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	<title>admin &#8211; Il Parlamentare</title>
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	<description>News e Comunicazione su Politica e Attualità</description>
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		<title>Manifesto della Dieta Mediterranea è realtà. Autorevoli i fondatori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Mar 2012 19:12:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[“Manifesto della Dieta Mediterranea”: Alte Istituzioni lo hanno sottoscritto a Roma. L’avvenimento tenutosi presso il Salone dei Certosini della Basilica dello Stato è una novità assoluta nel mondo alimentare e culturale italiano che attiva concretamente un percorso di tutela e promo commercializzazione a vantaggio delle Aziende Contadine italiane, dei Prodotti della celebre Dieta, ritenuta sentinella della salute dell’Umanità. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-4204" title="dieta-mediterranea-manifesto" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/dieta-mediterranea-manifesto.jpg" alt="" width="495" height="278" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/dieta-mediterranea-manifesto.jpg 495w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/dieta-mediterranea-manifesto-300x168.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/dieta-mediterranea-manifesto-480x270.jpg 480w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/dieta-mediterranea-manifesto-469x263.jpg 469w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/dieta-mediterranea-manifesto-160x90.jpg 160w" sizes="(max-width: 495px) 100vw, 495px" /></strong></p>
<p><strong>“Manifesto della Dieta Mediterranea”</strong>: <strong>Alte Istituzioni lo hanno sottoscritto a Roma.</strong><br />
L’avvenimento tenutosi presso il Salone dei Certosini della Basilica dello Stato è una novità assoluta nel mondo alimentare e culturale italiano che attiva concretamente un <strong>percorso di tutela e promo commercializzazione a vantaggio delle Aziende Contadine italiane</strong>, dei Prodotti della celebre Dieta, ritenuta <strong>sentinella della salute dell’Umanità.</strong></p>
<p>News ore 12,00<br />
<strong>MANIFESTO DIETA MEDITERRANEA</strong>:<br />
Il  “Manifesto della Dieta Mediterranea” è stato voluto dalla <strong><a href="http://www.paoloditarso.it/" target="_blank">Fondazione “Paolo di Tarso”</a></strong>  e sottoscritto dal suo Presidente <strong>Prof.ssa Luana Gallo</strong>, dal <strong>Prof. Fausto Cantarelli</strong>, Economista fondatore <strong>dell’Accademia Alimentare Italiana</strong>,  e dal <strong>Club UNESCO “B. Telesio” di Cosenza</strong>, competente su una parte importante della <strong>5 Terre del Sud dell’Italia, Patria della Dieta Mediterranea.</strong></p>
<p><strong>DIETA MEDITERRANEA:</strong> IL MANIFESTO ENTRA NELLA SUA STORIA<br />
<strong>Da oggi,</strong> <strong>la Dieta Mediterranea</strong>, il più ambito e famoso stile di vita al mondo, <strong>è cristallizzata sul suo Manifesto</strong>, sulla sua prima <strong>autorevole Carta d’identità</strong>, insieme alla sua vera natura, alla sua essenza culturale, alla sua paternità, ai suoi prodotti e al suo futuro nell’economia.</p>
<p><strong>LUANA GALLO</strong>: INSIEME PER CONTRIBUTO AD ECONOMIA ITALIANA<br />
<em>“Un <strong>grazie speciale a tutti gli esperti della Fondazione Paolo di Tarso</strong> – </em>ha dichiarato<em> il </em>Presidente della Fondazione “Paolo di Tarso” <strong>Luana Gallo</strong>. Grazie ad essi e ai loro sacrifici si intravede chiaro all’orizzonte di questo lavoro<em> un percorso concreto che offre spazio autorevole a giovani onesti e <strong>capaci di dare immediate risposte al Mercato moderno e un grande contributo al futuro dell’Economia alimentare italiana.</strong> La Fondazione “Paolo di Tarso” ha attivato <strong>strumenti, tecnologie e rapporti diplomatici per blindare l’economia delle Aziende italiane</strong> e di quelle del Sud in modo speciale, che sono oggi grazie alla proprietà della terra che produce alti cibi della Dieta Mediterranea, <strong>titolari di un capitale culturale capace del più alto riscatto economico in ambito mondiale”.</strong></em></p>
<p>[nggallery id = 1]</p>
<p><strong>MANIFESTO DELLA DIETA MEDITERRANEA</strong>: PAGINA ETICA DELLA STORIA</p>
<p>Sul Manifesto della Dieta Mediterranea tra le Istituzioni operative nel settore Alimentare appare l’autorevole sigla del <strong>Parroco della Basilica dello Stato Mons. Renzo Giuliano.</strong></p>
<p><em>“Abbiamo voluto che un momento storico come questo</em> e il <strong><em>Manifesto della Dieta Mediterranea</em></strong> – ha dichiarato il Presidente della “Paolo di Tarso” <strong>Luana Gallo</strong>, <em>fossero la giusta occasione per dire grazie alla Chiesa Cattolica</em> <em>che, attraverso la Basilica dello Stato, da anni, incoraggia e sostiene il nostro lavoro. <strong>Mons. Renzo Giuliano</strong> è l’espressione di una Chiesa moderna, che vive nella società, sa ascoltare e filtra le problematiche della società al fine di indirizzarla verso progetti dai valori sociali, dunque condivisibili e altamente ecumenici per una comunità internazionale migliore, rispettosa e capace di guardare ad un orizzonte di pace. L’alimentazione sana è un problema serio e lo è per tutti– </em>aggiunge Luana Gallo<em> &#8211; che sta causando malattie di ogni tipo a partire dall’infanzia.<br />
<strong>Oggi i giovani non sanno più distinguere il Cibo Sano dal cibo spazzatura e perchè la distinzione sia possibile,</strong></em><em><strong> </strong>dobbiamo fare<strong>dell’Alimentazione un fatto culturale </strong>che trovi spazio perpetuo nell’informazione e nella formazione<strong>.</strong></em></p>
<p>LA PAOLO DI TARSO: A NOI INFORMAZIONE E FORMAZIONE<br />
<em><strong>La Fondazione “Paolo di Tarso” avrà questo ruolo </strong>perché è in possesso degli strumenti per compiere gradualmente questo<strong> miracolo nella coscienza collettiva. </strong></em></p>
<p><em>E’ giusto che l’Economia moderna tenga presente e faccia tesoro del pensiero della Chiesa perché la Chiesa Cattolica siamo anche noi tutti. Inoltre appare chiaro che se pur Economia, business e cultura religiosa sembrano essere in dicotomia, pensiamo, invece, che anche <strong>una sana cultura alimentare a base di Cibo Sano 100% ITALIA</strong>, possa costituire <strong>la base del nuovo modello Alimentare</strong> <strong>etico, </strong>cuore del <strong>Manifesto della Dieta Mediterranea </strong>che per noi rappresenta l’opportunità per continuare a dialogare con i Paesi del Mediterraneo artefici come noi, per millenni, del dialogo tra Uomo e Natura che ha dato vita alla Dieta Mediterranea.</em></p>
<p>News 0re 13,05<br />
<strong>L’UMANESIMO DI RITORNO</strong> E’ IL FUTURO DELL’ECONOMIA ALIMENTARE<br />
La <strong>Dieta Mediterranea</strong> è il più autorevole e antico racconto del rapporto fra l’Uomo e la Natura.  <strong>L’Umanesimo di ritorno incalza</strong> – come giustamente sostiene il Prof. Fausto Cantarelli e questo epocale revival della civiltà contadina non può che essere guidato da Donne e Uomini profondamente onesti e molto competenti ma anche appassionati e rispettosi del prossimo, animati da uno spirito etico che avvantaggia il Bene della Verità sul desiderio di Profitto.</p>
<p>News ore 13,40<br />
<strong>SIMPLY MED</strong>: “MANIFESTO DELLA DIETA MEDITERRANEA” FARO PER NUOVA ECONOMIA</p>
<p>Giungono anche le felicitazioni di <strong>Silvia Lanzafame</strong> – <strong>Amministratore della <a href="http://www.dietamediterraneasrl.it/" target="_blank">Dieta Mediterranea srl</a></strong> titolare di <strong><a href="http://www.dispensasimplymed.it/" target="_blank">“Simply Med”</a>, il primo Brand Etico nel mondo alimentare italiano</strong> nato per commercializzare i prodotti della <a href="http://www.dietamediterraneasrl.it/" target="_blank"><strong>Dieta Mediterranea </strong>– <strong>Cibo Sano – 100% ITALIA</strong>.</a></p>
<p>Alla giovane studentessa di Economia dell’UNICAL abbiamo rivolto alcune domande per conoscere il punto di vista della più giovane imprenditrice che per prima ha deciso di vendere on line i prodotti della Dieta Mediterranea.</p>
<p><strong>FOOD Magazine-IT:</strong> cosa significa per lei il Manifesto della Dieta Mediterranea?</p>
<p><strong>Silvia Lanzafame</strong>:<em> il concretizzarsi di un percorso alto e lungimirante che la Fondazione Paolo di Tarso sta conducendo con successo nel mondo dell’Economia Alimentare Italiana, introducendo in esso un modo nuovo di vivere la cultura che diventa economia e servizio all’essere umano. Concetti, questi, contenuti nella lettera enciclica di Giovanni Paolo II “Laborem Exercens”.</em></p>
<p><strong>FOOD Magazine.IT:</strong><em> </em>quale sarà l’effettiva utilità del “Manifesto della Dieta Mediterranea” se L’UNESCO, ad esempio, l’ha proclamata Patrimonio immateriale dell’Umanità?</p>
<p><strong><em>Silvia Lanzafame:</em></strong><em> E’ chiarissimo! L’<strong>UNESCO</strong> ha confermato con alta autorevolezza un fatto culturale rispetto ad un modello alimentare individuato da un attento osservatore quale fu <strong>Ancel Keys</strong>. </em><em>IL <strong>Manifesto della Dieta Mediterranea</strong>, invece,  rappresenta la prima pagina di un nuovo capitolo di vita economica del nostro Paese perché mira a georeferenziare la territorialità dei luoghi ove i <strong>Prodotti della Dieta Mediterranea</strong> hanno oggi origine <strong>a beneficio dell’Economia</strong> che, appare chiaro, dovrà essere solo ed esclusivamente di origine italiana e in modo particolare delle <strong>5 Terre del Sud</strong>, <strong>Patria della Dieta Mediterranea</strong>. Dunque si tratta della prima storica pagina operata da un luminare autentico e alte istituzioni con fini etici, per la <strong>conversione della Cultura in Economia</strong>.</em></p>
<p><strong>FOOD Magazine.IT</strong><em>: </em>perché una giovane studentessa di Economia dell’UNICAL ha deciso di fermarsi in Calabria, invece di partire?</p>
<p><strong>Silvia Lanzafame</strong>: <em>Innanzi tutto perché la crisi, sotto forme diverse, è ovunque. Poi, perché amo molto la meravigliosa terra nella quale sono nata, segno di contraddizioni ma pur detentrice di quel primato che giustamente l’UNESCO ha gratificato della sua alta considerazione. Inoltre, da futura economista, ritengo giusto che la dignità delle Terre d’Italia e i sacrifici di tutti coloro i quali hanno versato sangue per difenderla, debba oggi essere svenduta a chi profitta della crisi finanziaria.</em></p>
<p><strong>FOOD MAGAZINE.IT</strong>: una giovane economista come lei cosa vede nel futuro della Dieta Mediterranea?</p>
<p><strong>Silvia Lanzafame</strong>: <em>Il Cibo Sano che entra nel mercato in una nicchia autorevole che difende le tradizioni italiane, le internazionalizza con sistemi veloci e innovativi, con classe, e polso fermo. Siamo i fondatori della Cultura Occidentale e noi possiamo condizionare il mondo economico attivando una politica etica che sposti i prodotti 100% ITALIA <strong>dal dire al fare.</strong></em></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p>Aggiornamenti a cura di Redazione Food-Magazine.IT<br />
info@paoloditarso.it</p>
<p><strong><br />
</strong></p>
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		<title>L&#8217;Italia compie 150 anni: proposta eccentrica e semisera di un evento celebrativo</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jan 2011 23:00:17 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-1027" href="https://ilparlamentare.it/2011/01/21/litalia-compie-150-anni-proposta-eccentrica-e-semisera-di-un-evento-celebrativo/federalismo/"><img decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1027" title="federalismo" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/federalismo-150x150.gif" alt="" width="150" height="150" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/federalismo-150x150.gif 150w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/federalismo-50x50.gif 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a>di <strong>Alberto Liguoro</strong> &#8212;</p>
<p>Mi trovai casualmente a Parigi, con la mia famiglia, il 14 luglio 1989.</p>
