (ma anche lì i “potenti” si facevano difendere da bravi oratori-avvocati – ad esempio Aristotele – e riuscivano almeno a evitare la confisca dei beni oltre che il diritto a rientrare dopo qualche anno). Per chi invece doveva finire in carcere o addirittura a morte, non era per niente semplice. Lo stesso Socrate se non avesse rinunciato a difendersi, sfidando le leggi ateniesi, sarebbe stato assolto, come ormai qualunque storico concorda.</p>
<p>Alla mafia e il crimine organizzato non fa paura il carcere, ammesso che diventi certo. Fa paura perdere il proprio potere economico. Perdere i propri beni. Secondo voi perché un mafioso fa il mafioso invece che l’impiegato di banca? Per vocazione? Per il potere. E il potere, nel mondo, da sempre, lo dà il controllo dell’economia. In un villaggio sperduto chi controllasse l’unica piantagione di grano, o di verdura, o di frutta, avrebbe tutto il potere. Sarebbe un “mafioso”, capace di imporre la sua volontà in cambio di un chilo di farina. Bill Gates non ha potere? Certo che ce l’ha. E perché? E’ mafioso? No, ma controlla una fetta importante di economia.</p>
<p>La mafia ha sempre ucciso non tanto perché arrestavano Tizio o Caio, boss o gregari, ma perché quegli arresti erano funzionali alla disarticolazione del sistema economico e di potere che controllavano. Del sistema economico e di conseguenza di quello politico. Perché la politica vive sul consenso, e questo è giusto, ma in Italia – nel corso del Novecento – sempre più il consenso è dipeso dalla concessione, sotto forma di favori, di quelli che avrebbero dovuto essere diritti.</p>
<p>E tanto più l&#8217;economia è illecita, tanto maggiore è il controllo che su di essa esercita chi l&#8217;ha costruita. E tanto maggiore è il controllo sull&#8217;economia, tanto più si possono concedere favori.</p>
<p>Ma questo non è un problema della legge, del processo, della giustizia.</p>
<p>Allora: perché preoccuparsi tanto di carcere, detenuti e sentenze? Perché il solo fatto che, prima o poi, fossero 10 giorni, 10 anni o 40, il detenuto esce dal carcere – e su questo non ci sono sostanzialmente più dubbi visto che tutti sono d’accordo sull’abolizione della pena di morte – è interesse della società rimettere in libertà qualcuno che sia un po’ meglio rispetto a quando è entrato, in carcere. Dunque il carcere deve avere un “senso”.</p>
<p>E qui siamo alla ragionevolezza della pena: non è vero che chi uccide un pedone mentre guida un’auto da ubriaco o da drogato viene condannato a 2 anni. Di solito ne prende 7 o 9. Certo non 22 o 30, dal momento che questa è la pena per l’omicidio volontario non premeditato. Dunque, ragionevolmente, se ci pensiamo, chi uccide sostanzialmente per sbaglio, anche se con gravi colpe, viene condannato a un terzo della pena che merita chi uccide volontariamente. Se invece l’omicidio è premeditato c’è l’ergastolo ma anche in questo caso dopo 26 anni le leggi sull’esecuzione della pena prevedono che, se ci si comporta bene in carcere, si possa uscire. Il fatto che esca chi non lo merita non è un problema della legge ma dei sistemi che dovrebbero assicurare la giustizia. Su questi si può incidere scegliendo correttamente gli amministratori dello Stato. Se si rinuncia anche a fare questo, non ci si può poi lamentare di nulla.</p>
<p>Un’ultima osservazione: diminuire la condanna di Dell’Utri a 7 anni è giusto se l’accusa non ha adeguatamente provato tutti i reati contestati o se non ha provato che questi reati siano stati commessi per tutto il tempo originariamente ipotizzato dal capo d’imputazione.</p>
<p>Sette anni non sono pochi. Il punto è che la sentenza definitiva arriverà tra un paio d’anni, se va bene, al limite della prescrizione. Ma questo non è un problema né del diritto né del processo: è un problema di carico di lavoro degli uffici giudiziari, che potrebbe essere regolato meglio se l’amministrazione se ne preoccupasse di più. Ma gli amministratori li scegliamo noi. Non la legge, non il processo, non la giustizia.</p>