<p>Suscitava davvero grande emozione vedere le strade gremite di gente in festa; si aveva quasi la sensazione di un corpo unico, ma potremmo anche togliere il quasi. Vero o apparente che fosse, qui il discorso non è di cronaca, ma di considerazioni astratte di riferimento, quello spettacolo induceva ad immaginare un popolo assolutamente unito e orgoglioso, come se non esistessero classi, partiti, appartenenze religiose e territoriali. Tutti uniti per quell’irrinunziabile minimo comune denominatore della salvaguardia del benessere pubblico e del prestigio, della proiezione verso il futuro del loro Paese, con la forza trainante e rassicurante del passato. Persino l’estrema destra era affratellata da questo spirito, alle altre espressioni socioculturali, non esclusa la sinistra più battagliera; persino i Maghrebini si sentivano e professavano francesi al 100%.</p>
<p>Eppure divisioni politiche, etniche, religiose, anche lì, non mancano, c’è una sinistra radicale, come una destra, c’è integralismo religioso ed etnico, c’è un midi anche in Francia.</p>
<p>Ora, ritornando dalle nostre parti, faccio enorme fatica ad immaginarmi qualcosa di simile anche qui.</p>
<p>L’odio di classe (ricchi e poveri; oltre all’area snob della nobiltà o pseudo-tale, un po’ di qua un po’ di là, ma prevalentemente… di là) ce lo portiamo appresso come il dna; c’è una inconciliabile divisione tra Nord e Sud; un razzismo latente, ma poi neanche tanto, serpeggia nell’animo di tutti, non solo verso altre etnie e altri popoli, ma anche, reciprocamente, tra settentrionali (da Roma in su) e meridionali (in giù – la città di Roma poi è strapazzata da un parte e dall’altra, ma va affermandosi la collocazione-lega al Sud); la divisione religiosa, sostanzialmente incentrata su Cattolici da una parte e Non Cattolici (dove c’è di tutto, inutile specificare) è manichea e ineluttabile; sul fronte politico la contrapposizione Destra/ Sinistra, di remoto retaggio, ma accentuatasi a dismisura col sistema maggioritario è di impronta sostanzialmente estremista e caratterizzata fondamentalmente da odio reciproco.</p>
<p>Immaginiamoci un settentrionale ricco, di destra e cattolico da una parte e un meridionale povero, di sinistra e ateo da un’altra parte, in una discussione sulle rispettive ricette per il governo dell’Italia. Prima o poi si azzufferebbero, come avviene tra esagitati tifosi di calcio (ma anche tra esponenti politici, le cui uscite in TV sono, a volte, surreali); e in mezzo ci sono molteplici variazioni e gradazioni, ma tutte in senso antagonista e intollerante.</p>
<p>Questa è l’Italia, di oggi per moltissime ragioni che si omette qui di esaminare, essendo diverso lo scopo del presente elaborato. Certo fa male al cuore vedere i campi sportivi del resto d’Europa, pur con notevoli e pericolosi eccessi anche lì (evidentemente fronteggiati e tenuti sotto controllo ed osservazione in modo abbastanza efficace), senza gabbie, recinti ecc., con i giocatori quasi a contatto con il pubblico, mentre qui ogni fine settimana è una guerra.</p>
<p>Ora in tale situazione ci accingiamo ad intraprendere iniziative varie, anzi la macchina celebrativa già si muove, per il 150mo anniversario dell’Unità d’Italia, evento non dissimile dall’esempio francese di cui sopra.</p>
<p>Che cosa c’è da immaginare? In tutte le sedi, televisive, di piazza, di palazzo, nella migliore delle ipotesi, sorrisi melensi e chiacchiere ipocrite tra berlusconiani (dove poi si distinguono e si contrappongono quelli che vogliono i voti per Berlusconi, quelli che vogliono da quest’ultimo soldi, posti, favori, o a loro volta, appoggi politici, artistici, professionali, semmai uno spicchietto o uno spicchione di potere, quelli che strumentalizzano Berlusconi ad altri fini – v. Lega per il federalismo, quelli che, più o meno sotto sotto, preparano il terreno per l’immancabile dopo…, ecc.) e antiberlusconiani (dove pure c’è di tutto in lotta tra tutti: centro, sinistra anche estrema, finiani, democratici in eterna contesa per trovare una leadership, anarchici, qualunquisti e così via); tra cattolici (con varie categorie di antiaboristi, antidivorzisti, antipreservativo, antiricerche varie, antieducazione sessuale, antifamiglie di fatto, antiomosessuali, antimusulmani, anti-altre religioni ecc) e non cattolici (ma italiani? Nonché extracomunitari? Atei? Per caso gay? Appartenenti ad altre religioni tra di loro altrettanto incompatibili?); tra “appartenenti alle classi più abbienti (ma anche qui un ricco ed affermato dirigente o professionista ecc. è un poveraccio al confronto di un Berlusconi, un Tronchetti Provera, una Marcegaglia ecc.)” e c.d. “lavoratori” (dove non manca di farsi viva la solita guerra tra poveri, per cui gli operai si guardano in cagnesco con gli impiegati, e, tra questi, c’è acredine tra i pubblici e i privati); sulla contrapposizione Nord/ Sud (accentuata dal dilagare della Lega) inutile spendere altre parole, basti qui far mente locale ad un mixage tra i vari contrasti sopra menzionati, con in più la solfa Nord/ Sud che vale a rimettere in discussione anche gli equilibri già raggiunti in altre collocazioni. Basti pensare a quante se ne dicono o, in teoria, potrebbero dirsene un cattolico (antiaborista, anti…, anti…, anti ecc.) di Pordenone e un cattolico (parimenti anti…, anti, anti…) di Canicattì, o due berlusconiani (o anti), ma uno di Treviso, e un altro di Catanzaro.</p>
<p>A questo punto vado momentaneamente fuori tema per ricordare come, a partire da Carlo Marx in poi, tutti gli intellettuali, i politici di ogni tendenza, le persone di buon senso e di buona volontà, hanno sempre considerato che le contraddizioni nella società e nell’individuo, devo esplodere per progredire (basta cercare su Google la frase “far esplodere le contraddizioni” per rendersene conto).</p>
<p>In altri termini, se vuoi raggiungere un obiettivo non devi disdegnare, in presenza di condizioni che lo richiedano, di agire in modo addirittura opposto all’obiettivo stesso (la cd. terapia d’urto, o, come nelle vaccinazioni, la somministrazione calibrata e ponderata del morbo stesso che si vuole combattere).</p>
<p>Dobbiamo allora chiederci, stando così le cose, se non sia il caso di cambiare strategia.</p>
<p>Il mio vuole essere un tono provocatorio, eccentrico e  semiserio, va da sé, però non lo dico neanche come qualcosa di cui ridere. Vorrei che si riflettesse un po’ su queste cose, nient’altro.</p>
<p>In sostanza, dico io, vogliamo essere aggregati come non mai, compatti come i Francesi? Perché non provare, allora, a disgregare tutto?</p>
<p>Perché non celebrare, su questo abbrivio, il 150° anniversario dell’Unità d’Italia (anche) con un convegno.</p>
<p>Tema del convegno “LE DIVISIONI D’ITALIA”.</p>
<p>In tal caso io proporrei (il tono è sempre quello “provocatorio, eccentrico, semiserio, ma non troppo”) la seguente soluzione:</p>
<p>Divisione dell’Italia in Stati fortemente confederati tra loro, con libera circolazione ed unità di indirizzo, ad es.:</p>
<p>Lombardo-Veneto allargato all’ex Stato sabaudo, Liguria, Emilia-Romagna, nonché Regioni del Nord (nel contesto il Sud Tirolo potrebbe realizzare il suo sogno: fuori dall’Italia e dal bilancio dello Stato italiano – e qui magari il sogno andrebbe sfumandosi, ma non si può avere tutto). Una  specie di Repubblica Subalpina, diciamo così.</p>
<p>Toscana, Marche, Umbria, Abruzzo e Lazio (compresa forse la Sardegna ed esclusa Roma capitale e satelliti, che continuerebbe ad essere la Città Eterna, la Roma dei Cesari, dei Papi e dei Popoli, e che avrebbe comunque ruolo di centralità e rappresentanza verso l’estero), le Regioni Unite dell’Italia Centrale.</p>
<p>Finalmente la gloriosa Repubblica Partenopea, tutte le Regioni del Sud (compresa o esclusa la Sicilia, che potrebbe avere una collocazione a sé stante, secondo la volontà dei Siciliani stessi).</p>
<p>Quali sarebbero i risultati? Secondo me, a parte quello psicologico di grande liberazione e gioia costruttiva, un risultato di forte unità (chi è più unito di chi non è costretto ad essere unito, ma usufruisce semplicemente di condizioni geografiche, storiche, culturali ed ambientali? Esempi a iosa qui: gli Stati Uniti d’America, la Svizzera, gli stessi Paesi Bassi), progresso e crescita industriale ed economica.</p>
<p>Si stempererebbero naturalmente le contrapposizioni Nord/ Sud;  si svilupperebbe una benefica concorrenza in tutti i campi e segnatamente quello turistico (nel quale il nostro Paese, in men che non si dica si collocherebbe ai vertici mondiali).</p>
<p>La struttura coriacea, diciamo pure burocratica e istituzionale del Cattolicesimo, per cui esso si identifica come un polo, rispetto al quale ogni altra aggregazione di idee, di uomini, di tradizioni, di religioni o filosofie frutto del libero pensiero, persino di correnti o tendenze artistiche, costituisce il polo contrapposto, che deriva oggi dalla centralità del Vaticano, parallela e combaciante con la centralità dello Stato Italiano, si disperderebbe e diffonderebbe (come avviene oggi rispetto agli altri Stati) nelle varie realtà decentrate e delle relative organizzazioni e comunità clericali, e non  sarebbe più occasione di frizioni, prevaricazioni, e, a volte dure o durissime lotte e contese, come sul divorzio, sull’aborto, sull’eutanasia, sull’educazione sessuale e così via.</p>
<p>Il popolo sarebbe sempre il popolo ad ogni latitudine; sono convinto che quel che unisce tutti i popoli del Mondo, non ha nulla  a che vedere con i confini territoriali. La vanga, l’aratro, la vite da coltivare e la legna da ardere, lo scalpello e  il martello, il compasso ed ogni altro attrezzo, e i loro derivati moderni, dai computer alle catene di montaggio, tutto questo unisce i popoli del Mondo, come i libri vengono letti da tutti gli intellettuali del Mondo e li uniscono e i mercati dove si vende e si compra e, come si sa, le leggi sono invariate ad ogni latitudine.</p>
<p>Non ci sono contrapposizioni e divisioni qui, se non quelle fisiologiche dei mestieri e delle idee.</p>
<p>La contrapposizione viscerale, quella che vede da una parte il popolo inteso come massa indistinta, e dall’ altra, la ricca borghesia, il c.d. nobilato bianco o nero che sia, la massoneria, il clero delle alte gerarchie, si frantumerebbe a sua volta e, in definitiva, non avrebbe ragion d’essere perché i piani di confronto sarebbero disomogenei. I contrasti verrebbero a galla, sarebbero, quindi visibili e verrebbero, conseguentemente, risolti, solo se effettivi e concreti, su situazioni specifiche, non come ora, con riferimento alle categorie di portata generale e nazionale dei “reazionari” e “rivoluzionari”, “conservatori” e “progressisti”, qualificazioni superate dalla Storia, che, finalmente, sarebbero superate anche nella nostra quotidianità e cronaca attuale; potremmo anzi essere noi, una volta tanto, modello e guida per altri popoli.</p>
<p>La stessa sorte, in non piccola parte collimante con quanto appena osservato sulle divisioni basate sul censo, toccherebbe alle situazioni politiche che si fronteggiano, come la Grande Destra (o Grande Centro-Destra che dir si voglia) e Grande Sinistra ( o Centro- Sinistra), semplicemente perché non esisterebbero più. Ogni Stato Confederato, fermi restando i comuni principi, interessi, intenti di crescita economica, culturale, scientifica, artistica, di benessere sociale, di tradizioni, di irrinunciabile fratellanza, per cui mai potrebbero esserci ostilità interne dirette, sarebbe governato nel modo liberamente scelto dagli elettori di appartenenza.</p>
<p>Il controllo del territorio sarebbe più vicino e pregnante; anche l’amministrazione della Giustizia sarebbe più rapida e vicina ai problemi degli Italiani, liberata dai ceppi della centralità e omogeneità per imposizione calata ciecamente in contesti sociali assolutamente disomogenei.</p>
<p>Le capacità e le peculiarità di soluzioni immediate e inventiva degli Italiani emergerebbero e si rafforzerebbero.</p>
<p>Le scuole, con diversificate politiche e gestioni, si misurerebbero tra di loro, che so, la scuola partenopea con quella lombarda, la fiorentina con la ligure piuttosto che con la bolognese, e così via, e non parlo solo di arti e mestieri, licei e Università, emulandosi, immancabilmente migliorerebbero e si migliorerebbero a vicenda. Verrebbero allora sì fuori le intelligenze più elevate, i cervelli che, con tutta probabilità, non fuggirebbero più all’estero, ma anzi richiamerebbero qui altri cervelli e investimenti.</p>
<p> In altri termini, esploderebbero le contraddizioni, come si diceva, si configurerebbe come vincente la terapia d’urto, la ponderata e graduale utilizzazione proprio del virus che si vuole combattere.</p>
<p>Sarebbe assolutamente orribile tutto questo? Io direi il contrario. Visto così, davvero sembrerebbe un sogno; pur dovendosi riconoscere che, come in tutte le cose, anche qui ci sono i pro e i contro, come ad esempio la sfida di responsabilità per un meccanismo politico e organizzativo complessivamente più articolato e la delicatezza della gestione della separatezza.</p>
<p>Ma alla fine tutto funzionerebbe come un orologio svizzero (appunto) e, alla celebrazione del 200° anniversario dell’Unità d’Italia e della liberazione (questo è importante e quasi sempre viene sottovalutato) dall’Austria, dalle dinastie di provenienza ispanica, dall’influenza dominante di Francia e Inghilterra, dall’invadenza del potere temporale della Chiesa, dall’autoritarismo e provincialismo dei Granducati, attraverso l’affermazione dell’unità nella libertà, non ci sarebbe, certamente, nulla da invidiare alle celebrazioni degli altri popoli.</p>
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		<title>La socializzazione: bagaglio culturale e chiave di volta</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Dec 2010 12:39:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Dalila Liguoro* &#8212; I PARTE La socializzazione si può definire come l&#8217;inserimento dell&#8217;individuo nella collettività; durante la quale quest&#8217;ultima influenzerà l&#8217;individuo nella creazione della realtà di cui farà parte (compresa la  sua personale identità); e contemporaneamente darà la possibilità all&#8217;individuo di influenzare la stessa realtà collettiva in un continuo processo di interazione e mutamento. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<figure id="attachment_700" aria-describedby="caption-attachment-700" style="width: 150px" class="wp-caption alignleft"><a rel="attachment wp-att-700" href="https://ilparlamentare.it/2010/12/12/la-socializzazione-bagaglio-culturale-e-chiave-di-volta/socializzazione/"><img decoding="async" class="size-thumbnail wp-image-700" title="socializzazione" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/socializzazione-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/socializzazione-150x150.jpg 150w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/socializzazione-50x50.jpg 50w" sizes="(max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><figcaption id="caption-attachment-700" class="wp-caption-text">un efficace esempio di passaggio dalla socializzazione primaria a quella secondaria</figcaption></figure>
<p>di <strong>Dalila Liguoro*</strong> &#8212;</p>
<p><strong>I PARTE</strong></p>
<p>La socializzazione si può definire come l&#8217;<em>inserimento </em>dell&#8217;individuo nella collettività; durante la quale quest&#8217;ultima influenzerà l&#8217;individuo nella creazione della realtà di cui farà parte (compresa la  sua personale <em>identità</em>); e contemporaneamente darà la possibilità all&#8217;individuo di influenzare la stessa realtà collettiva in un continuo processo di interazione e mutamento.</p>
<p>Questo è un processo a cui l&#8217;individuo, in quanto animale sociale, è naturalmente predisposto per istinto di sopravvivenza. Infatti per un predatore debole come l&#8217;uomo, la probabilità di sopravvivere aumenta con la presenza e il sostegno di un branco.</p>
<p>Per capire i meccanismi della socializzazione bisogna prima di tutto distinguere tra socializzazione primaria e secondaria. Come è intuibile dai nomi stessi, la <strong>socializzazione primaria</strong> è quella che avviene nell&#8217;infanzia, è il primo contatto con il mondo; mentre la <strong>socializzazione secondaria</strong> è quella  che avviene nell&#8217;età adulta nei diversi ambienti che l&#8217;individuo incontrerà.</p>
<p>La socializzazione primaria, proprio perché crea la prima forma di realtà con la quale l&#8217;individuo avrà esperienza, assume un’importanza enorme. La realtà della socializzazione primaria prenderà forma come una realtà oggettiva, l’unica esistente per il bambino, in quanto l’unica disponibile e sperimentabile sulla propria pelle; non sarà considerata  come una delle tante realtà possibili, ma come l&#8217;unica concepibile. Quindi anche l&#8217;identità che gli adulti affibbieranno al bambino, per quest&#8217;ultimo diventerà l&#8217;<em>unica sua identità possibile</em>.</p>
<p>Anche se la socializzazione primaria avrà creato le basi solide del modo di vedere il mondo, una volta che l&#8217;individuo entrerà in contatto con  il resto della società; con le realtà che incontrerà più o meno diverse dalla sua; con le istituzioni di cui farà parte; ecc.; il mondo primariamente socializzato incomincerà a barcollare e inizieranno le  socializzazioni secondarie. Si deve però sottolineare che queste saranno comunque  influenzate dalla prima socializzazione, ma al tempo stesso concorreranno vicendevolmente ad indebolire e disilludere dalle convinzioni formatesi nel periodo precedente. Questa <em>disillusione</em> è proprio uno dei motivi che spiega il difficile periodo della adolescenza. Il ragazzino infatti incomincia pian piano a sentirsi come tradito da quel mondo che credeva l&#8217;unico, e che ha avuto l&#8217;impressione (probabilmente a ragione) che gli fosse stato passato come tale, ma che invece scopre essere solo uno delle tante interpretazioni, le quali ora proverà lui stesso a formulare.</p>
<p>La socializzazione secondaria avrà però meccanismi simili a quella primaria: come da bambino l&#8217;individuo ha dovuto prendere per oggettiva la realtà passatagli dai genitori, allo stesso modo, da adulto, l&#8217;individuo dovrà prendere per reale ed oggettivo il mondo sociale creatogli dalle regole e dalle istituzioni; inoltre, come da bambino l&#8217;individuo ha fatto sua un&#8217;identità primariamente socializzata e quindi indiscutibile, allo stesso modo, durante la socializzazione secondaria, l&#8217;individuo deve fare suoi i <em>ruoli</em> che gli verranno attribuiti o che si attribuirà durante il processo della socializzazione, verrà così a conoscenza delle regole che sottostanno questi diversi ruoli, sia propri che altrui.</p>
<p>Queste conoscenze faranno sì che l’individuo nell’eseguire un ruolo comunichi  impressioni di se stesso compatibili con le qualità personali appropriate al ruolo e alla situazione, e al tempo stesso, sappia come giudicare i comportamenti delle altre persone, assegnando ad essi determinati ruoli; inoltre faranno sì che sappia riconoscere i diversi ruoli che gli si presenteranno, con tutte le caratteristiche ad essi inclusi; e che riesca a rendersi conto se determinati atteggiamenti sono consoni oppure no al ruolo che lui, o la persona a lui di fronte, sta mettendo  in scena: un chirurgo in sala operatoria non deve sembrare confuso, così come un pubblicitario deve sembrare creativo e fantasioso dinnanzi ai suoi clienti.</p>
<p>La socializzazione primaria crea quindi la <em>base</em> con cui vedremo il mondo e la base della nostra identità; la socializzazione secondaria creerà il nostro mondo “momentaneamente ma <em>definitivo</em>”, comprensivo dei ruoli che in questo potremo assumere e ci darà gli strumenti per riconoscerli e giudicarli. Se sarà importante cosa ci avranno trasmesso con la prima socializzazione i nostri genitori, ancor più importante e di maggiore responsabilità sarà come interagiremo con la seconda, e come con questa trasformeremo il nostro mondo, importantissima eredità che lasceremo agli adulti di domani: i nostri figli.</p>
<p><strong>II PARTE</strong></p>
<p>Sosteneva Erving Goffman “<em>Il ruolo è l’unità fondamentale della socializzazione. E’ mediante i ruoli che nella società si assegnano compiti e si organizzano le cose per assicurarne l’esecuzione.” </em>L’individuo quindi, durante la socializzazione secondaria, farà sua la cultura della società in cui vive, e imparerà a mettere in scena i ruoli <em>richiesti </em>da quella società, essa stessa creata proprio dagli individui, e con la quale continuerà a <em>interagire</em>.</p>
<p>Saranno le <em>istituzioni</em>, create dalle persone, a fornire uno schema di condotta alle persone stesse, diventate attraverso la socializzazione secondaria individui della società; esse (le istituzioni) <em>controlleranno</em> la condotta degli individui e fisseranno <em>modelli prestabiliti</em>, incanalando i comportamenti in una direzione piuttosto che in un&#8217;altra delle molte che sarebbero disponibili. Questa sorta di controllo dei ruoli possibili  sarà inerente all’istituzione in quanto tale, a prescindere dalle sanzioni stabilite per difendere l’istituzione stessa.</p>
<p>L’ordine istituzionale sarà infatti <em>rappresentato</em> dai ruoli che costituiscono un intero complesso istituzionale di comportamenti e condotta: nel bagaglio culturale di una società ci saranno dunque le <em>norme per lo svolgimento di un ruolo</em>, norme accessibili a tutti, comprensive degli elementi <em>comportamentali</em> e <em>affettivi</em> adeguati ad ognuno di questi.</p>
<p>Detto questo possiamo fare un meditativo paragone tra il mondo del bambino nella socializzazione primaria e la società per l’adulto nella socializzazione secondaria. Abbiamo detto che il bambino vede il mondo in cui vive, il suo mondo, come l’unico, senza riuscire neanche ad ipotizzare la possibilità dell’esistenza di altri mondi; ma del suo stesso mondo egli non è ancora esperto, e sta imparando pian piano tutte le regole che di esso fanno parte. Invece l’adulto vede la società in cui vive come una delle tante, cioè si rende conto di questo,  ma al tempo stesso non riesce a staccarsi facilmente dalle sue regole perché ormai fortemente istituzionalizzate ed egli stesso  estremamente esperto in queste; cambiare modo di pensare e di agire dopo tanti anni è più difficile, senza contare che la mente dell’adulto è sicuramente meno elastica di quella di un bambino; insomma l’adulto pur sapendo che la sua società non è l’unica esistente al mondo, si comporta <em>come se</em> lo fosse.</p>
<p>Ecco l&#8217;effetto che si creerà: una volta pratico della socializzazione secondaria, l&#8217;adulto la trasmetterà probabilmente ad un bambino per il quale sarà una socializzazione primaria (percepirà questo dall&#8217;adulto che si comporterà proprio come se lo fosse) e così il mondo e le generazioni andranno avanti, di primaria in secondaria e ancora da secondaria in primaria , e così via; creando così le basi e il mutarsi delle culture e dei tempi, in definitiva dei ruoli disponibili e dei modi di diventare uomo nella società.</p>
<p>Poiché sono le istituzioni (si ricordi create dagli uomini stessi) a dare queste norme per i ruoli, si può certamente sostenere che ci saranno tanti modi di divenire uomini almeno quante saranno le società, le culture e le istituzioni, anche se ognuna di queste avrà diverse possibilità e soluzioni per diventare membri della società stessa. Facciamo un esempio: se saremo europei, saremo probabilmente diversi dai giapponesi, inoltre se saremo poveri, guarderemo al mondo in modo diverso rispetto se fossimo ricchi, e ancora, se saremo soddisfatti della nostra vita, penseremo in modo del tutto diverso rispetto a degli europei poveri come noi, ma insoddisfatti; e queste diversità, sicuramente frutto della nostra esperienza e della nostra precedente realtà primaria, le tramanderemo ai nostri figli.</p>
<p>In altre parole la socializzazione primaria di ogni bambino, porta in sé la socializzazione secondaria dell&#8217;uomo che ottenne questa dall&#8217;interazione  con la sua socializzazione primaria, ottenuta da quella secondaria del suo predecessore, e così via: la socializzazione è un processo interminabile, volto a creare il progresso delle culture, e porta in sé la lunghissima catena dell&#8217;eredità storica delle culture che ci hanno preceduto. Il guardare l&#8217;evolversi di questa infinita spirale può aiutarci a capire quello che è stato e quel che sarà. La socializzazione può quindi essere usata come chiave di volta così da correggere, la dove ci siano, gli errori della nostra società, potendo  capire preventivamente dove intervenire perché l&#8217;agognato progresso culturale non divenga sempre più simile ad una regressione intellettuale.</p>