<p>Il punto non è tanto l’entità della pena inflitta a Dell’Utri, ma il fatto che nonostante la pena continui a svolgere il suo mandato di rappresentante del popolo. Proprio come nominare un ministro imputato o eleggere un consigliere comunale appena uscito di galera e in attesa di giudizio. Questo non è un problema del diritto, né del processo. E’ un problema degli amministratori. Ma gli amministratori li scegliamo noi. Non la legge, non il processo, non la giustizia.</p>
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			</item>
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		<title>Una Straordinaria Storia Semplice</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Ormanni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Nov 2010 19:18:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Primo Piano]]></category>
		<category><![CDATA[Il Parlamentare]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Morsello]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Parlamentare.it &#8211; La rete, e i suoi blog, non sono soltanto luoghi di produzione di banalità e sciocchezze. Abbiamo trovato, su segnalazione del nostro collaboratore Luigi Morsello, il blog di Roby Bulgaro. Persona dall&#8217;intelligenza lucida e coerente. Abbiamo quindi pensato che la sua storia possa interessare qualcuno. di Roby Bulgaro Nella sperduta provincia di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a rel="attachment wp-att-224" href="https://ilparlamentare.it/2010/11/25/una-straordinaria-storia-semplice/stoira-semplice/"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-224" title="stoira-semplice" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/stoira-semplice.jpg" alt="" width="203" height="270" /></a>Il Parlamentare.it</strong> &#8211; La rete, e i suoi blog, non sono soltanto luoghi di produzione di banalità e sciocchezze. Abbiamo trovato, su segnalazione del nostro collaboratore Luigi Morsello, il blog di Roby Bulgaro. Persona dall&#8217;intelligenza lucida e coerente. Abbiamo quindi pensato che la sua storia possa interessare qualcuno.</p>
<p>di <strong>Roby Bulgaro</strong></p>
<p>Nella sperduta provincia di Ferrara, nella val padana che lambisce il mare sulle coste tra le Valli di Comacchio con i suoi sette lidi, Roby nasce a Lagosanto il 31 dicembre 1966, in un inverno freddissimo, con tanta neve.</p>
<p>Da queste parti la neve, non voglio dire che sia rara, ma in quarant’anni è venuta solo un paio di volte così abbondante e copiosa; sarà la vicinanza del mare, o la latitudine o che so io. Fatto sta che la neve non la si vede se non in forma di una leggera spruzzata, e neppure ogni anno. La peculiarità della zona, qua nel basso ferrarese, è l’umidità; ma soprattutto, d’inverno, la nebbia.</p>
<p>Il bisnonno, Alessandro, già novantenne, lo chiamava “l’omino della luna”, come a denotare una sua particolarità, che non era di questo mondo. Il nonno disperso in Russia durante la seconda guerra mondiale e le vicissitudini di quegli anni, che tracciavano la prima repubblica con solchi indelebili di sangue, non potevano segnare l’infanzia del bimbo che, ancora, non sapeva nulla del mondo; le sue giornate estive passavano a rincorrere tra campi di mais e di grano a perdita d’occhio, e giochi a rimpiattino (“muffa” per noi Laghesi) tra amici ed amichette, in cantieri edili piccoli, che ancora non denotavano alcuna espansione urbana. L’autunno e l’inverno invece passavano nella scuola con poco interesse, tanto era l’impegno delle maestre nell’insegnamento; dal canto suo, Roby, non mostrava un vero interesse