<p style="text-align: right;"><em>* Piscologa</em></p>
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		<title>Se l&#8217;Italia fosse un Paese&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Dec 2010 16:22:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Alberto Liguoro/ Se l’Italia fosse un Paese conosciuto ed apprezzato per il rispetto che ciascuno, persona fisica, associazione, ente pubblico o privato, tifoseria di calcio, comunità che sia, ha verso gli altri, per la lealtà nei rapporti, per lo spirito dialettico nel riconoscere i propri torti e far valere civilmente le proprie ragioni, riconoscere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a rel="attachment wp-att-655" href="https://ilparlamentare.it/2010/12/11/se-litalia-fosse-un-paese/pinochet/"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-655" title="Pinochet" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Pinochet.jpg" alt="" width="480" height="280" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Pinochet.jpg 480w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Pinochet-300x175.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Pinochet-462x270.jpg 462w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Pinochet-250x145.jpg 250w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/Pinochet-469x273.jpg 469w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a>di <strong>Alberto Liguoro/</strong></p>
<p>Se l’Italia fosse un Paese conosciuto ed apprezzato per il rispetto che ciascuno, persona fisica, associazione, ente pubblico o privato, tifoseria di calcio, comunità che sia, ha verso gli altri, per la lealtà nei rapporti, per lo spirito dialettico nel riconoscere i propri torti e far valere civilmente le proprie ragioni, riconoscere le proprie perdite e mettere a frutto di tutti i cittadini le proprie vittorie;</p>
<p>se l’Italia fosse un Paese non divorato da odi e rivalse, non intriso di veleni e congiure, non condizionato da criminalità, ricatti, non soggetto a poteri occulti, gerarchie ecclesiastiche, interessi inconfessabili; se fosse un Paese senza ottusa arroganza, sospetti, mancanza di fiducia in se stessi e nel futuro… un Paese dove stragi ed attentati avessero unanime condanna e non fossero considerati qua e là come rimedi per aggiustare qualcosa… ecco, se l’Italia fosse un Paese così, allora potrebbe avere un Governo.</p>
<p>La pausa è ad effetto. Non è che l’Italia non possa avere un Governo. Il punto è quale Governo? Come avere un Governo?</p>
<p>Se l’Italia fosse così andrebbe bene per essa, onde giungere ad un assetto di Governo, il sistema elettorale maggioritario.</p>
<p>Ma l’Italia non è così. E’ un Paese diverso. Ha anche grandi qualità, grande capacità di fronteggiare le difficoltà, di affrontare l’imprevisto, improvvisare, arrangiarsi. Tutti i popoli produttivi, incasellati, bravi a far muovere la macchina di un Paese, ci invidiano queste caratteristiche; l’Italia è caratterizzata da un fortissimo individualismo e da una grandissima forza speculativa e meditativa, ha divisioni interne ataviche, certamente risalenti oltre il dominio di Roma, e dopo la caduta dell’Impero ancora parcellizzatesi in Comuni, Feudi, Principati, quindi in Stati sovrani, Repubbliche marinare, Granducati assolutamente indipendenti reciprocamente e fonte, essi sì, di grandissima civiltà nell’amministrazione e nel diritto, nelle scienze applicate, architettura, mestieri, arte e letteratura; divisioni nei sistemi di vita pubblica e privata (anche a questo e non solo alla volontà di emergere e prevaricare è dovuto il proliferare di correnti e partiti, dai liberali ai democratici, ai radicali, ai socialisti ecc.).</p>
<p>Il popolo italiano ha nel suo DNA prassi e abilità compromissorie, risalenti probabilmente alle necessità di convivenza di popoli confinanti, che non sono automaticamente deleterie, e quindi non sono da frustrare, sono da analizzare: sui principi non c’è e non può esserci compromesso, ma sullo smussamento di angoli per la vita sociale, dove c’è un po’ di ragione anche nelle argomentazioni del tuo contraddittore, sono da valorizzare. Questo ad esempio sarebbe un terreno di incontro e di positivo sviluppo relazionale tra Nord e Sud, altro che il razzismo latente della Lega e l’odio anche abbastanza palese dell’integralismo meridionalista. Inoltre l’Italia è la Patria di Machiavelli.</p>
<p>Morale: nel sistema elettorale maggioritario, l’Italia dà il peggio di sé.</p>
<p>Chi vince considera l’avversario non qualcuno che potrà poi essere d’aiuto dialetticamente nel governare, in quanto c’è del buono anche nelle sue ragioni, e tendenzialmente vuole, a sua volta, con diverso percorso, il bene del Paese, bensì un nemico giurato da abbattere in tutti i modi, anche attraverso i mass media, l’isolamento, la frustrazione di tutto il patrimonio intellettuale, artistico, scientifico addirittura (o non ufficiale o antiscientifico – ricordate il caso Di Bella?), che a quel diverso schieramento si richiama.</p>
<p>Un muro contro muro, dove ognuna delle due parti disprezza e diffida dell’altra. Ogni volta, quindi, per tutta la durata della legislatura, mezza Italia conta e, sapendo di potersi avvalere dei propri privilegi sfrenatamente, non si fa scrupolo di abusarne; mentre l’altra metà soffre senza rimedio.</p>
<p>Un continuo andare alla ricerca di quella manciata di voti che ti permette di rimanere al potere, perché il potere è utile e necessario, ma non c’è nulla che corrompa di più, che scavi di più nelle coscienze e negli interessi di persone che, una volta assaporata la manna non vogliono mollarla più; quindi continui pescaggi anche nel campo avverso, con metodi assolutamente inaccettabili sul piano della buona politica, del governo della polis, prima ancora che sul piano etico e giudiziario; con conseguenti squallidi ribaltoni.</p>
<p>Vi è accentramento di potere oligarchico, per cui importanti posizioni, ma anche meno importanti ma utili per lavorare, vengono occupate, non in base ai meriti e alle capacità, ma per nepotismo, a volte virulento, come attualmente in corso, o scambi di favori anche con ricorso a prestazioni sessuali, e vi è spreco oltre ogni misura in  tutti i campi perché essendovi solo attori e non controllori, o meglio controllori appartenenti allo stesso campo degli attori, ogni freno è miracolistico, un mero regalo.</p>
<p>In definitiva il “maggioritario” non va bene per l’Italia, è adatto a Paesi con un più forte e consolidato senso dello Stato e una più consistente partecipazione democratica.</p>
<p>Secondo me calza a pennello ai popoli anglosassoni, in testa gli Americani, rodati, forse dalla lotta agli Inglesi prima e dalle dure ferite della guerra di secessione, poi, nel drammatico crogiuolo dell’aspra e tormentata c.d. “conquista del West”, caratterizzata anche dalle indelebili piaghe di vergogne e barbarie, come è noto, con il conseguente rimorso e la, probabilmente vana, aspirazione alla catarsi e al perdono che si legge in tutti i monumenti e gli affreschi dei loro edifici pubblici; queste caratteristiche degli Americani non ci riguardano minimamente, eppure insistiamo nello scimmiottare il loro sistema elettorale (anche se non avremmo nulla da imparare) senza riuscire ad uguagliare i maestri, perché abbiamo i meccanismi ma non lo stesso spirito, così come ci abbiamo proprio tenuto a scimmiottare nel campo penale processuale, il loro rito accusatorio, ottenendo, per lo stesso motivo, un vero fallimento. Ma non vado oltre su questo punto, essendo una mia semplice illazione.</p>
<p>Allora che cosa si dovrebbe fare?</p>
<p>Io dico…. ma lo dico, non come dato di fatto, bensì in senso dialettico, senza nessuna velleità pontificatoria, come spunto di riflessione e di discussione: l’Italia dovrebbe reinventarsi il sistema proporzionale.</p>
<p>Molte ombre nel passato, lo sappiamo tutti, ma anche molte buone cose sono state fatte, senza scontentare la netta maggioranza degli Italiani, come avviene adesso, a favore di chi si è trovato in una minoranza che per aver ottenuto il risultato di essere la più votata tra le minoranze promuove se stessa a discapito di tutti gli altri e tiene in mano le sorti del Paese.</p>
<p>Ecco, se il sistema proporzionale fosse rielaborato, sfrondato dalle incrostazioni che, in passato, hanno portato alla radicalizzazione e alla inamovibilità delle forze politiche più forti, questa potrebbe essere l’invenzione, l’originalità, la novità dell’Italia, un futuro tutto da immaginare avvalendosi degli strumenti del passato. Perché no? Il nostro passato è forse tale da doverlo seppellire sotto un macigno? Una pietra tombale che abbiamo paura di rimuovere perché temiamo possano uscire i fantasmi che sotto di essa si annidano? Credo proprio di no.</p>
<p>Credo proprio che, con le avvertenze appena formulate, nel “proporzionale” l’Italia darebbe il meglio di sé.</p>
<p>Certo bisognerebbe studiarci seriamente e spregiudicatamente sopra, bisognerebbe armarsi di una grande onestà intellettuale, di un grande amore per il nostro Paese (ahimé sempre tiepido e sporadico) e, qui sì, di voglia di fare.</p>
<p>Bisognerebbe, ad esempio, approfondire quali sono le differenze che permettono, invece, nelle elezioni amministrative, al “maggioritario” di funzionare alla grande, come mi viene fatto osservare.</p>
<p>Ebbene anche qui ci sono delle considerazioni da fare, sempre con il beneficio d’inventario, s’intende: Governare è concetto diverso da Amministrare.</p>
<p>Ricorro ad un esempio, non potendo qui affrontare esaustivamente le tematiche: chi amministra è come il comandante di una nave, che deve condurre a buon fine il suo compito senza intoppi; inoltre tra i due valori da proteggere, quello della buona riuscita della navigazione e quello del massimo tasso di democraticità a bordo, è del tutto naturale privilegiare il primo in assenza di controindicazioni di carattere generale e di rischi concreti, perché il comandante di una nave, potrà decidere della sua rotta e delle regole di bordo, ma non potrà mai disporre a suo piacimento della nave.</p>
<p>Chi governa, invece, è come l’armatore della nave; un buon armatore valorizza i beni materiali e ideali di cui dispone, un cattivo armatore può anche fallire (gli esempi si sprecano). Quindi se si dovessero stilare regole per la scelta di un armatore, queste non dovrebbero fermarsi al “non disturbate il manovratore”, ma dovrebbero tener conto di una serie di componenti e variabili interne ed esterne: le intenzioni, i rapporti, le capacità, il consenso più ampio ecc.</p>
<p>Si potrebbe quindi ipotizzare un sistema maggioritario per le elezioni amministrative e uno proporzionale per le politiche? Non so dare una ferma risposta. Mi limito a dire: perché no?</p>
<p>Concludo ora, non potendo ulteriormente addentrarmi, con una nota, un augurio da cittadino:</p>
<p>Quale che sia il modo con cui si andrà a votare in futuro, non avvenga mai (o mai più) che il parto, il risultato delle elezioni, non sia altro che un caporale (come diceva Totò), un “capetto”, un “ducetto” pure con velleità riformatrici e ammodernatici, ma, per ataviche carenze attitudinali, limitatezze intrinseche derivanti dalla Storia, dal disperso e diffidente substrato sociale,. assolutamente incapace. Lasciamo perdere, per un momento, l’autoritarismo, il decisionismo.; intendo qui riferirmi alla chiusura mentale, all’ottusità di un Pinochet, di un Franco, dei “colonnelli” greci, in contrapposizione alla lungimiranza, all’amor di Patria e dei suoi compatrioti, alla conduzione illuminata della Res publica di un De Gaulle.</p>
<p>Per tutti i motivi esaminati, ben difficilmente in Italia debordando dagli schemi più squisitamente democratici si perverrebbe a mettere il potere nelle mani di un De Gaulle, piuttosto che di un Pinochet, o di un direttorio di tipo “greco”. Con l’avvertenza, anche qui, che non bisogna enfatizzare gli aspetti economici, peraltro, a loro volta, importantissimi, l’economia non è tutto; anzi, rispetto alla vita dei cittadini, al loro futuro, alla loro dignità e considerazione all’interno del Paese  e nel Mondo, è ben piccola parte. il Cile uscì dalla dittatura economicamente rafforzato, almeno nel medio periodo (ma non la Spagna di Franco che dovette recuperare con sforzi immani, riuscendovi con alterni risultati, il terreno perduto), ma a quale prezzo?</p>