per le cose della cultura, che pure c’era e c’è, ma che senza un reale entusiasmo da parte di chi doveva insegnare a stento uscivano. Come dire: una noia mortale. In quegli anni di scuola avrei voluto fare il disegnatore, preso com’ero, assieme a tanti altri bambini, dall’avvento dei cartoni animati giapponesi, primo fra tutti Goldrake, che spinse me e tanti miei compagni a disegnarne le gesta ed a inventare nuovi robot-guerrieri per combattere il male che proveniva dallo spazio. Inventai un robot e lo chiamai Cyclops, per via del casco con visiera a “V”che faceva sembrare un solo grande occhio al centro della faccia, dal quale sprigionava il solito devastante raggio che non lasciava scampo ai malvagi. Il mio cuginetto, che invece, come lui stesso dichiarava, non aveva uno straccio di immaginazione, rimaneva sempre in disparte al momento di chinarsi sul quaderno e disegnare, allora cercai il modo e una maniera per coinvolgerlo; dopo vari e comunque numerosi tentativi riuscii a convincerlo, e finalmente, facendomi promettere che non avrei riso di lui, mi presentò la sua creatura robotica: “Cleciups”. Quando pronunciò il nome ad alta voce, entrambi prorompemmo in una fragorosa risata. Fu così che la sua carriera da disegnatore durò lievemente meno della mia.</p>
<p>Ricordo nitidamente una primavera, quella del 1978. Quando fu rapito Aldo Moro. Stavo andando a scuola e, una volta giunto, mi rispedirono a casa, perché, dissero, avevano rapito lo statista, e quindi era un periodo di disgrazia. Abitavo a poche centinaia di metri dalla scuola elementare, e quindi, sempre a piedi come vi ero arrivato, ne feci ritorno, mormorando fra me e me che era una cosa inconcepibile: rapire un uomo a fini “politici”; un termine che ancora non comprendevo. Curioso che i ricordi si fermino a quella riflessione, mentre facevo ritorno da scuola, sotto un bellissimo sole primaverile; forse un po’ troppo caldo per il periodo; col grembiule nero ed il fiocco azzurro al collo.</p>
<p>Per la musica rock e le droghe leggere, ancora non era maturo il tempo, e le giornate passavano al rito di scorribande nei campi e le prime sbirciate sotto le gonne delle ragazzine. Senza che questo precludesse la mia verginità, protrattasi all’età post adolescenziale con mia gran sofferenza, dovuta ad una timidezza indomita, impossibile da dissimulare.</p>
<p>L’insuccesso della scuola superiore, dalla quale mi ritirai dopo pochi mesi, non contribuì ad accrescere la stima in me stesso; lo stress addirittura mi procurò un eczema sulle braccia che mi durò due anni ancora dopo quell’esperienza; collezionai poi un’altra delusione, quando seguii un corso di disegno pubblicitario presso una scuola privata, che mi dotò, quello si, di una mano più sicura nel tratto, ma che non mi conferì alcun titolo accademico col quale far leva nel mondo del lavoro.</p>
<p>Certo erano bei tempi quelli in cui l’unico problema era quello di trovare un passatempo divertente col quale passare le giornate. Un padre poco propenso a tramandare il lavoro ai figli rendeva la cosa ancora più semplice, ma costruiva un futuro incerto alla progenie che, in seguito, si dovette arrangiare.</p>
<p>Mio fratello fu il primo: dopo qualche anno dovette fuggire dall’intolleranza di un padre che non sapeva (o non voleva) insegnare con pazienza il lavoro; e poi toccò a me. Di qualche anno più giovane, ma con uno spirito ancora più indomito, non potei tollerare che per qualche mese il modo brusco di porsi di un uomo che a stento riconoscevo da quello che mi era sempre apparso tra le mura domestiche, e, quando anche a causa di una malattia ossea che mi costrinse ad una gravosa operazione, mi dissociai definitivamente dal suo lavoro, nonostante tutto, fu un sollievo.</p>