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		<title>Dalla Farsa alla Tragedia: Puo’ accadere (ma possiamo evitarlo)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 19:32:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il Parlamentare.it: Fonte, Alberto Liguoro &#8211; Quante volte, ad esempio, si dice “follia collettiva”: violenza, panico che coinvolge gruppi, anche imponenti, di persone. E’ sempre la mente, il pensiero, la volontà di ciascun individuo che viene coinvolta, secondo me, ma in un contesto diffuso e/o affollato si determina diversamente, che non in differenti condizioni. Parliamo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<figure id="attachment_153" aria-describedby="caption-attachment-153" style="width: 150px" class="wp-caption alignleft"><strong><a rel="attachment wp-att-153" href="http://www2.ilparlamentare.it/2010/11/24/politica-5/berlusconi-gheddafi/"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-153" title="berlusconi-gheddafi" src="http://www2.ilparlamentare.it/wp-content/uploads/berlusconi-gheddafi.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/berlusconi-gheddafi.jpg 150w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/berlusconi-gheddafi-50x50.jpg 50w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></strong><figcaption id="caption-attachment-153" class="wp-caption-text">Berlusconi e Gheddafi</figcaption></figure>
<p><strong>Il Parlamentare.it</strong>: Fonte, <strong>Alberto Liguoro</strong> &#8211; Quante volte, ad esempio, si dice “follia collettiva”: violenza, panico che coinvolge gruppi, anche imponenti, di persone. E’ sempre la mente, il pensiero, la volontà di ciascun individuo che viene coinvolta, secondo me, ma in un contesto diffuso e/o affollato si determina diversamente, che non in differenti condizioni. Parliamo di fenomeni che riguardano persone normalmente dotate di buon senso.</p>
<p>Esiste, quindi, una incontrollabile (quanto incontrollabile?) forza trainante (di che segno? Prevedibile? Prevenibile?) che, in certi momenti, coinvolge, o può coinvolgere, interi gruppi, o comunità, forse nazioni.</p>
<p>E qui mi fermo nell’analisi, diciamo così, scientifica e cedo il passo a psicologi e sociologi.</p>
<p>Tratto la questione esclusivamente da un punto di vista fenomenico ed empirico; in definitiva in un contesto misto di cronaca e di storia, sperando di poter trarre le fila di un’avvertenza, diciamo un messaggio che vorrei proporre.</p>
<p>Venendo al dunque:</p>
<p>Si pensi a quello che hanno fatto, non potenti gerarchi e generali, ma comuni tranquilli cittadini tedeschi che si erano trovati ad indossare un’uniforme, o ad essere cooptati per servizi pubblici, ai tempi del nazismo; a quello che hanno fatto bravi ragazzi americani in Viet Nam (e ora si dice in Iraq e Afghanistan), alle stragi di interi villaggi palestinesi e agli stupri ad opera di bravi padri di famiglia, o a quel che accade nell’Africa sub sahariana oggi, e a quello che è accaduto nelle due Americhe in epoca storica post colombiana; si pensi alle sette che predicano il suicidio collettivo, al branco che violenta e sevizia e così via.</p>
<p>Ma mi chiedo: tutti gli esempi appena proposti ed altri dello stesso genere, che appaiono torvi e drammatici esauriscono la casistica, o possono aversi effetti del tutto diversi? Ridicoli, esilaranti, orgiastici? La risposta è sì se si guarda un po’ alla letteratura, alle cronache in materia. Anche qui si sposta il discorso ed invade il campo di sociologi e psicologi, nel quale non voglio avventurarmi.</p>
<p>Dico solo questo, tra il serio e il provocatorio, tra l’ironia e l’amarezza:</p>
<p>C’è oggi in Italia, a mio avviso, una evidente grossa corrente farsesca che serpeggia nella società e va dal Grande Fratello alla Pupa e il Secchione, dagli show televisivi domenicali “culi e tette da fuori” a quelli serali sui processi mediatici, ma poi si apre nelle strade e negli stadi, dalle incazzature che sfociano in omicidi, agli omicidi familiari (ormai quasi giornalieri) di cui tutte le persone intervistate o in metropolitana parlano come se si trattasse di video game; la schizoide partecipazione di autorità e gente comune ad un funerale la mattina e ad un party la sera. Il tutto poi confluisce in grandi risate, o risatone, generali, a base di barzellette, bestemmie (ma in contesto e pertanto non costituenti peccato) e turpiloqui, ormai anche inseriti tra le materie di insegnamento scolastico.</p>
<p>A quanto pare queste situazioni sono presenti anche in altre società, diciamo così, evolute, ma in Italia sono particolarmente esasperate ed evidenti; il che ben si coniugherebbe, come riscontro e come effetto al tempo stesso, con le risultanze di uno studio sulla incapacità di destreggiarsi con la logica, la matematica e la letteratura che, manco a dirlo, pone l’Italia ai primissimi posti nel Mondo, al quale rimando (La cultura degli italiani – Francesco Erbani e Tullio De Mauro Ed. Laterza – Fonte Oliviero Beha “Dopo di lui il diluvio”) e del quale nessuna Forza Politica parla sia per scelta strategica (chi ti voterà se parlerai male degli Italiani? Che fa il paio con: quale cattolico ti voterà se parli male dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa?), sia per comodità operativa (è più facile governare un popolo bue che un popolo culturalmente attrezzato); lascio al lettore giudicare con quanto senso dello Stato, del benessere sociale e futura lungimiranza.</p>
<p>Ebbene, da questo studio viene fuori che circa l’80% degli Italiani non ha sufficienti capacità di lettura, comprensione e calcolo. Il che ci porrebbe al secondo posto nel Mondo “civilizzato” immediatamente dopo lo Stato del Nuevo Leòn, in Messico.</p>
<p>Quindi, per il momento, considerazioni quali quelle che si vanno qui formulando, sono tristemente rivolte ad una fascia di fruitori che va dal 20 al 29% della popolazione tra i 14 e i 65 anni.</p>
<p>Quelli di tutte le fasce di età, peraltro, vanno incontro, in modo che ritengo evidente, per motivi anagrafici, o per motivi di sciatteria di istruzione, di vita familiare e sociale, a fenomeni (oltre che di non apprendimento, ma è più raro, credo) di regressione nell’incapacità di leggere, scrivere e far di conto.</p>
<p>Domanda: dove si va a parare?</p>
<p>Tutto questo viene vissuto, come dicevo, molto allegramente sì dalle Istituzioni, dalle Classi dirigenti, dai Mass media, dal Clero nel suo complesso che, benedicente ed assolvente, punta ad un’altra “vera” vita, glissando su questa (anche le scuole prelatizie benedicenti ed assolventi) ma, quel che più interessa ed è preoccupante, dai comuni cittadini che se la ridono, ci scherzano su, sperano che familiari e rampolli partecipino a Veline, Velone, quiz su domande anche difficili ma che prevedono che quale sia la risposta, anche la più stupida e incolta di questo Mondo, venga accolta dal conduttore con un sorriso ed una battuta incoraggiante.</p>
<p>Difficilissimo rispondere al quesito sopra proposto.</p>
<p>Diciamo che tutta questa farsa può facilmente trasformarsi, secondo me, in tragedia.</p>
<p>E questo sarebbe un bel guaio (ai tempi del Duce, si cominciò con “a noi! A noi!” “Eia eia alalà” e si finì con famiglie distrutte, deportazioni, città rase al suolo). Però dico, pur temendo di essere impopolare, che non sarebbe il guaio maggiore, perché poi dalle tragedie, bene o male si esce.</p>
<p>Immaginiamo che tutto resti così com’è (dovremmo ovviamente mettere in conto anche un deterioramento strutturale della qualità della vita, perché i grulli e gli ignoranti si fanno fregare dagli altri, comunque non guadagnano molto e quindi non possono permettersi molto, né capire molto); certamente si affermerebbe una progressiva tendenza al peggioramento, per cui tra 20 anni, che so, sarà il 10% degli Italiani a ragionare? E poi? Come sono finiti gli Egiziani, i Babilonesi, i Fenici, i Sumeri, le Grandi Civiltà indigene del Nuovo Mondo?</p>
<p>Sarebbe interessante sapere da qualche qualificato archeologo o studioso di civiltà se è stato possibile notare, per caso nei tempi bassi di questi ed altri popoli, alla fine di un ciclo di civiltà, qualche particolarità farsesca, ridondante, nei costumi: facevano burlette, macchiette e teatrini a tutto spiano, ridevano, per caso, piuttosto che cercare di capire, preoccuparsi?</p>
<p>Ma se anche tutto restasse fermo così com’è, ci dovremmo forse accontentare? Essere lo scemo del villaggio è meglio che essere un mentecatto chiuso in un manicomio? Fate voi.</p>
<p>Ma qualcosa si può fare?</p>
<p>Secondo me sì. Non sono in grado di tracciare i percorsi, ma di indicare il punto d’arrivo e l’animo con cui affrontare l’impresa, credo di sì, da cittadino di buon senso.</p>
<p>Occorre molta attenzione e autocritica, questo sì. Rafforzare lo spirito, crederci. Pensare anche agli insegnamenti, alle indicazioni che possono venirci da lontano, dalla storia.</p>
<p>Il punto d’arrivo è certo quello di spostare quell’enorme massa, quell’enormità di cui i parlava, dell’80% di cittadini che balbettano, e tra di essi, diciamo, quel 33% che più di un’Ave Maria e qualche altra cosuccia non conosce, quel 33% che a fatica riesce a comprendere la frase “il gatto miagola”, quel 5% che non comprende la frase “il gatto miagola… perché vuole il latte”; farla arretrare al 70, al 60 e così via, poi credo che il progresso sarebbe sempre più accelerato fino a capovolgere esattamente al contrario, come in una clessidra, le percentuali.</p>
<p>A questo punto ci sarà forse meno allegria (ma l’allegria basata sulla miseria intellettuale è squallore, vanità, alla fine tristezza), meno farsa, che fa ridere gli a</p>
<p>ltri, ma di te, non delle cose che tu proponi per far aprire gli occhi, più dramma, ma anche ironia, tono, considerazione; e l’individuo sarà davvero colui che vive nella società sapendo di appartenervi e, nello stesso tempo, di essere libero e padrone di se stesso, non facendosi trascinare dalla corrente dei malefici fenomeni collettivi, coinvolgenti e inarrestabili brutalmente, senza l’importante supporto della riflessione e della valutazione.</p>
<p>Partiamo da qui.</p>
<p>Come si diceva una volta, coraggio… rimbocchiamoci le maniche e diamoci da fare.</p>
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		<title>L’ultima spiaggia: Lodi, i Sex Offenders</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 19:30:47 +0000</pubDate>
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<figure id="attachment_116" aria-describedby="caption-attachment-116" style="width: 270px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://ilparlamentare.it/2010/11/24/diritto-e-giustizia-2/ultima-spiaggia-1/" rel="attachment wp-att-116"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-116" title="ultima-spiaggia (1)" alt="" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/ultima-spiaggia-1.jpg" width="270" height="181" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/ultima-spiaggia-1.jpg 270w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/ultima-spiaggia-1-50x35.jpg 50w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/ultima-spiaggia-1-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 270px) 100vw, 270px" /></a><figcaption id="caption-attachment-116" class="wp-caption-text">Ultima Spiaggia</figcaption></figure>
<p>Il Parlamentare.it &#8211;  In occasione delle diverse presentazioni che si sono succedute in questi mesi del libro “La mia vita dentro, le memorie di un direttore di carceri”, il diario-romanzo di Luigi Morsello giunto alla seconda edizione, l’autore ha raccontato anche alcuni episodi inediti. Abbiamo pensato che potesse essere interessante proporli ai lettori. Come fosse un ideale ultimo capitolo che, non è escluso, trovi posto nella (auspicabile) terza edizione.</p>
<p>di Luigi Morsello</p>
<p>L’approdo a Lodi avvenne nell’autunno del 1997. Fu l’ultima spiaggia.</p>
<p>Ero stato ‘fra color che son sospesi’ (dal servizio) dal novembre 1993. Dopo essere stato riammesso (erano cadute le ragioni della sospensione), fui prima confermato a Pavia e in ventiquattrore dirottato al Provveditorato di Milano. Riassegnato a Pavia dal Tar Lombardia, dopo appena tre mesi fui ritrasferito, sempre al Provveditorato di Milano, dove rimasi in servizio fino al trasferimento a Lodi.</p>
<p>Le vicende di quel periodo danno la misura dell’ignavia delle istituzioni penitenziarie centrali e periferiche.</p>
<p>Ma non serbo rancore. Disprezzo sì.</p>
<p>Il diritto all’alloggio di servizio gratuito è connesso alla titolarità della direzione di un istituto di pena, nel nostro caso la Casa Circondariale di Pavia, carcere nuovo che era stato messo in funzione da me. Era il secondo istituto di pena che facevo… partire: nel 1984 avevo messo in funzione la casa circondariale di Busto Arsizio. Terzo ed ultimo è stata la casa circondariale Lecco.</p>
<p>Come dicevo, il diritto-dovere di fruire dell’alloggio di servizio era condizionato alla titolarità della direzione di un carcere. Nel caso di sospensione dal servizio il diritto scadeva a interesse legittimo, meno tutelato.</p>
<p>Insomma, potevano buttarmi fuori di casa in qualsiasi momento, anche con l’uso della forza pubblica, cioè della polizia penitenziaria.</p>
<p>Viene definito ‘sfratto amministrativo coatto’.</p>
<p>Si immagini lo stato d’animo di chi sta percependo, in seguito alla sospensione cautelare dal servizio il cosiddetto “assegno alimentare” pari al 50 per cento della retribuzione e che, a nemmeno un anno dalla terribile esperienza del tentativo di suicidio, si trova ad essere sottoposto a ben tre procedimenti penali, poi ‘regolarmente’ conclusisi con l’assoluzione piena, privo della forza economica di difendersi efficacemente, con la prospettiva dello sfratto (che mi fu intimato per ben due volte). Giunsi a a minacciare che questa volta la pistola l’avrei rivolta contro altri… è così il primo sfratto fu di fatto accantonato e restò “congelato” fino al trasferimento a Lodi.</p>
<p>Era accaduto in quel periodo che l’ufficio centrale del personale, a causa del pensionamento di Raffaele Ciccotti (direttore a Capraia molti anni prima, che ce l’aveva con me perché non avevp accettato di restare nella struttura dell’isola) venne affidato a Ugo Pastena, funzionario di tutt’altra pasta. È mia convinzione che fu Pastena a bloccare ogni ulteriore tentativo di cacciarmi via di casa, praticamente in mezzo alla strada.</p>
<p>Mi ero attivato per cercare casa a Pavia, ma gli affitti erano proibitivi a stipendio pieno, figuriamoci con uno stipendio dimezzato.</p>
<p>Quindi restai nell’alloggio di servizio di Pavia fino a quando non venni trasferito a Lodi. Solo dopo l’esecuzione di questo trasferimento e l’assegnazione di un direttore fisso a Pavia (una donna, c’è tuttora) il mio successore ritenne di dovermi intimare lo sfratto, il secondo.</p>
<p>Ugo Pastena era andato in pensione e la sua assenza si fece sentire subito.</p>
<p>Ecco, questo significa essere ‘fra color che son sospesi’: un Purgatorio interminabile.</p>
<p>Mentre ciò accadeva, nella più totale indifferenza e con venature di cinismo (la regola aurea è sempre stata, alla toscana maniera ‘chi non fa non falla’), mentre la mia famiglia, mia moglie, i miei figli conoscevano l’abisso della disperazione incredibilmente chi non crollò fui proprio io.</p>
<p>Ero nella fase “maniacale” delle sindrome bipolare (come avrei scoperto anni dopo), per cui ogni mattina mi recavo con la mia autovettura a Milano per presentarmi a un provveditore che non stimavo.</p>
<p>All’inizio la mia attività di servizio consisteva solo nel leggere il giornale.</p>
<p>Poi ottenni l’incarico di ‘funzionario istruttore’ dei procedimenti disciplinari del personale di polizia penitenziaria della regione.</p>
<p>Mi vanto di avere impedito con le mie relazioni istruttorie, acquisite anche con visite negli istituti, che venissero perpetrati abusi.</p>
<p>A dire il vero, non avevo (ancora) perso l’illusione di essere rimandato a Pavia, ma quando realizzai che non sarebbe accaduto mai, feci il tentativo di tornare a Eboli, dov’ero stato a cavallo degli anni ’90.</p>
<p>C’era all’epoca l’Istituto Penale per Minorenni. Poco dopo il mio arrivo venne soppresso: essendo rimasto assieme a una decina di agenti a fare il guardiano delle mura, chiesi il trasferimento a Pavia, per ragioni di famiglia (motivi di studio per i primi due miei figli).</p>
<p>Era la terza volta che chiedevo un trasferimento. La prima fu da Lonate Pozzolo all’Ispettorato Distrettuale di Firenze (durò tre mesi, non mi fu assegnato un alloggio di servizio nemmeno a pagamento). La seconda fu da Firenze a Eboli, ma in questo caso mi dissero di sì perché si trattava di una trappola: la soppressione era programmata già prima del mio trasferimento.</p>
<p>Non ne avevo mai sentito parlare ma nel carcere di Lodi c’era una sezione speciale!</p>
<p>Non solo. Era per ‘sex offenders’ e pedofili!</p>
<p>Trenta posti, isolata sia materialmente che dal punto di vista organizzativo dal resto del carcere.</p>
<p>Il carcere. La sua costruzione datava al 1905. Ristrutturato negli anni ’90, era stato la sede di servizio di Armida Miserere (scomparsa suicida in circostanze tragiche nel 2003, quand’era alla guida del carcere di Sulmona), che lo aveva rimesso in funzione.</p>
<p>La vita di questa collega è superbamente narrata da Cristina Zagaria: “Miserere. Vita e morte di Armida Miserere, servitrice dello Stato”, Palermo, Dario Flaccovio Editore, 2006.</p>
<p>Una ristrutturazione che però non poteva garantire alla struttura la funzionalità delle carceri nuove.</p>
<p>Insomma, ancora una volta denaro sprecato.</p>
<p>Il carcere era una ‘sinecura’: 80 posti in tutto. 30 per la sezione speciale e 50 per imputati e condannati con pena detentiva residuale non superiore a cinque anni.</p>
<p>La sezione speciale costituiva per me un mistero.</p>
<p>Non avevo mai avuto a che fare con simili personaggi, se non per tentare di metterli al riparo da ritorsioni degli altri detenuti.</p>
<p>Come era accaduto, anni prima con Antonio Pastres a San Gimignano.</p>
<p>Allora vinsi la battaglia per superare il ribrezzo verso un solo detenuto. A Lodi erano una trentina! Dei quali mi sarei dovuto occupare in vista dell’applicazione delle misure trattamentali.</p>
<p>Mai e poi mai!</p>
<p>A Lodi c’erano (sono tuttora in servizio) due eccellenti psicologi, Marika Romanini e Pierluigi Morini: mi fecero cambiare idea.</p>
<p>Il periodo lodigiano è stato caratterizzato dell’intenso lavoro svolto con i detenuti in esecuzione di pena detentiva definitiva.</p>
<p>La Romanini si occupava dei detenuti comuni, Morini dei tossicodipendenti.</p>
<p>Con una forzatura dei doveri contrattuali di Morini, prima del mio arrivo a Lodi, venne istituita per decisione del provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria, la sezione riservata a pedofili e sex offenders: non sapevano dove metterli in condizioni di sicurezza!</p>
<p>Il direttore dell’epoca, Gloria Manzelli, oggi a capo del carcere di San Vittore, accettò. Poi lei andò, per l’appunto, a San Vittore e arrivai io.</p>
<p>Eravamo quattro gatti a lavorare, ma eravamo – scusate l’immodestia – di valore.</p>
<p>L’istituto giuridico che meglio si adattava a un trattamento efficace era ed è tuttora oggi l’ammissione al lavoro all’esterno. Non è un beneficio penitenziario, della specie delle misure alternative alla detenzione: è un modalità di esecuzione del lavoro carcerario extramurario. Una sottigliezza apparentemente burocratica ma che consentiva da muoversi con iniziative costruttive laddove sarebbe stato difficile se non impossibile.</p>
<p>Ciò che lo rende efficace, a mio giudizio, è che l’iniziativa appartiene al direttore del carcere, che presiede il Gruppo di Osservazione Trattamento, che formula il programma di trattamento contenente la previsione dell’ammissione al lavoro all’esterno. Il programma di trattamento viene sottoposto all’approvazione del Magistrato di Sorveglianza, dopo la quale il direttore redige il provvedimento di ammissione al lavoro, all’esterno, che diventa esecutivo dopo l’approvazione del magistrato.</p>
<p>Mentre però il potere del magistrato è limitato al profilo di legittimità (deve cioè verificarer che siano state rispettate le procedure), l’opportunità di ammettere il detenuto è un profilo di merito che appartiene al direttore.</p>
<p>E’ per questo che è sul direttore che pesa il dovere di sorveglianza del comportamento del soggetto ammesso al lavoro.</p>
<p>Insomma, il direttore può incidere efficacemente durante lo svolgimento dell’attività, facendo verificare il rispetto delle prescrizioni lavorative contenute nel provvedimento di ammissione.</p>
<p>Se il detenuto infrange le regole stabilite viene immediatamente sospeso in via precauzionale dal direttore, la revoca poi compete al magistrato di sorveglianza.</p>
<p>Però ci vuole coraggio! Coraggio consapevole!</p>
<p>A Lodi erano circa 40 i detenuti condannati a pena definitiva: sono riuscito ad ammetterne al lavoro esterno fino a 10, cioè il 25 per cento, una percentuale rimasta imbattuta.</p>
<p>Non bastasse questo dinamismo, ho ammesso al lavoro esterno anche un ‘sex offender’ e un pedofilo, che hanno finito di scontare la pena fuori dal carcere, senza inconvenienti e non risultano “ricadute”.</p>
<p>Anzi, il ‘sex offender’ (reo confesso) si è sposato, vive a lavora a Lodi.</p>
<p>Per ciò che riguarda il pedofilo, la lettura della sentenza di primo grado (di assoluzione) mi convinse che era stato condannato in appello ingiustamente.</p>
<p>Inutile dire che nell’affrontare e trattare questi problemi non venne nessun aiuto né dall’amministrazione centrale né dal quella periferica. Fummo lasciati in assoluta solitudine.</p>
<p>Cosa che a me, ormai, a dire il vero non dispiaceva affatto.</p>
<p>Dopo il mio pensionamento la sezione speciale fu soppressa: era entrato in funzione il carcere megagalattico di Bollate!</p>
<p>Lì sono state profuse risorse economiche e di personale in abbondanza.</p>
<p>È stato anche detto e scritto, scorrettamente, che a Bollata ha visto la luce il primo esperimento di trattamento di questa peculiare categoria di detenuti.</p>
<p>In realtà non è successo niente, nella sostanza, di molto diverso da quanto era stato sperimentato a Lodi.</p>
<p>Anzi, fa specie che non sia conosciuto da questi “nuovi” specialisti il lavoro di Pier Luigi Morini “La cura dell’orco” (Sapere edizioni, Quaderni di Criminologia Clinica, 2001).</p>
<p>O forse, invece, non c’è da meravigliarsene.</p>
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		<title>La vita dentro, i serpenti e gli amici fuori. Il diario-romanzo Luigi Morsello</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 19:30:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il Parlamentare.it : Fonte, Luigi Morsello &#8211; “La mia vita dentro”, il diario-romanzo della vita professionale – e umana – del direttore di carcere Luigi Morsello, è giunto alla seconda edizione (per i tipi di Infinito Edizioni) e la diffusione del libro ha indotto diverse persone a scrivere all’autore considerazioni, critiche, ricordi. Pubblichiamo una di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="https://ilparlamentare.it/2010/11/24/diritto-e-giustizia-1/fotogrande/" rel="attachment wp-att-113"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-113" title="La mia vita dentro" alt="" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/fotogrande.jpg" width="190" height="270" /></a>Il Parlamentare.it</strong> : Fonte, <strong>Luigi Morsello</strong> &#8211; “La mia vita dentro”, il diario-romanzo della vita professionale – e umana – del direttore di carcere Luigi Morsello, è giunto alla seconda edizione (per i tipi di Infinito Edizioni) e la diffusione del libro ha indotto diverse persone a scrivere all’autore considerazioni, critiche, ricordi. Pubblichiamo una di queste lettere, quella del professor Raffaele Cataldo, con una nota dell’autore, il nostro amico e collaboratore Luigi Morsello.</p>
<p>Caro Gigetto,</p>
<p>sono trascorsi più di cinquant’anni da quella “felice stagione”: si era tra il 1954 e il 1956. Oltre mezzo secolo fa!</p>