<p>Dall’età di 14 anni fino a poco più dei 17 frequentai la scuola di karate stile shotokan che si teneva nella vicina Comacchio, a 16 anni cominciai a diventare vegetariano, eliminando per prima cosa le carni di animali terrestri e volatili, per arrivare, ma molto più in là, nel ’94, ad eliminare anche quella degli animali acquatici. Durante la mia frequentazione alla scuola di karate, riuscii a raggiungere la cintura blu, ma già dal gennaio ’86 la malattia cominciava a farsi sentire, e ben presto dovetti rinunciare alla via delle arti marziali per intraprendere, ad operazione riuscita, quella della musica, che meglio si addiceva alla mia mansuetudine. L’operazione chirurgica fu eseguita presso l’ospedale Policlinico di Modena, nel reparto di Chirurgia della Mano, dall’equipe del dottor Cristiani, al quale va ancora oggi la mia gratitudine per avermi salvato l’arto, che versava in condizioni, ma me lo dissero solo poi, molto gravi.</p>
<p>Non trascorsero che sei mesi dall’intervento, ancora ero convalescente dal trapianto osseo e dovevo scrupolosamente seguire una terapia idonea al consolidamento dei tessuti, che venni chiamato alle armi.</p>
<p>Avevo da 3 mesi compiuto vent’anni.</p>
<p>Qui urge una spiegazione: come mai così in ritardo per la leva, quando solitamente a quei tempi si veniva chiamati a 18? Nessun mistero.</p>
<p>Successe, 2 anni e mezzo prima, che nella mia superficialità protratta dall’adolescenza, feci la domanda per entrare nell’arma dei carabinieri. Due mesi dopo l’operazione, soprattutto a scopo terapico avevo iniziato lo studio della batteria, proprio quell’anno (siamo nel 1987). E solo da qualche mese mi dilettavo a percuoter bidoni; nel mentre che una mattina facevo confusione, mi entrarono in camera i carabinieri: “Perdinci! Faccio così chiasso?!?”, invece no, dopo oltre due anni avevano valutato la mia domanda di ammissione e l’avevano accettata, aspettavano solo la mia conferma. Io confermai che no, non volevo fare il carabiniere, e dopo circa un mese, il 27 aprile, dovetti partire alla volta di Albenga per affrontare la dura vita militare. Il C.A.R. fu una merda! Dopo tre giorni che ero in caserma mi spedirono a Savona, all’ospedale militare, e vista l’enorme cicatrice del trapianto, ancora rossa, la mobilità limitata dell’arto, invece di rispedirmi a casa per ricevere le cure del caso, mi declassarono solamente, in maniera che non potessi fare cose troppo pesanti, ma che, comunque, dovessi fare la Naja. Passarono i mesi tra imboscamenti al centralino della caserma di Aviano, alla quale ero stato assegnato dopo il C.A.R., in provincia di Pordenone, tra uscite al paese e fumate in camerata. Al decimo mese, durante una licenza, marcai visita e mi recai all’ospedale di Bologna: cose da matti! Dopo aver visionato la cartella clinica dell’intervento, ed avermi sottoposto ad un’attenta visita ortopedica, decisero che dovevo essere esonerato dal servizio militare! Dopo dieci mesi!!! Oltre al danno la beffa: nonostante abbia fatto dieci mesi di militare, è come se non lo avessi fatto per inidoneità. Mi recai alla caserma di Aviano un’ultima volta, quell’anno e per sempre, per portare a casa alcuni effetti personali che erano rimasti là, così ne approfittai per salutare alcuni miei amici commilitoni, coi quali fumavamo pacchetti di MS a partire già dalle 7 del mattino, per finire alla sera con le canne che ci conciliavano un sonno tranquillo, a dispetto dello squallore del luogo dove ci trovavamo. Ricordo con enorme soddisfazione, le bevute fatte nella storica enoteca di Pordenone, bellissimo locale su tre piani: vino e grappe di un’eccellenza unica.</p>
<p>Venne il tempo del primo lavoro e del primo amore serio: il 1988.</p>
<p>Il primo lavoro consisteva nel gestire la cucina di una piccola enoteca, situata in una viuzza della vicina Codigoro; ero assunto come aiuto cuoco, col contratto di “formazione lavoro”, ma di fatto ero il cuoco, senza aiuti, ma con l’insegnamento del proprietario che conosceva l’arte culinaria, e che ebbe molta pazienza ad insegnarmela. Il primo amore serio, nel senso che si smise di ridere quando dovetti presentarmi ai genitori di lei, lo ebbi con una ragazza mia coetanea, di Comacchio, conosciuta sulle spiagge dei lidi ferraresi. Il lavoro, benché mi piacesse molto, anche se dovevo preparare pietanze a base di carne, durò pochi mesi, a natale di quello stesso anno ebbi un diverbio col titolare e venni licenziato. Il primo amore serio durò un po’ di più, circa 3 anni e mezzo; a gennaio del 1991 ci lasciammo per incompatibilità nel’intendere le priorità della vita. Il lavoro: l’anno seguente, l’89, lo passai, d’estate, a raccogliere angurie nelle campagne; le meravigliose e buonissime angurie che solo dalle mie parti sono così speciali. Poi, dall’autunno, iniziai un’avventura lavorativa che, benché fosse solo un lavoro stagionale, si protrasse per oltre 10 anni, inframmezzata con due piccole esperienze in fabbrica, nel settore chimico; durata una anno e mezzo la prima, che mi costò la perdita totale dell’olfatto ad opera dei solventi devastanti che usavamo senza nessuna protezione, che mi bruciarono le mucose nasali; mi ci vollero quasi dieci anni per recuperare in parte l’olfatto, e tuttora non ho una percezione normale degli odori, anche se ritengo di averlo recuperato del tutto; durata sei mesi la seconda esperienza lavorativa, presi servizio in una fabbrica dove si lavorava la gomma, a Fusignano, nel Ravennate; si chiamava “Evergomma”, ora non esiste più, dove ero carrellista di reparto; dovetti cessare la mia collaborazione per un rapporto squilibrato tra stipendio e spese sostenute per andare fin là e soggiornarvi. L’avventura lavorativa decennale è stata quella dell’essiccatoio. Si essiccavano i raccolti di riso provenienti da tutto il basso ferrarese, ma arrivavano camionate provenienti anche dal vercellese e da altre parti d’Italia piuttosto lontane, era infatti un impianto di essicazione tra i più rinomati del nord Italia, gestito da una cooperativa locale, ora fallita per inettitudine dei nuovi dirigenti. Dieci anni di lavoro duro, pericoloso, ma assolutamente originale e responsabilizzante, al fianco di persone affidabili e professionali che mi trasmisero queste qualità; l’unico vero lavoro, ripeto, durissimo, ma bello, che abbia mai fatto. Ci arrampicavamo su tralicci senza nessuna cautela o protezione, ci inerpicavamo all’interno degli essiccatoi, che sono enormi silos con delle camere interne dove passa aria calda, con l’unica arma per non farsi male la nostra esperienza e accortezza. Non erano rari gli incidenti, ma mai gravi ve ne furono durante il mio servizio; l’unico che ricordo fu la perdita di tre falangi delle dita della mano, dovuto al malfunzionamento di una centralina che mise in moto un rotore nel momento meno indicato: mentre qualcuno lo stava pulendo.</p>
<p>Indescrivibili sono le operazioni che facevamo per svuotare le celle &#8211; o silos &#8211; del riso a base quadrata 10&#215;10 metri, 13 metri di altezza. Vi rimaneva, sul fondo piatto, una quantità di riso che poteva variare tra i 700 e gli 800 quintali: una montagna alta anche 6 metri, interamente da svuotare a mano, con l’ausilio, ma fino ad un certo punto, di un verricello con attaccato al cavetto una specie di pala artigianale di metallo, con la quale ci arrampicavamo sopra al mucchio, la piantavamo, e, salendoci sopra, ci facevamo trainare giù in una specie di surf su riso, avendo l’accortezza di saltare giù un attimo prima di cozzare contro la parete del silos. Posso assicurare che la descrizione non potrà mai rendere la situazione: ci fu qualcuno che scappò via in lacrime per la disperazione. Ma io la prendevo con filosofia: una volta iniziato mi ci divertivo pure, nonostante le tonnellate di polvere respirata.</p>