<p>Questa dimensione temporale, rapportata alla nostra vita, è impressionante. Mi sobbalza in un’altra sfera di pensieri … di ricordi. Io ero l’amico più “grande”, già universitario, tu il giovinetto che frequentava il liceo classico.</p>
<p>Di quel gruppo solo in tre mi siete rimasti nel cuore, Gino Vocca, Enzo La Monica e tu, il meno “appariscente”; non perché valessi di meno, ma gli altri due facevano di tutto per emulare la mia esuberanza, gareggiando a chi era più scalmanato e chiassoso.</p>
<p>Tu, invece, pur seguendoci sempre, eri discreto e misurato; appena ti era possibile comparivi al nostro fianco, partecipe delle nostre goliardate perché tutto ruotava intorno a quel liceo, a quella scuola: essa era il nostro mondo, la nostra sfida; essa era per noi il “nostro sacro” e il “nostro profano”.</p>
<p>Purtroppo, col tempo la scuola ha perduto tutto il fascino della sua sacralità; … peccato!</p>
<p>Ma quelli erano altri tempi.</p>
<p>Tu ti distinguevi da noi per i tuoi modi: sempre garbato, attento, accondiscendente.</p>
<p>Però con un solo gesto, una sola parola, con una frase mettevi il sale sulle nostre imprese. Come si poteva, per tipi come noi, non affezionarsi a uno come te? Io sentivo che ci volevi bene; sentivo che eri un amico fedele e leale.</p>
<p>Ora, a pensarci bene, a rovistare fra quei ricordi, tanto più nitidi quanto così lontani, mi pare di capire anche il perché e il dove del tuo essere così diverso da noi, nei modi e negli atteggiamenti: tu discreto e noi sfacciati, tu riservato e accorto, noi spavaldi, ecc. ecc. …</p>
<p>Insomma, tu portavi il fardello di una educazione che a noi mancava. Anche perché, nelle nostre famiglie, in quegli anni, spesso nono c’era l’autorità paterna. I nostri padri o erano emigrati, subito dopo la guerra, oppure dalla guerra non erano tornati. Io lo ricordo tuo padre, l’avrò visto un paio di volte. Vestiva spezzato: una giacca verde su pantaloni grigi; camicia, cravatta, cappello a falde strette. Camminava leggero, col viso e lo sguardo proteso, come se mirasse a un punto. Ma dietro quelle lenti si intuiva uno sguardo cui non sfuggiva nulla. Non l’ho mai sentito parlare, ma immagino come ti si porgeva nelle raccomandazioni: quale doveva essere il tuo comportamento, soprattutto in una città che non era la vostra e anche a riguardo del suo lavoro così “delicato”. Quindi tu dovevi essere sempre all’altezza!</p>
<p>Però, noi così scanzonati, eravamo forse la proiezione di un tuo dentro. I nostri modi, il nostro vestire, le nostre ragazze … quelle ragazze di 55 anni fa. Che bella stagione, quella!</p>
<p>L’amico più “grande” – più di mezzo secolo dopo – è diventato l’amico più vecchio che spesso si trova a ripensare il suo tempo, trascorso a seminare e a vedere crescere i suoi arbusti. Ma oggi, di fronte al tuo libro, si sorprende a considerare, con un brivido di orrore, quale scelta difficile il, destino teneva in serbo per te. L’hai descritta perfettamente la tua scelta, sei stato attento e meticoloso. Non poteva essere diversamente. La tua forza era conoscere bene il terreno su cui ti muovevi: dovevi essere sempre all’altezza. Quindi le leggi, i regolamenti, i commenti alle leggi e le comparazioni tra i regolamento dovevano essere il tuo “Pater noster” quotidiano. E per di più tu hai sempre voluto bene a quella gente. A tutti: dai primi dirigenti fino all’ultimo dei derelitti. E non detto che gli ultimi derelitti dovessero essere proprio dei disperati galeotti, avrebbe potuto essere qualche maresciallo ordinario disonesto oppure uno sleale sovrintendente. Anche alle pietre, anche ai muri, anche alle torrette di guardia hai voluto bene, come fossero la tua famiglia. E non importa il carico di lavoro, i sacrifici e le sofferenze patite per questo.</p>
<p>Tu sei stato l’uomo giusto al posto giusto. Peccato che il tempo sia stato quello in cui l’Italia si stava sbracando. E, sotto il piombo di quegli anni, che hai così bene descritto e rapportato alle tensioni che si ebbero nelle carceri, il “sistema Italia” cominciò lentamente ad affondare (come è stato per la scuola e tante altre istituzioni).</p>
<p>Hai scritto pagine di notevole valore: in esse ho trovato frammentini di un’anima (quella che tu chiami una vita) che, composti in un caleidoscopio, formano i diversi aspetti di te e che, comunque giri e rigiri, attraverso altre forme, emergi sempre lo stesso. Sempre attento, sempre preciso nella conoscenza e nella interpretazione delle Leggi e dei Regolamenti: nitido, lineare e corretto nella descrizione delle persone e di ciò esse hanno rappresentato.</p>
<p>Rammaricato ma non ostile, puntiglioso ma non astioso verso chi per leggerezza o negligenza ti ha procurato del male. Accanito servitore delle disposizioni e sempre disponibile per qualsiasi impegno o incarico; e, in fine, sempre coscienzioso, onesto, diligente e propositivo negli impegni che assumevi e portavi a termine. Ma quello che emerge di te, grande solido come una casa, è che hai amato il tuo lavoro; lo hai amato sempre e comunque il tuo lavoro; e questo forse ti ha dato la forza e l’estro di raccontarlo.</p>
<p>Vi sono pagine in cui descrivi i luoghi marinari o angoli di borghi storici con la leggiadria di u n paesaggista: la penna diventa un pennello; e altre addirittura il grigio di un carcere – luogo di pene e di tormenti – man mano che ne parli e ne racconti dei tuoi lavori, acquista colore risplende. Non c’è una grande sofferenza nelle carceri da te descritte; non c’è disperazione, come siamo usi a pensare; non sono quelle “fosse di serpenti” a cui eravamo abituati da certa letteratura scritta e cinematografica.</p>
<p>Credo nell’utilità futura di questo tuo lavoro quando si porrà a rendere solo pedagogico il fine della detenzione.</p>
<p>Intanto sono convinto che il primo, più autentico ed efficace risultato, questo libro l’abbia avuto proprio con te. Scrivendolo hai pian piano e gradatamente aperto il tuo animo; hai fatto uscire le parole e, con esse, sono defluite, prima lentamente, con passi incerti e pesanti, poi sempre più spedite e svelte, tutte le tue ansie fino ad esorcizzare completamente quel veleno in cui la tua vita stava annegando.</p>
<p>Ciao e a presto, con tanto affetto</p>
<p>Nuccio</p>
<p>NOTA DELL’AUTORE</p>
<p>Questa lettera mi è stata spedita dal prof. Raffaele Cataldo, per gli amici “Nuccio”, di alcuni anni meno giovane di me.</p>
<p>È una lettera molto bella, che avrebbe potuto essere la migliore recensione del mio libro.</p>
<p>Lo scritto inizia con la rievocazione (stavo per scrivere la evocazione) degli anni della nostra gioventù, venata di nostalgia che io condivido con lui, di una nostalgia dolce fatta di ricordi ancora freschi oggi, dopo oltre 50anni e tante vicissitudini reciproche, antiche e recenti.</p>
<p>Dopo quegli anni così intensi, del quale il ricordo è struggente oggi come ieri e come sarà anche in futuro, quel futuro che ci rimane, ogni anno ci incontravamo in quel di Eboli, laddove io e la mia famiglia tornavamo per i bagni di mare’, pur essendo il mare a mezz’ora di auto, l’incontro con questo grande e caro amico era come un rituale, sempre fresco, un ‘evergreen’ si dice oggi. Egli esclamava: “… è arrivato Gigetto, segno che è arrivata l’estate …”.</p>
<p>Nella seconda aperte della lettera egli dà conto del libro e dimostra d averlo letto, capito in tutte le sue sfumature ed apprezzato.</p>
<p>Di ciò gli sarò sempre grato.</p>
<p>Luigi Morsello</p>
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		<title>I giudici di Palermo: «Dell’Utri mediò tra i boss mafiosi e Berlusconi»</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 19:30:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[  Il Parlamentare.it &#8211; Il senatore Marcello Dell’Utri avrebbe svolto una attività di «mediazione» e si sarebbe posto quindi come «specifico canale di collegamento» tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi. Lo scrivono i giudici della Corte d’Appello di Palermo nelle 641 pagine, depositate venerdì e in possesso dell’Ansa, della sentenza con la quale il senatore [&#8230;]]]></description>
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<figure id="attachment_23" aria-describedby="caption-attachment-23" style="width: 470px" class="wp-caption alignleft"><a rel="attachment wp-att-23" href="https://ilparlamentare.it/2010/11/22/ciao-mondo/dell-utri-2/"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-23" title="dell-utri" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/dell-utri1.jpg" alt="" width="470" height="263" srcset="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/dell-utri1.jpg 470w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/dell-utri1-300x167.jpg 300w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/dell-utri1-469x262.jpg 469w, https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/dell-utri1-160x90.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 470px) 100vw, 470px" /></a><figcaption id="caption-attachment-23" class="wp-caption-text">Il Senatore Dell&#39;Utri</figcaption></figure>
<p>Il Parlamentare.it &#8211; Il senatore Marcello Dell’Utri avrebbe svolto una attività di «mediazione» e si sarebbe posto quindi come «specifico canale di collegamento» tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi. Lo scrivono i giudici della Corte d’Appello di Palermo nelle 641 pagine, depositate venerdì e in possesso dell’Ansa, della sentenza con la quale il senatore del Pdl Dell’Utri è stato condannato<a href="http://www.corriere.it/politica/10_novembre_19/I%20giudici:%abDell%27Utri%20mediatore%3cbr/%3etra%20i%20boss%20mafiosi%20e%20Berlusconi%bb" target="_blank"> il 29 giugno scorso a sette anni di reclusione</a> per concorso esterno in associazione mafiosa. Il parlamentare era stato condannato per i fatti avvenuti fino al 1992 e assolto per quelli successivi. Il collegio presieduto da Claudio Dall’Acqua, a latere Sergio La Commare e il relatore Salvatore Barresi, gli hanno ridotto la pena dai nove anni subiti in primo grado a sette anni.</p>
<p><strong>DELL’UTRI</strong> – Premette che non ha ancora letto le motivazioni però dalle prime anticipazioni che stanno emergendo dalle agenzie di stampa, Marcello dell’Utri si limita a dire: «I giudici hanno ricicciato le stesse cose della sentenza di primo grado. Sono sostanzialmente le stesse accuse del primo processo». «È una materia trita e ritrita – dice Dell’Utri all’Adnkronos – non c’è nulla di nuovo sono tutte cose che abbiamo già visto». Però, il senatore del Pdl continua a dirsi «fiducioso» e lo sarà «fino all’ultimo momento, altrimenti che faccio, mi uccido?». Dice anche di non sentirsi «preoccupato». «Non vedo come mi possono condannare sul nulla», ecco perché crede molto nel giudizio dei giudici della Corte di Cassazione. «Saranno i miei avvocati cassazionisti ad occuparsi adesso del caso, prepareranno una difesa adeguata per rispondere a tutte le accuse e alle motivazioni della sentenza di secondo grado». Dell’Utri ribadisce poi di non volere aggiungere altro perché «non ho ancora letto le motivazioni. Come faccio a parlare di una cosa che non conosco? So che hanno depositato le motivazioni ma non so altro».</p>
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		<title>Quoziente intellettivo di massa: dall’intelligenza individuale alla stupidità collettiva.</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Nov 2010 17:22:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Il Parlamentare.it &#8211; Diceva il sociologo Gustave LeBon, “la folla è sempre intellettualmente inferiore rispetto all’individuo isolato”. Molti studi hanno confermato questa osservazione, la quale risulta allarmante se pensiamo che l’individuo tende ad uniformarsi proprio alla folla. Cerchiamo di capire come avviene questo uniformamento al pensiero collettivo e perché questo sia, se è vero, intellettivamente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong></p>
<p><strong><a rel="attachment wp-att-129" href="https://ilparlamentare.it/2010/11/22/ciao-mondo/quozienteintellettivo/"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-129" title="quozienteintellettivo" src="https://ilparlamentare.it/wp-content/uploads/quozienteintellettivo.jpg" alt="" width="86" height="110" /></a>Il Parlamentare.it </strong>&#8211; Diceva il sociologo Gustave LeBon, “la folla è sempre intellettualmente inferiore rispetto all’individuo isolato”. Molti studi hanno confermato questa osservazione, la quale risulta allarmante se pensiamo che l’individuo tende ad uniformarsi proprio alla folla.</p>