<p>Nel 1994 conobbi il mio secondo amore importante, che divenne mia moglie dopo circa 4 anni, ma non avemmo la benedizione di un figlio, a tutt’oggi. Nel ’98 entrai per sei mesi in una fabbrica metal meccanica (fu durante la mia permanenza lì che mi sposai, in luglio), e fu l’assaggio di un periodo nel settore, che iniziò con l’entrata in un’altra fabbrica, alla fine dell’anno seguente, e che era il reparto di sbavatura dei getti in ghisa di una fonderia modenese, distaccata a Codigoro. Dal settembre ’98 a quasi tutto luglio ’99 lavorai per l’ultima volta, quasi ininterrottamente, all’essiccatoio, che aveva anche un capannone dedicato alla pulitura e raffinazione del riso, dove facevamo anche confezionamento per un noto marchio oltre che per la nostra ditta. Poi, la crisi dirigenziale cominciò a farsi sentire, dopo la morte per incidente stradale del presidente della cooperativa. I successori non erano all’altezza del loro compito, e ben presto si cominciò a risentirne. Quando ebbi la possibilità di avere un lavoro fisso presso le fonderie distaccate a Codigoro, presi la palla al balzo e vi entrai; ma fu una sciagura morale. Mai lavoro che feci fu così deprimente, le mie difese immunitarie in tre anni si abbassarono tanto che frequentemente ero preda di influenza ed altri malanni che interessano le vie respiratorie; era pesante anche come fatica ed il mal di schiena non tardò a punirmi per movimenti inconsulti, dovuti a un modo di lavorare che non prevedeva aiuti meccanici per sollevare pesi dall’interno di cassoni troppo alti per potercisi chinare con prudenza. Per non crepare del tutto dovetti ancora una volta cambiare. Fu così che approdai all’ipermercato dove sono sfruttato tutt’ora, dove passo le mie giornate in un ambiente che ti vuole rispettoso di tutto e tutti ma privato del rispetto verso te stesso; con uno stipendio ridicolo che ti permette a stento di pagar le bollette e che per farsi una vacanza piccola piccola necessita di enormi sacrifici, e magari anche qualche aiuto.</p>
<p>Una menzione speciale va al mio viaggio in India.</p>
<p>Dopo essermi licenziato nel 1991, dalla fabbrichetta che mi costò le mucose nasali, avendo conosciuto un gruppo che si preparava a partire per l’India, mi aggregai. Me lo potei permettere perché vivevo ancora con i miei, anche se erano già in procinto di separazione. Soggiornai in India per quattro mesi, quasi tutto il periodo ospite in un monastero assieme ad altri connazionali amici. Ebbi modo di condividere con quel popolo il loro modo di vivere, il cibo, il lavoro e la povertà che spesso lambiva anche noi occidentali nella scarsità di mezzi, ai quali siamo abituati nella nostra opulenta società. È così. Alla fine, anche se a noi può sembrare di andare indietro &#8211; ed in effetti ci si sta andando &#8211; le condizioni di molti popoli sono, per chi non li ha constatati, inimmaginabili. Ma i motivi di questa disuguaglianza sono invece uguali per tutti; si riassumono nella fame di potere e di ricchezza di una piccola parte di persone, che ha perso di vista la causa comune e si illude di inseguire un futuro luminoso che possa essere solo suo, nel totale disinteresse della sofferenza altrui.</p>
<p>A mia Mamma Loretta.</p>
<p>Nel giugno 2009, il 21, mia madre è venuta a mancare, ed è a lei che voglio dedicare questa lunga lettera autobiografica. Lei che sempre mi ha appoggiato ed aiutato nelle scelte, che mi ha salvato dalle disgrazie, che mi ha sempre amato, non senza attriti, ma con incondizionato amore di mamma. Amore eterno che io ricambio. In eterno.</p>
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