<p>Cerchiamo di capire come avviene questo uniformamento al pensiero collettivo e perché questo sia, se è vero, intellettivamente inferiore.</p>
<p>Innanzitutto dobbiamo dividere l’obbedienza all’autorità dalla conformità alla maggioranza, le quali hanno meccanismi simili ma diversi, ed entrambe portano ad uno stesso risultato: il pensiero e l’atteggiamento comune.</p>
<p>L’obbedienza all’autorità può essere provocata tramite determinati accorgimenti, essa si sviluppa negli individui singoli e si amplifica nelle masse. Vediamo questi accorgimenti.</p>
<p>Il primo è la sorveglianza degli individui, ovvero la vicinanza tra il soggetto e l’autorità. L’obbedienza aumenta con l’aumentare della presenza dell’autorità e con l’aumentare della sua vicinanza. Se verrà scritto su una strada che vi è il controllo della velocità gli automobilisti tenderanno a rallentare e questa risposta sarà ancor più accentuata se la polizia sarà direttamente presente. Allo stesso modo, se si chiederà ad una persona di infliggere torture ad un prigioniero, queste saranno più feroci se fatte dinnanzi l’autorità richiedente, un po’ meno se vi sarà un suo rappresentante, ancora meno intense se fatte senza sorveglianza alcuna.</p>
<p>Un secondo accorgimento è la presenza di schermi, ovvero la distanza tra il soggetto e la vittima. L’obbedienza aumenta quanto più si allontana la vittima dal soggetto. Sarà più facile comandare di uccidere (o torturare) un prigioniero, piuttosto che farlo direttamente; allo stesso modo più la tortura sarà fatta a distanza, più sarà facile da attuare: sarà più difficile scarnificare le persone personalmente, piuttosto che con docce acide. E’ da notare quindi che militarmente c’è un processo ben costruito, gli ufficiali devono solo dare gli ordini non applicarli, cosa che abbiamo visto essere più facile, e i soldati devono ubbidire alla presenza dell’autorità (cioè dell’ufficiale che ha dato l’ordine). Inoltre il progresso sta portando a schermature totali tra “vittime e carnefici”, pensate alla facilità con cui è possibile premere un pulsante per far partire un missile che colpirà una città intera a migliaia di chilometri di distanza. Ma lo schermo è un tipo di accorgimento che se usato inversamente e per scopi caritatevoli può diventare socialmente utile. Pensate a come potrebbe essere facile ottenere aiuti o beneficenza se si facesse in modo di far sentire le persone più vicine alle vittime.</p>
<p>Un terzo tipo di accorgimento per l’obbedienza è la presenza di modelli. Ovvero, la presenza di altre persone che ubbidiscono all’autorità porta le persone a conformasi maggiormente, mentre gli esempi di persone anticonformiste (o “disubbidienti”) porta le persone a ragionare con la propria testa. Quindi i mass-media potrebbero essere pilotati sia per portare all’omologazione che per invitare la gente a staccarsi dalla massa.</p>
<p>Anche rendere lentamente la situazione emergente è un accorgimento per portare all’obbedienza, questo è usato altresì come tecnica persuasiva (dalle sétte, dagli enti umanistici, dai venditori porta a porta, ecc.) conosciuta col nome di “piede nella porta”. Consiste nel cominciare col chiedere agli individui comportamenti blandi e innocui, spostando il tiro in modo progressivo. Si avranno così tre effetti: le persone non si renderanno conto del perpetuo e lento spostamento della richiesta a livelli più alti; in questa progressione di richiesta incominceranno a riesaminare il loro modo di essere e le loro idee, sentendosi sempre più in linea con le richieste che stanno accettando; inoltre sarà difficile tornare indietro, in quanto se si dovessero accorgere che si sta esagerando, dovrebbero sentirsi incoerenti, o rielaborare un senso di colpa, per quanto fatto fino a quel momento.</p>
<p>Un ultimo accorgimento all’obbedienza del quale vorrei parlare è la giustificazione ideologica, le persone sono portate a seguire, a credere e ascoltare coloro che credono più esperti, e più queste persone (o enti e organizzazioni) mostrano la loro esperienza e preparazione, anche solo con comportamenti manifesti e astuzie estetiche, più riceveranno consensi.</p>
<p>Non ci sono quindi follie collettive, o fenomeni incontrollabili, ma solo accorgimenti strategici che creano incondizionata obbedienza generalizzata.</p>
<p>Simili alle strategie usate per indurre nell’individuo l’obbedienza all’autorità vi sono effetti sociali, meno pilotati rispetto ai primi, che creano conformità al pensiero di massa, il quale troppo spesso, come vedremo, è intellettualmente inferiore a quello individuale.</p>
<p>Un primo motivo per cui ci si conforma al pensiero di massa è l’influenza sociale normativa (affine alla sorveglianza), ovvero ci si adegua ai comportamenti della massa di cui ci si sente parte, per essere da questa accettata e per non sentirsi diversi. Ma al tempo stesso entra in atto la deindividuazione, che protegge dal giudizio delle altre masse e dei singoli individui, in quanto fa sentire l’individuo anonimo, solo un numero tra tanti, creando non solo uno schermo tra l’individuo e la propria coscienza (spesso riflessa nell’altro giudicante), ma anche una divisione della responsabilità, più sarà ampio il gruppo (divisore) minore sarà il risultato di questa.</p>
<p>La divisione delle responsabilità è un chiaro esempio di come la massa appaia stolta rispetto al singolo, non solo nei comportamenti che si hanno, ma anche in quelli che non si hanno; ad esempio sarà più probabile che qualcuno chiami i vigili del fuoco se vede un incendio da solo, piuttosto che se lo veda in mezzo alla folla, infatti in questo caso ognuno penserà che a chiamarlo ci penserà qualcun altro (questo è uno dei fattori che provoca il fenomeno degli astanti).</p>
<p>Un altro fattore che porta alla conformità è l’influenza sociale informativa, ovvero le persone hanno la tendenza a credere che gli altri interpretino le situazioni meglio di quanto possano fare loro stessi. Questo tipo di influenza sociale è legata a quella normativa (non si vuole essere giudicati stupidi e ignoranti non omologandosi), e sicuramente gode della giustificazione ideologica.</p>
<p>Paradossalmente l’influenza sociale informativa è proprio alla base dell’ignoranza collettiva; capita spesso che di fronte a situazioni insolite come un bambino trascinato violentemente che urla e piange, le persone non facciano proprio niente (siamo pieni di esempi famosi per giustificare tale affermazione, si veda ad esempio il caso di James Bulger, bambino di 2 anni a cui è accaduto proprio quanto detto sopra per mano di due undicenni… questo bambino è infine morto!). O che inversamente si crei panico collettivo anche senza motivo.</p>
<p>Quando si assiste in mezzo ad una folla a situazioni atipiche la prima cosa che le persone faranno sarà guardarsi reciprocamente per capire come comportarsi, il problema che guardandosi tra loro, avranno tutti un atteggiamento di finta tranquillità che come un serpente che si morde la coda porterà a far sì che nessuno faccia niente (anche questo effetto giustifica il fenomeno degli astanti). Al contrario può capitare che un gruppetto di persone (ma a volte basta un singolo individuo) mostri panico ingiustificato, che indurrà le altre persone a fare altrettanto; famose sono le candid cameras fatte su questo studio, ma non serve un’équipe preparata per ottenere questo effetto: provate in mezzo alla folla a guardare verso l’alto e poi urlare accovacciandovi come se stesse cadendo qualcosa, in molti seguiranno la vostra azione, pur senza verificare prima. Ma la cosa più preoccupante è che sarà il primo ad agire a lanciare il via a quale sarà il comportamento giusto; se urlando “bomba” mi accovaccio, in moltissimi si accovacceranno come me, quando dileguarsi potrebbe essere un comportamento più utile.</p>
<p>L’influenza sociale informativa crea quindi imitazione, e questo sarà vero sia per quanto riguarda quella simultanea che quella differita. Come la folla diviene pericolosa nell’interpretazione della situazione, i mass-media lo diventano per quanto riguarda l’interpretazione della vita; ma al contrario della folla che rende ridicoli oppure astanti le persone momentaneamente, i mass-media hanno una responsabilità temporale più duratura e pericolosa, del resto sono un mezzo potente per utilizzare la tecnica persuasiva del piede nella porta. Ancora una volta questi diventano i maggiori responsabili della creazione del pensiero, sempre più simile ad un pensiero comune, collettivo e unanime, dove questi termini non trovano similitudine con l’altruismo e la generosità, ma piuttosto un comune egoismo, una collettiva perdita di valori, un unanime menefreghismo.</p>
<p>Non possiamo fare a meno quindi di tornare al pensiero di Gustave LeBon, questi sosteneva infatti che le masse diffondono comportamenti aggressivi e immorali come una malattia contagiosa. Effettivamente è vero che il singolo va dove va la massa, ma dove va questa, e dove potrebbe andare? E’ davvero destinata ad essere così immorale?</p>
<p>Fortunatamente vi possono essere risvolti positivi, infatti la massa va dove va il costume e si polarizza rispetto alla media dei singoli individui. Spieghiamo questi aspetti.</p>
<p>La massa va dove va il costume, nel senso che la massa si comporterà come fosse un personaggio, se il personaggio che sta vestendo è un personaggio culturalmente positivo si comporterà in modo magnanimo, se sarà invece vestita con abiti che rappresentano simboli negativi, sarà maggiormente aggressiva e immorale.</p>
<p>Ad esempio un gruppo di persone vestite da preti o da dottori avrà atteggiamenti comuni di solidarietà (si vedano a proposito gli esperimenti di Johnson e Dowing del 1979). Mentre un gruppo di persone agghindate come il KKK sarà più portato a comportarsi in modi riprovevoli.</p>
<p>Che la massa si polarizza verso la media dei singoli individui vuol dire che il gruppo accentua le caratteristiche più presenti negli individui presi singolarmente che formano quel gruppo; ciò vuol dire che un gruppo di persone molto intelligenti polarizzerà il pensiero comune in modo ancora più dotto e acuto.</p>
<p>Questo però dà molto da pensare, sui costumi che stiamo odiernamente vestendo, e soprattutto sulle caratteristiche di personalità più presenti nella nostra specie!</p>
<p>Bisogna però non perdere di vista che anche le caratteristiche di personalità delle singole persone, sono soprattutto influenzate da fattori esterni piuttosto che interni, quali le situazioni, l’apprendimento sociale, l’imitazione, il costume , gli accorgimenti strategici a l’ubbidienza, e i diversi fattori che portano al pensiero collettivo (la solita storia dell’uovo e la gallina).</p>
<p>A questo punto che fare? Indurre a conoscenza, usarla come fosse un vaccino!</p>
<p>Infatti il mezzo più utile per fermare questa lobotomizzante spirale è proprio diffondere la conoscenza dei meccanismi sottostanti al comportamento sociale.</p>
<p>Sapere come funzionano queste dinamiche di omologazione rende gli individui più attenti a non cadere nelle trappole dell’influenza sociale e della cieca obbedienza. Li rende più pronti a ragionare con la propria testa, li rende meno astanti e maggiormente agenti, dove l’azione non è però mera imitazione.</p>
<p>Ovviamente anche questa conoscenza andrebbe suggerita (e non imposta), sia per non cadere in un paradosso, sia per evitare la resistenza: dovuta alla paura di perdere la propria coerenza (per i comportamenti finora avuti) e la sicurezza che generalmente si ottiene dall’appartenenza ad un pensiero sociale comune.</p>
<p>Questo sembra essere l’unico modo per ottenere un cambiamento di marcia in una società che come prevedeva Gustave LeBon, sta trovando più semplice trasmettere comportamenti e pensieri farseschi, piuttosto che impegnarsi in olistiche profonde e ragionate.</p>
<p>Lo sviluppo dell’individualità è ancora una volta l’unica soluzione alla galoppante diffusione del decerebrante pensiero di massa.</p>
<p>*Psicologa</p>
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